Un prodotto senza identità, un possession movie che usa il mostro classico come semplice pretesto
Con La Mummia, Lee Cronin (già regista di La Casa: Il risveglio del Male) affronta uno dei miti più iconici dell’horror, ma invece di reinventarlo lo riduce a un involucro vuoto. Più che una rilettura, il film è un possession movie travestito, che usa l’Egitto come semplice decorazione senza mai costruire un’identità propria.
La storia si apre al Cairo, dove la famiglia Cannon vive una quotidianità tranquilla destinata a spezzarsi bruscamente quando la piccola Katie scompare nel nulla. Anni dopo, ormai trasferiti negli Stati Uniti e segnati da una perdita mai elaborata, i genitori ricevono una notizia impossibile: la figlia è stata ritrovata viva, rinchiusa in un antico sarcofago. Un ritorno che già sulla carta appare poco credibile e costruito più per necessità narrative che per coerenza interna, e che infatti dà il via a una serie di sviluppi sempre più meccanici e prevedibili. L’inspiegabile rientro a casa, però, non è una salvezza ma l’inizio di una lenta disintegrazione. Katie non è più la stessa, e la sua presenza innesca una spirale di comportamenti disturbanti e violenti che trasformano la casa in un luogo ostile.
È qui che il film rivela la sua vera natura. Il riferimento principale non è La Mummia, bensì L’Esorcista di William Friedkin. La struttura è quella classica: un corpo innocente contaminato, una famiglia incapace di reagire, una presenza che si manifesta attraverso violenza, deformazione e perdita di controllo. A questo si aggiunge l’impronta dello stesso Cronin, che riprende senza troppi filtri dinamiche già viste nel suo capitolo di La Casa / Evil Dead, tra possessioni aggressive, corpi che si sfaldano e un uso insistito del disgusto fisico, tanto da far pensare che inizialmente questo avrebbe dovuto essere un sequel. Il problema è che questi elementi non vengono rielaborati, ma riproposti in modo schematico, dando la sensazione di un film che si limita a replicare formule già viste senza mai trovare una variazione significativa.
Il risultato è un prodotto (griffato dalle integerrime Blumhouse e Atomic Monster) che non rielabora queste influenze, ma le assembla. Più che una reinterpretazione, sembra un collage di elementi già codificati, in cui la componente egizia resta superficiale e intercambiabile. La mummia, di fatto, non esiste. Non è un personaggio, non è una presenza definita, non è nemmeno davvero necessaria. Potrebbe essere qualsiasi demone e il film non cambierebbe di una virgola. Il mito viene evocato solo per essere immediatamente svuotato, lasciando spazio a un racconto privo di specificità.
Sul piano formale, Cronin dimostra però ancora una certa efficacia. La regia punta su una vicinanza costante ai corpi e ai volti, su dettagli che disturbano e su un uso del suono che amplifica la sensazione di disagio. Ci sono momenti in cui il film riesce a funzionare, soprattutto quando si affida alla dimensione sensoriale e lascia respirare l’atmosfera. Ma sono episodi isolati all’interno di una struttura narrativa fragile, che ricorre spesso a soluzioni comode invece di costruire tensione in modo organico.
A pesare è anche una evidente povertà delle location (e della CGI): dopo un incipit ambientato in Egitto (forse), il film si chiude rapidamente in ambienti domestici poco valorizzati, con set che a tratti risultano artificiali e contribuiscono a una sensazione generale di limitazione visiva. Considerando un budget intorno ai 15 milioni di dollari, la scelta poteva essere comprensibile, ma resta il fatto che il risultato appare spesso più piccolo e meno ambizioso di quanto il soggetto richiederebbe.
Il problema principale resta comunque la scrittura, che appiattisce tutto su spiegazioni esplicite e dialoghi ridondanti. L’allegoria del lutto viene ribadita fino allo sfinimento, togliendo forza a ogni possibile ambiguità e rendendo il film prevedibile ben prima del suo sviluppo. Invece di suggerire, il film insiste nel chiarire, svuotando progressivamente l’impatto emotivo.
Anche il tono si incrina con il passare dei minuti. Dopo aver costruito una tensione cupa e controllata, La Mummia perde definitivamente il controllo nel finale, scivolando in una deriva più spettacolare e a tratti grottesca, richiamando apertamente l’horror più eccessivo di La Casa / Evil Dead. Alcune sequenze risultano talmente sbilanciate da sfiorare involontariamente il ridicolo, più confuse che disturbanti. La durata, superiore alle due ore, non fa che accentuare il problema, con un epilogo che si prolunga senza reale necessità.
Nel cast, Laia Costa riesce a mantenere una certa credibilità emotiva, mentre Jack Reynor resta (non) sorprendentemente neutro. A emergere sono allora soprattutto le giovani interpreti, Natalie Grace e Billie Roy, che portano sullo schermo una presenza più incisiva e disturbante, sostenendo gran parte del film.
Alla fine, La Mummia di Lee Cronin è un’operazione fallita. Non solo non riesce a reinventare il mito che promette, ma non funziona nemmeno come horror autonomo. Rimane un prodotto derivativo, prevedibile e privo di personalità, che si limita a riassemblare elementi già visti senza mai trasformarli in qualcosa di davvero efficace.
Di seguito trovate il trailer doppiato in italiano di Lee Cronin – La Mummia, nei cinema dal 16 aprile: