Home » Cinema » Azione & Avventura » La Terra dei Figli: la recensione del film diretto da Claudio Cupellini (dal romanzo grafico di Gipi)

6/10 su 14 voti. Titolo originale: La terra dei figli , uscita: 01-07-2021. Regista: Claudio Cupellini.

La Terra dei Figli: la recensione del film diretto da Claudio Cupellini (dal romanzo grafico di Gipi)

09/10/2021 recensione film di Sabrina Crivelli

Il regista dirige un cinecomic italiano sorprendentemente coraggioso, che esplora in modo crudo e insieme commovente una futuro post-apocalittico inquietantemente vicino

Cruda storia di formazione sullo sfondo di un futuro desolante, La terra dei figli di Claudio Cupellini (Alaska) riesce a bilanciare dramma, coinvolgimento emotivo e orrore in una cronaca post-apocalittica dalla profondità straziante, caratteristiche che non stupiscono visto che rispecchiano perfettamente la graphic novel di Gipi di cui il film è adattamento piuttosto fedele.

Ormai da anni, cinema e letteratura si nutrono degli evocativi scenari del post-fine del mondo, senza risparmiare una nutrita gamma di stereotipi di genere e sottogenere. Le sue declinazioni, con qualche piccola variazione su tema, sono radicate in un immaginario ben consolidato e si basano su una serie di leve narrative piuttosto ripetitive: la carenza e lotta per il cibo, l’evoluzione – o involuzione – dei sopravvissuti in strutture sociali più o meno civilizzate, la violenza, il cannibalismo e la solidarietà anche nella sciagura. Insomma, tutto si può facilmente ricondurre a un semplice quesito: come saremo se una catastrofe globale dovesse sterminare buona parte dell’umanità e lasciare i pochi rimasti a combattere per la sopravvivenza?

la terra dei figli film poster 2021Ebbene, se alcuni tra gli ingredienti fondamentali ritornano in La terra dei figli, a essere tutt’altro che banale o ritrita è la chiave di lettura con cui il filone viene reinterpretato anzitutto da Gipi, poi nella sceneggiatura a sei mani di Claudio Cupellini, Guido Iuculano e Filippo Gravino, e infine nella sua trasposizione cinematografica.

La storia si apre con un rapido excursus sull’amara vita quotidiana di una coppia di sopravvissuti, quelli che sono definiti semplicemente il figlio (Leon de la Vallée) e il padre (Paolo Pierobon). D’altronde, a che cosa servono i nomi propri in un mondo dimentico dei precedenti scambi sociali? Inoltre, la loro assenza concorre a delineare un archetipico nucleo famigliare che, non specificando l’identità del singolo, si erge a universale.

I due vivono in una casa di legno fatiscente in una zona lacustre all’interno di una chiusa. Si sostentano come possono, pescando nelle acque limacciose e assai povere di vita marina e scambiando, o elemosinando, beni di prima necessità con un burbero vicino. Nella loro esistenza non c’è spazio per la tenerezza, come il padre dichiara ad una meno impassibile vecchia amica, la strega (Valeria Golino). Non una parola gentile, non una carezza o un abbraccio, l’adulto si limita a gridare o schiaffeggiare il povero adolescente, che sembra invece agognare la sua approvazione in ogni modo senza mai riuscirci. Ne risulta una figura genitoriale assai distante dal padre iperprotettivo e amorevole che non di rado abbiamo incontrato nella fantascienza – sullo schermo e su carta-. Se pensiamo, ad esempio, a The Road (sia nella sua veste letteraria del libro scritto da Cormac McCarthy, che nella versione cinematografica diretta da John Hillcoat), i protagonisti e il loro atteggiamento è pressoché antitetico.

Allo stesso modo, il figlio è decisamente distante dal prototipo del giovane sensibile e indifeso. Seppure s’intravveda qualche sfumatura di innocenza fanciullesca, il giovane protagonista di La terra dei figli è incarnato da un ragazzino perennemente arrabbiato, e spietato con animali e persone. Non esita nemmeno un attimo a uccidere un altro essere umano, se non gli è utile. Vive in uno stato quasi ferino, non ha istruzione e non sa leggere, e la sua moralità (come il padre stesso riconosce) è quella adatta a una civiltà primitiva e senza regole, dove si deve essere spietati, non fidarsi di nessuno e pronti a tutto per sopravvivere.

Sia il padre che il figlio quindi hanno ben poco in comune con i personaggi positivi che sovente popolano il sottogenere distopico. In apertura, il messaggio di La Terra dei Figli – decisamente poco edificante e ancor meno commerciale – sembra essere: nella barbarie di un mondo dolente solo gli individui più feroci e malvagi sfuggono alla morte. Tuttavia, non è così semplice. Uno dei maggiori pregi del fumetto, come della sua resa cinematografica, è la stratificazione della psicologia dei protagonisti, che rifugge ogni facile semplificazione buonista e emerge lentamente con il procedere del minutaggio. Entrambi celano difatti una doppia natura.

la terra dei figli film 2021 mastandreaEd è proprio questa loro complessità a renderli umani, commoventi ed estremamente coinvolgenti. È però necessario un lungo viaggio perché il segreto delle loro anime venga rivelato; tale viaggio, per entrambi, ruota intorno a un diario, quello che il padre scrive ogni giorno nell’intimità della notte e che il figlio vorrebbe disperatamente leggere, ma che gli è vietato anche solo toccare. Comunque sia, essendo completamente analfabeta, impossessarsene servirebbe a poco.

Poi, d’improvviso, il padre muore, ed è per il figlio praticamente ancora uno sconosciuto. Perciò il diario diviene il motore del cammino – esteriore e interiore – che porta l’adolescente al di fuori del suo microcosmo protetto, alla ricerca di qualcuno che sappia leggere. Tuttavia, il suo percorso va ben oltre il tangibile. È una ricerca a ritroso, nei ricordi paterni, per riscoprire l’essenza di un mondo perduto di cui solo gli adulti hanno memoria. Le piccole e grandi cose – i cani accucciati sul tappeto, le carezze, perfino degli esami clinici e le file in ospedale – sono lussi, guardati con nostalgia da coloro che li hanno conosciuti e inconcepibili per chi non li ha mai esperiti.

L’arida realtà tratteggiata in La terra dei figli cela allora un’anima come i suoi protagonisti, nonostante gli scenari desolati e gli spettrali individui che li abitano facciano pensare il contrario. Il senso di morte incombe palpabile nelle nebbie costanti e nella pioggia battente. Il grigio cupo della fotografia di Gergely Pohárnok acuisce la sensazione di malessere che trasmettono le campagne stinte e le acque limacciose del fiume. La scelta cromatica e il minimalismo delle location, delle baracche e delle strutture industriali in disuso creano un senso di desolazione concreto, realista. Il futuro in cui i ‘veleni’ hanno decimato l’umanità è inquietantemente vicino. Non servono set hollywoodiani per edificare un panorama apocalittico tangibile, anzi. E lo stesso vale per la sceneggiatura, i dialoghi, gli attori. Prima tra tutti Leon de la Vallée, che con un’espressività sottotono rende perfettamente la sommessa rabbia e disperazione del personaggio che interpreta.

la terra dei figli film 2021Poi però c’è l’orrore profondo. L’apocalisse si percepisce, sebbene non si parli mai esplicitamente di quale terribile tragedia si sia consumata per giungere a quel punto. I mostri che popolano le lande inesplorate pertengono al repertorio di cannibali (tra cui riconosciamo Valerio Mastandrea nei panni di un ‘boia’ mascherato), stupratori e violenti che spesso rappresentano i villain dell’universo distopico. Il più forte ha potere di vita e di morte sul più debole una volta che la legge viene meno.

È vero, quelli citati sono alcuni dei tratti distintivi, topos e dinamiche tipiche da peregrinazione filmica post-cataclisma. Quel che invece fa davvero la differenza in La terra dei figli rispetto ad altri casi – come il già citato The Road – è il tono, l’uso che ne viene fatto. Le vie facili, le edulcorazioni, sono abbandonate in questo ritratto impietoso di un avvenire di brutalità in cui nessuno è davvero senza peccato. Non esistono eroi, solo antieroi e desolazione. Innegabilmente poi certe immagini, come la disumana prigionia di Maria, sono piuttosto forti e insolite per il cinema nostrano. Al contempo, in tanta mostruosità risiede il germe della rinascita, di un’umanità fondata sulla memoria di ciò che era; la memoria del padre, la memoria dei padri. Coraggiosa è quindi sono la freddezza della narrazione e la scelta dei modi della rappresentazione quanto quella del soggetto (non originale). Profonde sono le implicazioni e le sfaccettature.

Tale audacia però pare non paghi in Italia poiché, nonostante l’indiscutibile valore di La terra dei figli, nella forma come nel contenuto, il risultato al botteghino è rimasto lontano dall’essere entusiasmante (ha incassato appena 78 mila euro), complice una promozione sottotono. È triste pensare che uno dei pochi prodotti di genere nostrani veramente meritevole di diffusione sia stato così ingiustamente trascurato.

Di seguito trovate il full trailer di La Terra dei Figli: