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Voto: 6.5/10 Titolo originale: Irati , uscita: 24-02-2023. Budget: $4,300,000. Regista: Paul Urkijo.

Irati: la recensione del film fanta-storico di Paul Urkijo Alijo (Sitges 55)

15/10/2022 recensione film di Sabrina Crivelli

Il regista basco torna sulle scene esplorando ancora la mitologia delle sue terre, guidandoci in un medioevo fantasy sospeso tra culti pagani e cristianesimo

irati film basco 2022

Sono passati ormai cinque anni da quando Paul Urkijo Alijo ha debuttato a Sitges con Errementari: il Fabbro e il Diavolo (la recensione), horror fortemente radicato nella tradizione delle sue terre, i Paesi Baschi, che coniugava insieme il demoniaco, il fantastico e il leggendario.

Per il suo secondo film, Irati, il regista basco torna ad attingere da un passato magico legato alla cultura locale, ma fa un balzo indietro nel tempo a un medioevo sospeso tra credenze pagane e cristianesimo, riuscendo ancora una volta a confezionare un film visionario e originale.

Irati di Paul Urkijo Alijo poster778 DC. I Pirenei baschi sono in preda a una sanguinosa guerra. Il re, Ximeno, non spera ormai più in una possibile vittoria e decide di compiere un gesto estremo, anche per salvare il figlio ancora bambino Eneko (Eneko Sagardoy). Così, si reca nottetempo da Luxa (Elena Uriz), sacerdotessa dell’antica fede, rinnega il credo cristiano e le chiede di officiare per lui un rito di sangue, cosicché i suoi nemici siano sconfitti e periscano sul campo di battaglia.

La donna gli accorda la richiesta, dicendogli di rivolgersi a Mari, una divinità ancestrale che abita nel cuore della terra. Tuttavia, il prezzo da pagare è altissimo e Ximeno cade in battaglia lasciando solo il figlio che viene affidato al nonno e iniziato all’educazione nel credo cattolico.

La breve parentesi iniziale di Irati funge da cornice essenziale, definendo sia complesso periodo storico, nonché il personaggio di Eneko. Il centro della narrazione è tuttavia spostato a 15 anni dopo. Ormai adulto, e una volta tornato alla sua terra, il protagonista si trova ad affrontare Belasko (Kepa Errasti), spietato signore locale che – alla morte improvvisa del nonno di Eneko allora reggente – avanza pretese sul trono, basandosi sul fatto che Ximeno poco prima di morire si fosse convertito al paganesimo. Per questo motivo la sua discendenza non è adatta a governare in terre cristiane.

La disputa sulla successione non giunge a una conclusione chiara, ma chiaro è invece che le spoglie del padre, per suo volere tumulate secondo gli antichi riti, vadano riesumate e seppellite secondo il nuovo credo. Nella tomba però, sconvolgentemente, non ci sono. Segno nefasto? Stregoneria? Comunque sia, Eneko è costretto ad intraprendere un viaggio alla ricerca del corpo del padre scomparso e del tesoro di Carlo Magno (che pare essere seppellito nello stesso luogo misterioso), accompagnato da Irati (Edurne Azkarate), misteriosa giovane che la sacerdotessa Luxa ha cresciuto e unica che conosce la strada.

Se non si può dire che le tensioni religiose siano il fulcro tematico unico, o principale, di Irati, ne sono senza dubbio un ingrediente rilevante. Interessante è perciò, anzitutto, il modo in cui viene rappresentato lo scontro tra il culto pagano di Mari e la religione cristiana in ascesa in termini culturali e antropologici. E il parallelo tra le due fedi non è certo lusinghiero per i cattolici, crudeli, avidi, violenti e irrispettosi dell’ambiente.

Il prelato rappresentato da Padre Virila (Ramón Agirre) e i suoi seguaci non si limitano infatti ad abbattere arbusti millenari – che evocativamente sanguinano – e piantare croci nel terreno trafiggendo dolorosamente le incarnazioni fantastiche di spiriti boschivi ancestrali. Ancor peggio, opprimono e perseguitano chi non si è ancora convertito – Luxa e Irati – tacciandole di stregoneria. Le due donne, invece, quali ultime esponenti del paganesimo, vivono in perfetta sintonia con la natura e rispettano ogni albero e creatura.

Irati di Paul Urkijo Alijo- 2L’antitesi tra i due mondi esula poi dalla mera caratterizzazione dei personaggi per estendersi all’impianto visivo di Irati in maniera evocativa. Gli insediamenti umani cristiani sono spogli e freddi. All’interno del castello, il luogo di culto cristiano è poi costituito da una sala di pietra spoglia dai tratti tipicamente alto-medioevali, adornata da qualche icona sacra e decorazione geometrica e illuminata solo dalla luce piatta e debole delle candele che conferisce agli spazi un’aura sinistra.

Non ci sono tesori, né meraviglie naturali, ma solo una statua di legno della Vergine Maria, che viene spesso inquadrata a creare un parallelo con Mari, suo antecedente pagano.

Il santuario di Irati e Luxa è profondamente diverso. Si tratta di un intero universo panteista connesso a un credo morente, quello nella Dama, Mari, ossia madre natura, che è legata ai boschi e alle creature che li abitano. Prende forma nelle distese verdi e incontaminate dei Pireni baschi dove il fitto fogliame sembra quasi tingere di verde i flebili raggi solari. Ne discende un panorama reso quasi onirico dalla fotografate di Gorka Gómez Andreu.

Poi c’è la profonda caverna ipogea dove Irati ed Eneko discendono in cerca dei resti del padre di lui. Diversamente dai muri spogli di pietra del luogo di culto cristiano, i suoi muri sono dipinti con antichi segni che rappresentano Mari e la sua stirpe, i gentili e le lamie, le stalagmiti assumo volti di creature arcane. Ne discende una dimensione surreale, tinta di rosso intenso, dove l’uso suggestivo della fotografia ricorda l’illuminazione monocroma gialla sempre ad opera di Gorka Gómez Andreu che accendeva, come una fiamma, la fucina luciferina di Errementari: il Fabbro e il Diavolo.

Irati di Paul Urkijo Alijo - 3Nel dominio boschivo lussureggiante o sotterraneo e metafisico di Mari, incontriamo le creature fantastiche della mitologia basca. Il ciclope, un gigantesco serpente rosso, Sugar, giganti ricoperti di muschio e di sterpi prendono vividamente forma in una equilibrata commistione tra effetti pratici e visivi. Affascinante e arcana è l’immagine di Mari, dea dalle lunghe trecce che le coprono interamente il volto e il corpo nudo.

Ad interpretarla è una enigmatica e solenne Itziar Ituño, che ci regala una perfetta incarnazione del credo antico. Altrettanto curate sono infine la scena di battaglia iniziale, sanguinosa, irruente e ben coreografata, e la rappresentazione di alcuni eventi prodigiosi, come le repentine grandinate.

Uno dei principali punti di forza di Irati è, nuovamente, quello di delineare un medioevo fiabesco in cui la magia è ancora possibile. Più in generale, tale sospensione tra concreto e fantastico è quella che ha definito la cinematografica e lo stile di Paul Urkijo Alijo sino a ora e che lo rende unico grazie al suo forte radicamento nelle tradizioni basche e alla capacità di declinarle attraverso il vocabolario di genere. Aspettiamo con curiosità la prossima incursione di Paul Urkijo Alijo nell’interessante mitologia basca.

Di seguito il trailer internazionale di Irati, al momento senza una data di distribuzione in Italia: