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I diari del Lido: il Cineocchio a Venezia 73 – Giorno 7

07/09/2016 news di Giovanni Mottola

In questa giornata, tra un Bad Batch davvero bad e un Terrence Malick piuttosto good, vincono comunque un buon bicchiere di vino e un piatto di caparossoli

La bevanda più gettonata qui a Venezia è senza dubbio lo spritz, che viene servito dal mattino sino all’ora dell’aperitivo. Più tardi di quell’ora è bene non chiederlo, se non si vuole rischiare di essere guardati storto dai locali, che lo considerano inadatto a una seria bevuta per il dopocena. Per altro, se dipendesse da loro, lo servirebbero a base di Campari, ma si adattano a prepararlo con l’Aperol per i tanti che preferiscono limitare la gradazione alcoolica. Bevute di ben altro livello ha proposto oggi l’hotel Excelsior, che anche i non frequentatori del Lido conoscono di certo, essendo stato reso immortale da Sergio Leone, che in una sua sala girò la scena della cena e del ballo di Noodles/De Niro e Deborah/Elisabeth McGovern in C’era una volta in America e sulla spiaggia privata del medesimo hotel la successiva scena in cui i due si recitano reciprocamente versi del Cantico dei Cantici. Dicevamo che oggi, allo spazio Regione Veneto, allestito in una sala dell’Excelsior, si è tenuta la presentazione del film The duel of wine, che racconta un’immaginaria sfida tra i due famosi sommelier Charlie Arturaola e Luca Gardini, i quali nel film interpretano sé stessi. Avrebbero dovuto sfidarsi anche quest’oggi, ma purtroppo Gardini non ha potuto essere presente; sono state quindi proposte quattro degustazioni al solo Arturaola, il quale ha azzeccato tutti i vini assaggiati, che sono poi stati offerti anche al pubblico.

Bad+Batch+Amirpour (2)Abbiamo dunque bevuto assai bene, ma avremmo bevuto volentieri anche per dimenticare, come si suol dire, dal momento che eravamo reduci da uno dei più brutti film apparsi in questo concorso veneziano, ovvero il para-western, con risvolti horror, The Bad Batch di Ana Lily Armirpour che racconta la storia di una famiglia di cannibali e di una loro vittima che decide di vendicarsi (non riveliamo troppo della trama perchè siamo cattivi e vogliamo che lo vediate anche voi!). Il film non prende mai una direzione precisa in termini stilistici, è penalizzato da dialoghi che terrorizzano lo spettatore ancor più degli squartamenti, per non parlare della recitazione dei due protagonisti (Suki Waterhouse e Jason Momoa), che quanto a mimica facciale farebbero apparire grasso che cola le due famose espressioni che si attribuivano al Clint Eastwood giovane (‘con cappello e senza’). Nota a margine. Come ampiamente dimostrato dalle risposte date ad alcuni sprovveduti giornalisti durante la conferenza stampa odierna (di cui parleremo nei prossimi giorni in maniera più dettagliata): 1) non paragonate mai i lavori della regista – ben al suo secondo lungometraggio ricordiamolo – a quelli di tizi qualsiasi come può essere un Jim Jarmusch, perchè non la prende bene; 2) se per voi arti mozzati e membra alla griglia sono ‘troppo violenti’ – e se seguendo i precetti di Papa Francesco pensate che ‘di violenza ce n’è già troppa nel mondo’, quindi perchè inserirla in maniera insistita pure nei film – è solo un vostro problema!

A riconciliarci con il grande schermo ci ha pensato per fortuna Terrence Malick, che con Voyage of TimeLife’s journey ha realizzato una poetica riflessione sul tema della vita e della bellezza. Vi ricordate la scena de Il Postino in cui Massimo Troisi registra su un nastro per Pablo Neruda le cose belle della sua terra? Ecco, Malick fa scorrere le cose belle di tutto l’universo, quello animale, quello vegetale e quello minerale, avvalendosi di immagini mozzafiato mentre fuori campo la voce di Cate Blanchett recita un’invocazione alla Terra. C’è un po’ di William Blake (la purezza del bambino), un po’ di Fëdor Dostoevskij (la bellezza che salverà il mondo), un po’ di Salvador Dalì (l’elegante surrealtà di certe immagini) e un po’ di Jacques Cousteau (l’amore per l’ambiente). Può darsi che manchi un po’ di originalità, anche rispetto ad opere precedenti dello stesso Malick, ma certamente egli ha saputo realizzare quel risultato che si erano proposti, senza riuscirci, gli autori di Spira Mirabilis. La visione di questo film ci ha dunque riconciliato con la Mostra, che – dopo un promettente inizio – negli ultimi giorni ci aveva riservato più di una delusione, e allora abbiamo voluto chiudere in bellezza con un’ottima cena a base di canestrelli, peoci e caparossoli (tradotto per i non veneziani: cappesante, cozze e vongole). Il tutto innaffiato da un buon bicchiere di vino bianco, perché l’ora dello spritz era già passata da un pezzo.

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