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Intervista esclusiva a Julia Ducournau, dall’horror francese a Netflix, fino a Pasolini e Fellini

di Alessandro Gamma

Abbiamo incontrato la regista e sceneggiatrice francese all'ultimo BIFFF, partendo da Raw - Una cruda verità e arrivando all'amore per Roma

Suscitando grande scalpore tra gli appassionati di tutto mondo con il suo lungometraggio d’esordio, Raw – Una cruda verità (la nostra recensione), presentato alla Settimana Internazionale della Critica del Festival di Cannes 2016 – dove ha vinto il premio FIPRESCI – Julia Ducournau è senza dubbio una delle registe e sceneggiatori francesi più interessanti degli ultimi anni. Apparentemente pronta a tornare sulle scene – come ci ha rivelato -, l’abbiamo incontrata al BIFFF di Bruxelles di quest’anno, per una intervista esclusiva in cui ci ha parlato del suo rapporto con la ‘scena horror’ transalpina, di Netflix e dell’amore per Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini.

Mi piacerebbe parlare della tua visione sull’horror, sul cinema ‘di genere’ e sulla situazione francese attuale, passata la cosiddetta ‘new wave’ dei primi 2000.

Si, negli anni passati è stata molto difficile, poiché ciò che arrivava dall’America era ok, mentre quello che veniva dalla Francia no. Credo che sia un fatto molto triste, poiché molti registi hanno pensato di doversi trasferire negli USA per poter realizzare film e avere i finanziamenti e ciò che gli era necessario, fatto che ha indotto una mancanza di registi di genere in Francia. Per ciò che concerne me – non è qualcosa di cui ero particolarmente consapevole, non ho mai considerato, quando scrivevo il mio film, che sarebbe potuto essere un vero problema. Non mi sono mai considerata qualcuno che facesse cinema di genere, facevo un film e basta. Sin da quando ho scritto il mio primo film o il mio primo corto [Junior], non ho mai pensato qualcosa del tipo ‘Oh, voglio fare un horror, o farò un fantasy e via così’. Quindi per Raw – Una cruda verità, non ho riflettuto veramente a questo problema della distribuzione del cinema di genere in Francia. Ho solo fatto quello che volevo fare e scritto la sceneggiatura che volevo veder realizzata in un lungometraggio. A un certo punto, non riuscivo a capire chi avrebbe voluto vedere [la storia di] una persona che diventa un cannibale, ma non era un fatto di distribuzione, ma di pubblico in senso più generale [ride], del tipo ‘c’è qualcuno in giro che davvero vuole stare a sentirmi o vedere la mia storia??’. E poi, miracolosamente, siamo riusciti a trovare i finanziamenti per il film, attraverso dei canali davvero tradizionali, dai soldi pubblici attraverso istituzioni come il CNC e da una co-produzione con Canal+. E alla fine è stato finanziato in maniera molto classica,  il che è stata davvero una grande sorpresa per noi, che invece ci aspettavamo sarebbe stato assai più difficile.

Ora, è accaduto recentemente in Francia qualcosa di cui sono davvero entusiasta e che aiuterà a portare avanti la diversità nel mercato cinematografico interno: hanno creato, la CNC ha creato, una commissione che è stata destinata solo al cinema di genere, proprio per finanziare il cinema di genere. Ed è molto recente, è stata annunciata all’incirca un mese fa o poco più. E’ una cosa davvero molto, molto positiva. E’ qualcosa che può darci molta speranza di uscire da questa dicotomia tra commedia e dramma, come se non ci fosse null’altro. Sono molto contenta perchè è la soluzione a uno dei maggiori problemi in Francia. Eravamo soliti credere che il genere e il cinema d’autore fossero due differenti cose e io non l’ho mai compreso. Dal mio punto di vista io vengo da una istituzione, la mia scuola di cinema in Francia è un’istituzione [La Fémis], e davvero il cuore della post-new wave e cose simili. Ci si aspetta che sia molto classica, sapete, la new wave. Io però sono sempre stata interessata al genere, eppure lì sono sempre stata libera di fare ciò che volevo e nessuno mi ha mai detto che ero una stramba o che non avrei dovuto farlo. Al contrario sono sempre stata piuttosto spinta a fare ciò che desideravo. E questo significa, insieme al fondo che è recentemente stato creato, che in qualche modo stanno cercando di comprendere che ci sono alcuni autori desiderano approcciarsi al genere e che se sei un autore non significa nulla, non significa che allora devi girare solo drammi sociali, ma che puoi fare tutto ciò che vuoi, fintanto che hai una vision. Quindi sono felice che sia cominciato [tale fenomeno] ed è possibile vederlo in alcune delle scelte a Cannes, in cui il genere è emerso qua e là ed è iniziato ad essere più normale vedere film di genere. Sono molto felice di ciò e spero che sia solo l’inizio e non una moda passeggera.

Stai lavorando a qualcosa ora?

Si, sto scrivendo il mio nuovo film, ma non posso dire nulla a riguardo, mi spiace, ma sarà di genere.

Parlando del Festival di Cannes, quest’anno i titoli originali di Netflix sono stati esclusi dalla competizione principale. Pensi che sia una decisione giusta?

Per me non è questione di giudicare cosa sia, il fatto che si passi da un format a un altro non lo rende meno un film e non è corretto verso i registi affermare ciò. Comunque sia, ci sono due cose da considerare. Per me, Cannes dovrebbe promuovere un tipo di film che tu potresti non vedere da solo o che potrebbe non essere distribuito dovunque. Dunque si ha la possibilità di puntare un riflettore su di questi [film] durante il festival di Cannes. Ovviamente non stiamo parlando dei grandi registi che tutti conoscono ... Questi sono film che non hanno riflettori che possano fargli conquistare una maggiore audience ed è molto importante. Penso che se arrivi su Netflix, hai di sicuro questo pubblico, perché avrai milioni di persone che guarderanno il tuo film. Credo allora che sia in qualche modo ingiusto rubare questo palcoscenico che è molto importante per la visibilità di alcuni film e persone che cercano di conquistarsi una audience. 

Detto ciò, recentemente ho guardato Annientamento di Alex Garland su Netflix e ho pensato ‘questo è un film dannatamente brillante’ e l’ho adorato, l’ho davvero adorato. Ho pensato che fosse grandioso, e intelligente, e bellissimo, e molto, molto preciso, molto coerente e l’ho amato. E ho pensato che fosse davvero un peccato che non potessi vederlo sul grande schermo, perché era visivamente così bello ed ero molto frustrata per via dello schermo del mio computer. Quindi non è una cosa facile. Non so bene come affrontare questo argomento perché davvero credo in ciò che ho iniziato a dire, ossia che è davvero importante puntare i riflettori su qualcosa che non avrebbe altrimenti visibilità, ma allo stesso tempo c’è questo film che è fenomenale e che avrei tanto voluto vedere sul grande schermo. Sono combattuta, non riesco a dare una definizione definitiva del problema.

Se ricevessi una proposta da parte di una piattaforma streaming, come Netflix, Hulu e via dicendo, per un film, senza altre possibilità di distribuzione, saresti quindi interessata?

La questione è che per ora ho diretto solo un lungometraggio, quindi per me fare film significa solo per il grande schermo. Ho sempre ragionato in questo modo … è importantissimo il lavoro di montaggio, perché ritengo che, cambiando format, cambi davvero tanto il tipo di lavoro sul montaggio. Per esempio, quando sai che certe persone possono semplicemente mettere in pausa il film in ogni momento e andare a mangiare qualcosa e poi tornare a guardarlo, o ricevere una telefonata ecc. devi in qualche modo [pensare ai tempi del tuo film in quel modo]. Dico ciò perché ho girato un film TV [Mange, 2012] prima di Raw – Una cruda verità ed è esattamente la logica che avevo nella mia testa. A un certo punto lo spettatore smetterà di seguire la storia, quindi devi montarlo in maniera più veloce, in maniera più efficiente e tendi a dimenticarti di quei momenti in cui hai una sequenza in cui vuoi che la gente respiri, rallentando. E non puoi farlo quando stai dirigendo per la televisione o, suppongo, per Netflix, perché anche lì hai lo stesso potenziale problema di ‘attenzione’. Quindi per ora spero di poter puntare ancora al grande schermo, perché mi piace davvero avere questa libertà nel montaggio, nella struttura del film, ma non sono contraria, perché penso che forse dopo tre o quattro film, potrei voler cambiare format e provare a vedere che cosa posso fare in quel contesto nuovo, e affrontare queste problematiche. Quindi per me si tratta semplicemente di due differenti modi di realizzare film. I davvero non penso che tu possa farli allo stesso modo quando ti sposti da un format all’altro. Non penso che tu possa fare un film sapendo che andrà soltanto su Netflix. Nella mia testa, penso che lo sto girando per il cinema. Penso che non avrebbe senso. Non puoi trovarti lì e adattarti, benché sia interessante, perché è una nuova esperienza, un nuovo modo di fare film. Quindi non sono contraria, ma non credo di voler iniziare ora, perché, come ti dicevo, ho alle spalle un solo lungometraggio per il grande schermo per ora e in un certo senso voglio proseguire su questa strada.

Qual è il tuo rapporto con il cinema italiano di genere e in generale?

Sono stata molto influenzata dal cinema italiano, dal neorealismo in particolare. Pier Paolo Pasolini e Federico Fellini sono ambedue registi che ho scoperto quando ero al liceo e che poi ho compreso di più quando ho frequentato la scuola di cinema e che sono stati davvero molto importanti nel mio universo e per la mia vision. Sono molto vicina e amo moltissimo Amarcord, perché mi piace davvero e mi rapporto profondamente con questo punto di vista, che è interiore. Quando sprofondi nelle fantasie e nei ricordi di qualcuno e chiunque e qualsiasi cosa appaiono distorti … e i corpi delle donne sono incredibili. Tutto è deformato e tutto allo stesso tempo è come se fosse una fantasia dolce amara e io sono davvero legata a questo modo di raccontare una storia. Poi ovviamente Pasolini. Pasolini è stato per tutti un grande shock. Quando l’ho scoperto, il mio mondo è cambiato parecchio. Mi ricordo di aver visto Salò o le 120 giornate di Sodoma, ero da sola al cinema [ride]. A essere precisi non esattamente sola, perché c’erano tre persone in sala con me, ma io ho cercato di fare del mio meglio per non guardarli, perché quando questo film non vuoi assolutamente avere alcun contatto con alcun altro essere umano. E’ davvero qualcosa che devi vedere da solo. Ed è stata un’esperienza folle, anche con Teorema. Ho visto molti film di Pasolini perché a quel punto bramavo vederli e guardarli uno dopo l’altro. Sono incredibilmente neorealisti, li definirei addirittura surrealisti, e mi hanno in qualche modo mostrato qualcosa in cui puoi creare tutte le immagini che vuoi. Hanno questo modo di appropriarsi del mondo e di farlo proprio, e puoi vederlo in Amarcord in cui il mondo non è mai il mondo, ma la ‘loro’ messa in scena del mondo. Questo è qualcosa che mi ha influenzato tantissimo. Per quanto riguarda i contemporanei ovviamente Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, sono una grande fan e ho amato molto tutto ciò che hanno fatto.

Per finire sull’Italia, sono appena tornata a casa dopo sei settimane a Roma, perché scrivo tutte le mie sceneggiature là. Ogni volta che devo scrivere vado a Roma da sola per un lungo periodo e sono innamorata dell’Italia e parlo italiano molto bene! [queste ultime frasi le pronuncia infatti nella nostra lingua]. Conosco Roma molto bene e ogni tanto, quando ho bisogno di tempo per scrivere e stare da sola, vado a Roma.

Di seguito il cortometraggio Junior, realizzato da Julia Ducournau nel 2011:

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