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I diari del BIFFF 35: giorno 2 da Bruxelles

10/04/2017 news di Alessandro Gamma

Un piccolo appunto all'organizzazione, seguito da un film italiano che non è sci-fi, un ritorno importante alla regia e un documentario sul cinema locale più folle

Questa seconda giornata – ancora corredata da sole caldo e cielo azzurro – si apre con una doverosa considerazione sull’organizzazione del Festival e sul trattamento riservato ai membri della stampa. Per farla breve, l’accredito stampa consente l’accesso al mero interno del palazzo del cinema dove si tengono le proiezioni, ma per entrare nella sale è necessario avere il biglietto. Ora, tale ticket si ottiene – nel caso dei giornalisti – facendone richiesta all’ufficio stampa, che proverà a trovare così al richiedente un posto, fino ad esaurimento. Avete capito bene, ‘proverà’. Non è infatti scontato che la visione sia garantita al giornalista in questione, che potrebbe pertanto finire nella ‘waiting list’, ovvero ritrovarsi piazzato in panchina, nella speranza che qualcuno rinunci liberando così una poltroncina per lui all’ultimo minuto. Certo, in questi casi esiste anche la possibilità per il giornalista di vedersi il film che si perde direttamente dagli schermi presenti in sala stampa, con il suo bel paio di cuffie e in solitaria, ma capirete che non è la stessa cosa, soprattutto quando non si tratta di una scelta volontaria (e soprattutto quando le sale non traboccano alla fine mai di spettatori). Ad oggi abbiamo sempre trovato il biglietto, però …

monolith posterDetto questo, oggi abbiamo assistito a un bel triplete di visioni. Abbiamo cominciato con Monolith del nostro Ivan Silvestrini, che col suo secondo film prova a tenere alto – almeno all’estero, visto che di un’uscita in patria ancora non v’è notizia – l’onore del nostro cinema di genere (?) sulla scorta dei clamorosi casi del 2016 di Mine soprattutto (con cui ha ben più di un punto in comune, ma dovrete aspettare la recensione per capire cosa, anche se si può già intuire dal trailer). Spacciato come un film sci-fi, ma smentito dallo stesso regista in sala a inizio proiezione, è sostanzialmente un dramma, in cui la tecnologia futuristica della macchina del titolo non è altro che l’interruttore per affrontare le scelte della protagonista (Katrina Bowden). E’ stata poi la volta di Le serpent aux mille coupures, ritorno dietro alla macchina da presa dopo ben 6 anni del francese Éric Valette (Maléfique), un thriller multiculturale dove non mancano scene piuttosto forti di mutilazioni (e qualche nudo integrale) ambientato nelle campagne intorno alla sua Tolosa, che tocca a quanto pare un nervo scoperto da quelle parti, quello del razzismo verso gli immigrati o presunti tali, specie se africani o islamici, rei di portare via il lavoro alla gente del luogo o di essere generalmente terroristi (suona familiare?). Ultimo, ma non per questo meno interessante – anzi, è stato il documentario Forgotten Scares: An In-depth Look at Flemish Horror Cinema di Steve De Roover, serie di interviste a tutti i rappresentanti del cinema fiammingo locale più hardcore e underground (si parla di titoli splatter e gore estremi, post-apocalittici, slasher, nazisploitation, WIP e chi più ne ha più ne metta) che ripercorrono oltre 40 anni di follie semi sconosciute o dimenticate, quasi sempre girate con pochi franchi e quasi sempre insuccessi al botteghino, nonostante la grande passione e la fantasia messa dagli interessati, che ancora oggi continuano a provarci.

A corredo di quanto detto ieri su Bruxelles, vogliamo aggiungere che fa proprio strano vedere al posto dei classici porchettari bisunti tipici delle nostre strade i furgoncini che vendono le escargot al cartoccio (le lumache). La bellezza della diversità di usi e tradizioni, in questo caso culinarie (ma in questo caso c’è da dire senza troppo timore che ci teniamo volentieri i nostri bei panini ripieni!).

A domani per la nuova pagina del nostro diario belga.

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