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Dossier | Oltre il Tempo: i molti futuri del 1982 fantascientifico (parte 2)

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Si conclude il nostro viaggio in quello che è probabilmente l'anno tra i più significativi e sottovalutati della storia recente del cinema sci-fi, quello in cui arrivarono nelle sale Blade Runner e La Cosa, innescando una reazione a catena la cui eredità è ancora oggi pesantissima

Oltre a tale generalizzata mancanza di attenzione nei confronti dell’aspetto “umano” delle vicende e in quelli della costruzione drammaturgica, ad essere penalizzata sembra anche essere, in definitiva, una certa modalità di confrontarsi e raccontare in accezione negativa un’alterità (sia essa prodotto artificiale o proveniente dallo spazio extra-galattico, biomeccanica od organica), la quale surclassa per importanza la caratterizzazione dei protagonisti umani e fagocita qualsiasi altra sfumatura che si sarebbe potuta dipanare rispetto a questo fulcro. Proprio il tema dell’alterità costituisce il minimo comune denominatore tra Blade Runner di Ridley Scott e La Cosa (The Thing) di John Carpenter ed E.T. – L’extraterrestre di Steven Spielberg, e la chiave che permette di inscriverle in una prospettiva storica attraverso un confronto.

Forte delle sue aspettative luminose, ottimistiche e intrise di sentimentalismo, quest’ultimo è riuscito ad affermarsi anche e soprattutto perché si presentò più conforme alle linee dei grandi Studios nell’era del post-New Hollywood, ma senza tradirne l’anima, riuscendo a coniugare passato e presente cinematografico in una narrazione che tentava di allontanarsi il più possibile da ogni rischio o eccesso; il medesimo trapasso epocale fu invece subìto piuttosto che interpretato da La Cosa e Blade Runner, che si inserirono su una doppia scia di suggestioni – quella dell’altro-da-sé “simile e vicino” e dell’altro-da-sé “distante e mostruoso”, ma pur sempre demonizzato – che avevano attraversato la fantascienza lasciandosi alle spalle nel loro retaggio tappe fondamentali del genere, come ad esempio L’invasione degli ultracorpi (Invasion of the Body Snatchers) di Don Siegel del 1956 o Alien (1979), quest’ultimo dello stesso Scott. In quel momento però, agli albori degli ’80, i tempi cominciavano a cambiare: il maccartismo era già un lontano miraggio del passato, e il pessimismo e l’insoddisfazione diffusi dopo lo scandalo Watergate e nell’epoca del presidente Jimmy Carter, insieme con la fine della recessione del primo biennio della decade (nonostante se ne sentissero gli strascichi fino al termine del 1982), lasciavano spazio ad un clima di speranza e ripresa di iniziativa con l’elezione di Ronald Reagan (20 gennaio 1981). Soltanto lo scenario mite, bonario ed accomodante dipinto da E.T. – così distante dalla cupezza distopica di quella Los Angeles del 2019 popolata da subumani e governata da corporazioni, o dall’aridità asfissiante e claustrofobica del deserto antartico – facendosi quanto più possibile portavoce della possibilità eventuale di un altro-da-sé rassicurante, e dell’assenza di conflitto (reale o immaginario) riuscì ad incarnare pienamente lo Zeitgeist dell’epoca ed esorcizzare vecchi timori insediatisi nell’immaginario collettivo. Dopotutto, pur essendo il 1982 una data fondamentale su plurimi livelli, un significativo precedente di avvicinamento e tematizzazione del “nemico” – in questo caso in chiave squisitamente psicologica – risaliva a solamente due anni prima (L’Impero colpisce ancoraThe Empire Strikes Back) con l’icastica rivelazione di paternità di Dart Fener, in precedenza un misterioso jedi rinnegato, senza volto e dal corpo meccanico…

OTTIMISMO (QUASI) IRREFRENABILE

Nonostante l’incerto principio, gli anni ’80 segnarono, almeno in superficie, un decennio trascorso all’insegna di una ottimistica leggerezza: con le due guerre in Corea ed in Vietnam alle spalle, sulla scia del Reagan Boom, dello sviluppo economico (soprattutto in virtù della massiccia rinascita del neoliberalismo) nella seconda metà della decade, della distanza presa dal sistema capitalistico sul nemico Rosso – il tutto coronato con la caduta del muro di Berlino nel 1989 – l’esuberanza dell’epoca trovò vari e sfaccettati riflessi in ogni settore della cultura pop: la nascita di MTV e della musica Disco con i suoi maggiori interpreti (Michael Jackson, Madonna, Prince), le coloratissime Arcades e la Nintendo Era tra i vari Pac-Man, Tetris e Super Mario Bros., la neon aesthetic, il fluo e le stravaganti acconciature cotonate, come il “Big Hair” (appariscente retaggio dei ’60 e ’70). I mesti scenari futuristici di Blade Runner e il fatalismo di La Cosa non erano riusciti ad abbracciare i primi germogli di questo spirito che (non troppo) lentamente si faceva strada nel sentire dell’uomo americano, ed è significativo che il loro successo abbia preso forma soltanto in un secondo momento, con lo scemare della decade e il profilarsi di un nuovo orizzonte dell’immaginario, perdurando ancora al giorno d’oggi. Altrettanto significativo è che negli ultimi anni tanto successo abbia riscosso una serie TV come Stranger Things, che dagli anni ’80 (e molto spesso dalla fantascienza del periodo) attinge per elaborare la massima parte dei suoi contenuti e delle sue strutture narrative; le ragioni di tale fortuna sono, in un certo senso, uguali ed opposte rispetto a quelle che hanno segnato l’iniziale fallimento di La Cosa e Blade Runner, poiché risiedono, ancora una volta, nella rappresentazione di un’alterità, quella sinistra ed inquietante del Sottosopra e del Demogorgone.

Nonostante la ricostruzione certosina – quasi filologica si potrebbe dire, persino a livello schiettamente filmologico – della cinematografia degli ’80 operata dai i fratelli Duffer, il Demogorgone nella sua ferocia ed inesplicabilità assume le sembianze di un attualissimo e diffuso sentimento di smarrimento, e incarna fisicamente una sostanziale prospettiva pessimistica nei confronti dell’avvenire, in un mondo sull’orlo di una nuova crisi nucleare o di una guerra santa e col fantasma del precariato che incombe sulle nuove generazioni. Il sottotesto che si cela dietro la trama, però, non si limita a questo; nonostante la sorridente e sgargiante facciata, anche gli anni ’80 ebbero un proprio “dark side” (o Sottosopra / Upside Down, che dir si voglia), i cui inevitabili strascichi riemergono nella contemporaneità con inedita gravità. Stranger Things sembra voler raccontare, attraverso un’intelligente e piuttosto ben celata allegoria, l’ombra della Storia, in tutto il suo potenziale germinativo e degenerativo che era già presente in nuce in quegli anni; così, nel 1983-84 nella cittadina di Hawkins, Indiana, fanno capitolino il disastro di Chernobyl del 1986 e il rischio ambientale tout court (coltivazioni di zucche invase e distrutte) – è infatti proprio nella seconda metà degli ’80 che la complessa problematica del riscaldamento globale cominciò ad essere oggetto dell’attenzione dell’opinione pubblica, soprattutto negli US – o lo spettro del virus dell’HIV (la cui scoperta fu annunciata nel 1981, e dopo pochi anni seguì la dichiarazione della sua portata pandemica) col quale l’idea del Mind Flayer “ospite” nel corpo di Will Byers condivide molto.

Ecco quindi come i capolavori di Ridley Scott e John Carpenter, tanto bistrattati allora, nel corso del tempo si siano rivelati come antesignani e pionieri di una figurazione cinematografica e di un’aspettativa culturale che, se anche non si adattava armoniosamente al loro tempo, è riuscita in definitiva ad imporsi come una costruzione concettuale maggiormente fruibile nell’attualità del terzo millennio, non tanto – e fortunatamente – per l’accuratezza degli scenari possibili o futuribili che vi sono rappresentati, ma piuttosto per l’affinità tra la pulsione artistica, il pensiero e il sentimento che hanno contribuito alla creazione di tali rappresentazioni e i nostri, ovvero quelli del (loro) futuro. In una bella intervista rilasciata a Creative Screenwriting il 22 luglio 2014, Carpenter affermava:

“Movies reflect the time in which they were made. Great movies go beyond that, they reach out over time”.

In questo senso dunque, lo si può dire senza indugio, Blade Runner e La Cosa sono sicuramente due “grandi film”, due pellicole che “valgono il loro peso in celluloide”: forse i più grandi di quell’estate di quasi trentasei anni fa.

fine

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