Home » Cinema » Horror & Thriller » Matar a Dios (Killing God): la recensione del film horror di Caye Casas e Albert Pintó

Voto: 6/10 Titolo originale: Matar a Dios , uscita: 11-10-2017. Regista: Caye Casas.

Matar a Dios (Killing God): la recensione del film horror di Caye Casas e Albert Pintó

20/10/2017 recensione film di Sabrina Crivelli

Una paradossale dark comedy spagnola su un dio/clochard nano e quattro disgraziati che devono scegliere i nuovi Adamo ed Eva in vista dell'Apocalisse

matar a dios film

Premio del pubblico alla 50° edizione del Festival di Sitges, Matar a Dios (Killing God) di Caye Casas e Albert Pintó è un paradossale e cinico dialogo con Dio, che ha però le peculiari sembianze di uno sprezzante nano barbuto.

Matar a DiosMinimale nella trama e nelle ambientazioni, la storia è incentrata su un nucleo familiare disfuzionale che viene in contatto con uno strambo e inquietante individuo, il quale si materializza nel bagno della casa affittata per il capodanno.

Tutti i personaggi d’altra parte sono singolari e problematici! Entrano in scena per prima una coppia di sposi di lunga data, Carlos (Eduardo Antuña) e Ana (Itziar Castro), i due stanno litigando in maniera accesissima; lui ha trovato un messaggio compromettente sul cellulare di lei scritto dal suo capo, lei nega fermamente che ci sia stato alcun rapporto carnale, afferma tra voga e lacrime che si è trattata solo di una cena e un drink dopo un congresso, poi ognuno è andato in camera propria.

L’atmosfera è pesante, quando arrivano il fratello depresso di lui, che ha tentato il suicidio perché la moglie è scappata con un giovane e aitante argentino di colore, e il padre vedovo, la cui vita dopo la morte dell’amata defunta è all’insegna di tutti i vizi possibili, meretricio compreso! Dunque, tra un boccone e l’altro il dramma coniugale esplode, tra scenate, ammissioni tra i denti e pianti… Poi dei rumori improvvisi provengono dal bagno in alto a una rampa di scale: ne esce uno strambo clochard che dichiara di essere Dio e di aver scelto i quattro per decidere quali saranno gli unici due dell’intera razza umana che sopravviveranno all’Apocalisse.

Paradossale dissertazione teologica all’altezza dei migliori e più intransigenti illuministi, se non di ateismo si può parlare, poiché di un’entità superiore v’è la presenza, certo non si tratta del Dio padre e amorevole dei Cristiani, o di una qualsiasi forma moralmente più elevata rispetto all’antropologico, come prevede pressoché ogni religione monoteista e qualcuna politeista. Al contrario, più simile agli antropomorfizzati componenti dell’Olimpo pagano, questo singolare e stizzoso nume dal volere imperscrutabile e tutt’altro che benigno mette in seria discussione quel credo diffuso che vede nel Superno il detentore di Bene e di Male, della Giustizia stessa, che presuppone una qualche forma di provvidenzialità, nonché l’ascolto delle preghiere dei credenti.

Questa divinità disinteressata, irriverente quanto la modernizzazione di un Caprichos goyesco, è imperscrutabile e derisoria, crudele e buffa al tempo stesso. Come nella visione epicurea, la religione annebbia la mente e questa configurazione del tutto apatica del Supremo deride i credenti per le loro credenze, concretizzate nella scena in cui i vari membri della famiglia le professano, tra il paradiso e tutto il resto, sbeffeggiati uno ad uno apertamente. Eppure esiste una forza superiore e, intelligentemente ambiguo nel messaggio ed estremamente nichilista, Matar a Dios mantiene sino all’ultimo il dubbio che si sia davanti a un impostore o invero a un Dio, che sia anche onnipotente e che sia comparso in carne ed ossa lì, davanti al quartetto stupefatto.

Matar a DiosD’altra parte non si tratta di un saggio visivo sul senso della religione, o del sacro, ma è una commedia, proprio per questo, dietro all’ilare cela un aggressione ancor più forte e geniale verso una forma fidaica superficiale, quella di chi l’ha appresa a memoria come postulato, pronto da tirarlo fuori a mo’ di mantra nei momenti di crisi, ma che poco si interroga sul suo reale significato.

E poi c’è il dilemma etico, c’è l’accadimento catastrofico, che da una parte mette seriamente in dubbio la convenzionale idea del divino, ma dall’altra aggredisce anche l’umano nella sua reazione all’abisso, all’ecatombe: in tal frangente, meschino l’uomo cerca di salvarsi, egoisticamente, pur sapendo di mettere a rischio la sopravvivenza dell’intera specie.

In ultimo, degno coronamento di tale surreale iter, c’è perfino un rimando alla nietzschiana morte di Dio – per uccisione come il titolo enigmaticamente presuppone -, completando quella che è una panoramica assai più intellettualmente elevata di quanto di primo acchito potrebbe sembrare allo spettatore. Il pungente dark humor, che pervade ogni sequenza della pellicola, ogni dialogo, allora ammanta d’una falsa leggerezza il messaggio, ma insieme, proprio con il distacco che apporta il riso, ne potenzia la portata.

Casas e Pintó, che ne sono sceneggiatori oltre che registi, riescono con il loro paradossale Matar a Dios a confezionare un sagace pamphlet sul divino costruito da immagini e battute potenti e sarcastiche, ma se la parvenza è innocua, il nulla che scoperchia non può che far pensare.

Di seguito il trailer:

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