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Voto: 6/10 Titolo originale: The Adjustment Bureau , uscita: 03-03-2011. Budget: $50,200,000. Regista: George Nolfi.

Recensione story: I guardiani del destino di George Nolfi (2011)

19/01/2026 recensione film di Gioia Majuna

Matt Damon e Emily Blunt sono al centro di un thriller romantico elegante e accessibile che usa la fantascienza per interrogarsi sul libero arbitrio senza rinunciare al cuore

Matt Damon e Emily Blunt in I guardiani del destino (2011)

Tra i film che hanno provato a trasformare la fantascienza in una domanda sentimentale, I Guardiani del Destino del 2011 resta uno dei più curiosi: non perché sia “profondo” in modo insistito, ma perché George Nolfi, qui sceneggiatore e regista, prende un’idea breve e spigolosa di Philip K. Dick (il racconto del 1954 spesso tradotto come Squadra Riparazioni) e la riconverte in un congegno brillante, a metà tra thriller politico e storia d’amore, con un’energia leggera che non nega la cupezza del presupposto.

È un film che corre, scherza, si complica, e soprattutto si regge su un paradosso: per parlare di libero arbitrio costruisce un mondo dove tutto sembra già scritto, eppure ti costringe a tifare per la disobbedienza.

Il filo della trama è semplice, quasi classico. David Norris (Matt Damon) è un giovane politico di New York lanciato verso il Senato: bello, ambizioso, un po’ presuntuoso, perfetto per la fotografia pubblica e meno per la vita reale. Una scivolata mediatica lo ridimensiona, e proprio nel momento in cui dovrebbe recitare il solito discorso di sconfitta incontra Elise Sellas (Emily Blunt), ballerina dal temperamento libero, in un luogo improbabile. L’incontro lo scuote: invece di ripetere frasi di circostanza, David improvvisa una dichiarazione sincera contro la retorica politica. Funziona. La carriera riparte. Ma quel momento di verità, che dovrebbe “salvarlo”, è anche la crepa che apre il film: David ha deviato dal percorso previsto.

È qui che Nolfi innesta la sua invenzione più riuscita: il Destino non è una forza mistica, ma un ufficio. Un gruppo di uomini in completi scuri e cappelli, il Bureau, controlla le traiettorie delle vite correggendo gli scarti. Richardson (John Slattery) e Harry (Anthony Mackie) lo intercettano e gli spiegano, con una calma quasi burocratica, che Elise non rientra nel piano: rivederla sarebbe un errore da “riparare”. L’idea, già dickiana nel nucleo, diventa cinema puro quando si traduce in spazio: le porte di Manhattan si trasformano in passaggi che sbucano altrove, corridoi che si piegano, stanze impossibili dietro ingressi banalissimi. La città, fino a quel momento rettilinea e razionale, diventa un labirinto amministrato da regole invisibili.

I guardiani del destino (2011)Il film gioca allora su due piste che raramente convivono con equilibrio. Da una parte c’è l’inseguimento: David cerca Elise e sfugge ai funzionari del piano, fino allo scontro con Thompson (Terence Stamp), volto severo dell’autorità “superiore”. Dall’altra c’è la commedia romantica: Damon e la Blunt hanno un’intesa naturale, fatta di ritmo e piccoli attriti, e Nolfi è abbastanza intelligente da non appesantire la loro relazione con spiegazioni troppo solenni. Elise non è la musa capricciosa che esiste per migliorare l’uomo: ha un talento, una disciplina, una traiettoria, e il film insiste sul fatto che l’amore, qui, non è un premio ma un rischio reciproco.

La comparazione più utile, per capire I Guardiani del Destino, è con altre trasposizioni da Dick: Blade Runner o Minority Report trasformavano i dilemmi filosofici in mondi vasti e ossessivi, mentre Nolfi sceglie una scala urbana e quotidiana. E rispetto ai thriller d’azione legati al nome di Damon, il film fa un passo laterale: niente armi, poche collisioni, inseguimenti più mentali che fisici. L’adrenalina nasce dall’idea che un gesto minuscolo — un appuntamento mancato, una frase detta o non detta — possa riscrivere un’intera vita. È un modo astuto di rendere “politico” il sentimento: il potere non si esercita soltanto nei palazzi, ma nella gestione dei desideri.

Il cuore tematico è anche la sua contraddizione migliore: se esiste un piano, perché serve convincere David a rispettarlo? Ogni volta che il Bureau lo “ordina”, sta implicitamente ammettendo che una scelta è possibile. Questa ambiguità, che Nolfi lascia volutamente a metà tra teologia e amministrazione, è ciò che rende il film più affascinante della somma delle sue scene. E introduce la sua intuizione più pungente: la riuscita pubblica sembra richiedere una rinuncia privata. David appare destinato alla carriera proprio perché l’amore lo renderebbe meno “utilizzabile”, meno feroce, meno affamato. È una tesi amara espressa con passo leggero: la felicità come sabotaggio della prestazione.

Naturalmente non tutto fila liscio. Quando il film prova a chiarire troppo la gerarchia del Bureau, perde parte del mistero che lo rende seducente; alcuni personaggi restano abbozzati; e la corsa finale, per quanto trascinante, sfiora il rischio di trasformare un enigma metafisico in un meccanismo da fiaba. Ma la cosa sorprendente è che funziona lo stesso, perché Nolfi capisce dove mettere l’enfasi: non sulla spiegazione del mondo, ma sull’urgenza dei due corpi che corrono verso una vita scelta e non assegnata.

In definitiva, I Guardiani del Destino è un film “minore” solo se lo si misura con l’ambizione totale di certi classici della fantascienza; se invece lo si guarda per ciò che è, appare come un esperimento riuscito: una storia d’amore che usa il complotto cosmico per parlare di responsabilità, e un thriller che non dimentica mai la tenerezza. Non risolve il dilemma tra destino e libertà, ma lo rende emotivamente credibile. E, a volte, è il massimo che il cinema possa fare quando si mette a discutere con l’invisibile.

Di seguito il trailer italiano ufficiale di I Guardiani del Destino:

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