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Titolo originale: Annihilation, uscita: 22-02-2018. Budget: $40,000,000. Regista: Alex Garland.

Annientamento di Alex Garland: una possibile spiegazione del film

12/03/2018 news di Redazione Il Cineocchio

La pellicola con Natalie Portman distribuita su Netflix utilizza la sci-fi e il romanzo di Jeff VanderMeer come mera 'copertura' per raccontare qualcosa di molto umano e doloroso, basta saper cogliere metafore e indizi

Da oggi 12 marzo, Annientamento (Annihilation) di Alex Garland (Ex Machina) è entrato nel catalogo di Netflix Italia – ce lo distribuisce in esclusvia mondiale – e, se avete già avuto modo di vederlo (la nostra recensione), potreste essere anche voi rimasti frastornati e/o delusi non soltanto dal finale, ma anche dallo svolgimento, che si presta a diverse interpretazioni, più o meno chiare di primo acchito.

Seguono SPOILER.

Come giusto che sia, un film non deve essere un indovinello, di cui esiste una sola risposta giusta, ma tutto è soggettivo, pertanto aperto all’interpretazione del singolo. La fantascienza migliore d’altro canto è quella che porta lo spettatore a riflettere una volta terminati i titoli di coda, a esplorare certe idee e interrogativi che sono stati presentati in modo innovativo o unico. L’ultima fatica di Alex Garland rientra proprio tra questi casi. Qualcuno potrà trovarlo frustrante perché si aspettava il classico film d’azione, ma esattamente come capitato pochi mesi fa con Madre! (Mother!) di Darren Aronofsky (la nostra spiegazione), Annientamento racchiude in sé un sostrato metaforico non immediatamente percepibile da chi lo affronta con un certo spirito. L’idea alla sua base dovrebbe essere quella di proiettare il pubblico nel medesimo stato di spaesamento in cui si trovano le protagoniste, offrendo si una spiegazione per ciò che sta accadendo, ma allo stesso tempo non rivelando mai le tematiche meno esplicite.

Quindi di cosa parla esattamente Annientamento? E’ un film che parla del cancro.

Nessuno nel film dice “stiamo parlando di cancro”, o non staremmo scrivendo questo pezzo ora, ma appare chiaro fin dai primi minuti che la premessa della pellicola di Alex Garland sia fondamentalmente “cosa succederebbe se fosse il pianeta Terra stesso a prendere il cancro?“. E quindi la pellicola prosegue su tale premessa. La trama potrà pur essere incentrata su una biologa, Lena (Natalie Portman), che assieme ad alcune colleghe scienziate, la Dott.ssa Ventress (Jennifer Jason Leigh), Thorensen (Gina Rodriguez), Sheppard (Tuva Novotny) e Radek (Tessa Thompson), si addentra nella Area X, un fenomeno inspiegabile, alla ricerca di risposte. Ma il film parla di cancro, e lo si può vedere decisamente lungo tutti i suoi 110 minuti di durata. Immediatamente cogliamo un indizio dalla prima lezione che Lena tiene alla Johns Hopkins, in cui parla ai suoi studenti della divisione cellulare e di come una cellula si divida e muti. Poi c’è un flashback tre anni nel passato, quando qualcosa – probabilmente un meteorite – si schianta vicino a un faro sulla costa degli Stati Uniti e comincia a espandersi, inglobando tutto ciò che trova sulla sua strada L’inesplicabile fenomeno si sviluppa in modo assai affine a un tumore: prima tutto è normale, poi non lo è più. Certo possiamo parlare di fattori di rischio, ma ci sono molti casi in cui persone perfettamente in salute a un certo punto si ammalano di cancro; non che tale male sia incomprensibile, ma c’è ancora certo molto da capire sulla sua origine e il suo sviluppo.

Una volta che Lena a il suo team si addentrano nell’Area X, iniziano a notare delle mutazioni, e tali mutazioni possono essere anch’esse leggibili come sintomi di un cancro, ovvero la zona tumorale al cuore per l’appunto dell’Area X, il faro, che compromette mano a mano che cresce le cellule circostanti. Alex Garland sta quindi mettendo in scena un fenomeno biologico, declinandolo a qualcosa di simile a quello visto in Viaggio allucinante (Fantastic Voyage) del 1966, ma invece che rimpicciolirsi e addentrarsi nel corpo di qualcuno, ciò che il gruppo di scienziate esplora è la Terra stessa.

Tutto è distrutto dalle mutazioni e, come la Radek spiega successivamente al gruppo, si trovano all’interno di un prisma, quindi tutto è rifratto. Le menti, i corpi – ogni cosa- vengono messe sottosopra, perché questo è ciò che fa il cancro a un corpo sano. Ma Alex Garland presenta tutto ciò in un modo molto specifico. Non succede come in The Cloverfield Paradox (la nostra spiegazione del film di Julius Onah), dove accadono stranezza di ogni tipo eppure nulla viene motivato razionalmente, cosicché vediamo un uomo il cui interno pullula di vermi mentre a un altro si stacca un braccio che continua a godere di vita propria. Annientamento rimane sempre verisimile, mostrando costantemente le mutazioni in atto, ma di un tipo che potrebbe davvero presentarsi in un corpo umano. Il regista saggiamente si astiene dal presentare ogni stranezza come semplicemente disgustosa o visivamente accattivante. C’è una differenza ben calcolata. La vita cresce e muta, talvolta si può incontrare qualcosa di stupefacente, come un bianco e scheletrico cervo con lunghi rami in fiore al posto delle corna, e altre volte puoi incappare in un “orso che urla” con voce umana.

Dunque, nel libero adattamento di Alex Garland (è anche sceneggiatore di Annientamento) dell’omonimo romanzo di Jeff VanderMeer, sono i dettagli a rivelare la metafora del cancro. Per esempio, la spedizione è composta di sole donne. Da una prospettiva di trama, tale scelta viene spiegata facendo notare che i precedenti team erano composti da soli uomini, quindi questa volta il risultato potrebbe essere differente. Comunque, vale la pena sottolineare che una delle più diffuse forme di cancro sia quella al seno, che colpisce naturalmente le donne. In più, nonostante tutti i personaggi siano dei dottori di qualche tipo (eccetto la Thorensen che è un paramedico), l’unico personaggio a cui si rivolgono sempre con il suffisso “Dott.” è la dottoressa Ventress. Nonostante lei sia una psicologa, la sua funzione nella storia ha poco a che vedere con la psicologia e più con l’osservare persone che entrano nell’Area X senza mai farne ritorno. Questo non è molto diverso da quello che accade a un oncologo che perde alcuni dei suoi pazienti. Naturalmente la conoscenza non è una difesa contro il cancro e proprio la Ventress ha realmente un tumore.

A questo punto, in che modo il cancro si relaziona con i flashback di Lena? Nel modo in cui la sua autodistruzione crea una sorta di cancro all’interno del suo matrimonio. La storia della protagonista è il cuore di Annientamento. La sua tesa relazione con il marito, il suo senso di colpa per averlo tradito e la sua disperata ricerca di qualcosa che possa aiutarlo. Basterebbero questi elementi a creare un film indubbiamente affascinante, ma freddo. Non esisterebbe un centro emotivo, perché si avrebbero solamente cinque persone che attraversano le fasi del cancro. Tutto quanto nei flashback riguarda l’umanità ritrovabile in ciascun essere umano – i nostri rimpianti, le nostre speranze, i nostri sogni. Per Lena si tratta di cercare la redenzione.

Per questo motivo quando parla di andare a salvare Kane (Oscar Isaac) lei non dice “lo amo”, bensì “glielo devo”. Man manoc he il film prosegue e ci avviciniamo al punto d’origine del tutto, perdiamo Sheppard e la Thorensen, ma non è certo una sorpresa. Fin dai minuti iniziali sappiamo che quei due personaggi moriranno e veniamo lasciati a immaginare cosa esattamente gli sia successo. In definitiva però, l’epilogo che aspetta ogni protagonista è fondamentalmente una morte di qualche tipo. La Radek fa notare che la Ventress “vuole affrontarla”, mentre Lena “vuole combatterla”, ma lei alla fine sceglie semplicemente di accettarla. A volte le persone se ne vanno in modo violento, altre scivolano via. Non c’è un solo modo di affrontare la ‘morte di tumore’. La ragione per cui Annientamento non rappresenta tutti i tipi di morte è riconducibile al modo in cui Garland ci segnala la sua metafora lungo tutto il film. Ogni cosa è resa metastasi per poi cambiare. Spesso vediamo immagini di cellule che si dividono. Quando scorgiamo il soldato morto nella piscina senz’acqua, il suo corpo si è sostanzialmente squarciato e si è espanso nel modo in cui una cellula cancerogena distruggerebbe una cellula sana. Il faro stesso ha una crescita che ricorda decisamente quella di un tumore. Se Alex Garland avesse voluto mostrare semplicemente la Morte in tutte le sue forme, avrebbe quasi sicuramente usato un immaginario diverso, come sangue o cenere. Senza contare che la Ventress, l’unico personaggio che presenta davvero tale patologia, passa attraverso la definizione letterale di annientamento così come inteso in fisica, ossia “la conversione della materia in energia, specialmente la mutua conversione di una particella e di un’antiparticella in radiazione elettromagnetica”.

Allora perché la stessa cosa non succede a Lena? Per la stessa ragione per cui il cancro non uccide tutti quelli che lo contraggono. Ma quando vediamo la donna faccia a faccia con la sua immagine speculare aliena, questa è una potentissima rappresentazione visiva del cancro. Esso è infatti sia qualcosa di completamente estraneo che di insito nelle nostre cellule. Non è un’infezione o un virus. E’ il nostro stesso corpo che si ribella contro di noi, che è quello che capita proprio a Lena dentro al faro. L’unico modo in cui lei può provare a distruggerlo è con una granata al fosforo, che potrebbe benissimo essere un rimando alla chemioterapia. Si tratta di una forza distruttiva utilizzata per spegnere l’essere alieno che è parte di noi.

ALex Garland in un’intervista ha dichiarato che il film parla dell’autodistruzione, e a un livello metafisico Annientamento certamente affronta anche questo aspetto. La Ventress e Lena hanno addirittura una esplicita conversazione in cui sottolineano come l’autodistruzione e il suicidio non siano la stessa cosa. Ma se guardate ad Annientamento come a un film sul cancro, allora l’autodistruzione diventa in un certo senso letterale, il cancro distrugge l’io in termini biologici e la pellicola di Garland mostra l’autodistruzione che si riflette sull’ambiente. Quando pensiamo all’autodistruzione, solitamente pensiamo a qualcuno che fa a pezzi il proprio appartamento oppure beve fino a perdere conoscenza. In Annientamento lo vediamo invece a un livello biologico.

L’ultima scena del film è certo la più criptica, dove troviamo Kane, che si è ripreso, e Lena di nuovo insieme. Lei riconosce che questo Kane non è probabilmente il suo Kane, ma quasi sicuramente una sua copia creata all’interno del faro. Sono entrambi dei ‘sopravvissuti’ e lui risulta – come comprensibile – permanentemente cambiato da tale esperienza. Quando vediamo il barlume del Bagliore rimasto negli occhi occhi di entrambi è un riferimento al fatto che il cancro, una volta che lo si ha avuto, rimane sempre con te, non importa quanto pensi di averlo sconfitto. In più, è un riferimento alla natura del loro matrimonio e al cambiamento delle basi dello stesso. Sono due persone differenti adesso e anche se si togliesse tutto il coté sci-fi e si avessero sullo schermo solo una moglie che ritorna dal marito dopo averlo tradito e lui abbia saputo dell’infedeltà, che lo ha spinto in prima battuta ad andarsene, loro due sarebbero ugualmente per sempre cambiati.

Ma allora, perché non si è optato semplicemente per un film tradizionale sul cancro? E perché spingere così tanto sull’autodistruzione? Forse perché solitamente siamo abituati a un solo tipo di film del genere, quello con un paziente/protagonista malato. E questo ha naturalmente senso, perché crea una situazione drammatica e strappa lacrime nonché, sfortunatamente, una in cui molte persone si ritrovano perchè ci hanno avuto a che fare.

Quello che rende Annientamento speciale è che vuole fare i conti con il freddo e noncurante orrore di questa eventualità. L’ ‘orso che urla’ non è soltanto una terrificante aberrazione che potrebbe farci a pezzi; rappresenta anche la paura di come le persone potrebbero ricordare il momento della nostra morte. E’ la paura di un paziente malato di cancro di essere ricordato non per chi è stato, ma per i suoi momenti finali di agonia. C’è sicuramente autodistruzione, nei termini in cui l’identità di un individuo viene annientata, ma si tratta anche di una forma specifica di morte.

E’ per questo motivo che quando Lomax (Benedict Wong), lo scienziato che sta interrogando Lena, dice “quindi era alieno?”, tale domanda rimbomba con un tonfo sordo. Sì, a un livello letterale, tutta la faccenda ruota attorno agli “alieni”, ma questo termine è talmente ampio come accezione che viene reso privo di significato ed è evidente che Garland non ha certo realizzato un film sugli extraterrestri. Ha girato un film che parla di noi e della cosa più terribile con cui molti avranno a che fare nel corso della propria vita, a un certo punto.

Ovviamente, questa non è l’unica interpretazione possibile di Annientamento. Come dimostrato anche dalla nostra recensione, qualcuno potrebbe comprensibilmente leggerci ‘solo’ un percorso di maturazione e di perdono. Questa nostra lettura non intende escludere le altre, ma piuttosto invitare a ulteriori discussioni, che è poi ciò che rende una pellicola di fantascienza interessante e memorabile. Non è come dire “questa è la risposta, ora siete liberi di tornare a casa”. E’ un’opera che si insinua nella vostra mente e che continuerà a tormentarvi a lungo anche dopo che il Bagliore si sarà affievolito.

Fonte: Clldr

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