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Voto: 6.5/10 Titolo originale: MEMORIES , uscita: 23-12-1995. Regista: Tensai Okamura.

Memories (1995): la recensione dell’anime in tre episodi di Morimoto, Okamura e Otomo

12/01/2026 recensione film di Marco Tedesco

Un’opera irregolare ma necessaria, dove genialità visiva, ambizione tematica e limiti narrativi convivono in un equilibrio affascinante e disturbante

memories film otomo 1995

A oltre trent’anni dalla sua uscita, Memories resta un oggetto anomalo nel panorama dell’animazione giapponese: un film a episodi che rifiuta l’idea di unità narrativa per inseguire una coerenza più sottile, fatta di ossessioni tematiche, di visioni e di contraddizioni.

Firmato da Katsuhiro Otomo insieme a Kōji Morimoto e Tensai Okamura, Memories è meno un’antologia “da consumo” e più un campo di tensione, in cui convivono ambizione autoriale, limiti evidenti e improvvise intuizioni di grande cinema.

Il titolo sembra promettere una riflessione organica sul tema della memoria, ma in realtà mantiene un rapporto diretto e quasi esclusivo con il primo episodio, Magnetic Rose. Qui la memoria è prigione, simulacro, illusione che divora il presente. La trama segue una squadra di recupero spaziale attirata da un segnale di soccorso, che li conduce a una stazione abbandonata trasformata in mausoleo mentale di una cantante lirica scomparsa. Lo spazio profondo si piega a un’estetica decadente, operistica, carica di fantasmi emotivi.

La regia è compatta, l’atmosfera densissima, la fusione tra orrore, melodramma e fantascienza funziona con precisione quasi chirurgica. Tuttavia, a uno sguardo più critico, emergono anche i suoi limiti. I personaggi sono archetipi più che individui, il romanticismo è spesso ingenuo, e il messaggio viene esplicitato con una certa pesantezza. La memoria come rifugio che diventa condanna è un’idea potente, ma il film tende a dirla più che a mostrarla davvero. Rimane, però, un esercizio di stile di altissimo livello, capace di condensare in meno di un’ora suggestioni che molti lungometraggi non riescono nemmeno a sfiorare.

Il brusco cambio di tono di Stink Bomb è volutamente destabilizzante. Qui Otomo sceglie la farsa nera, quasi slapstick, per raccontare una catastrofe biologica innescata dall’ottusità quotidiana. Un tecnico di laboratorio, convinto di curare l’influenza, diventa senza saperlo un’arma di distruzione di massa ambulante. La trama è lineare, il bersaglio evidente: la burocrazia, l’industria farmaceutica, l’apparato militare e, più in generale, l’incapacità sistemica di riconoscere l’origine dei problemi. Non c’è profondità psicologica, né ambiguità simbolica, ma non è questo l’obiettivo.

Stink Bomb funziona come meccanismo comico crudele, accumula escalation e distruzione con gusto per l’assurdo, trasformando la tragedia in grottesco. È un episodio che molti liquidano come minore, ma che rivela una lucidità satirica notevole: il vero orrore non è il gas letale, ma l’idiozia perfettamente organizzata che lo lascia proliferare.

Il cuore artistico di Memories è però Cannon Fodder, l’episodio generalmente meno amato e al tempo stesso il più radicale. Qui la trama si riduce all’osso: una giornata qualunque in una città interamente votata alla guerra, dove uomini, donne e bambini vivono solo per caricare e sparare enormi cannoni verso un nemico invisibile. Non sappiamo chi sia l’avversario, né se esista davvero. Ed è proprio questa assenza a dare senso a tutto. Otomo costruisce un mondo che non ha bisogno di spiegazioni, perché la sua logica è già interiorizzata dai personaggi.

La narrazione procede come un lungo piano-sequenza mentale, più che fisico, e rinuncia deliberatamente all’emozione facile. I personaggi sono svuotati, deformati, quasi disumanizzati, ma è una scelta coerente: non sono individui, sono funzioni. In questo silenzio carico di simboli, Cannon Fodder dice più sulla guerra e sull’alienazione di quanto facciano molte opere apertamente pacifiste. Non chiede empatia, chiede attenzione.

Visto nel suo insieme, Memories è allora un’opera irregolare, sbilanciata, persino contraddittoria. Ma è proprio questa irregolarità a renderlo ancora oggi degno di analisi. I tre episodi non dialogano in modo armonico, eppure disegnano una traiettoria: dalla memoria come ossessione individuale, alla catastrofe come farsa collettiva, fino alla guerra come condizione normalizzata e senza volto. Non tutto funziona allo stesso livello, e non tutto invecchia allo stesso modo, ma ogni segmento porta con sé un’idea di cinema animato che rifiuta la comfort zone.

Memories non è un capolavoro unitario, ma è un laboratorio aperto, un film che mostra tanto le possibilità quanto i limiti di un certo anime d’autore degli anni Novanta. Rivederlo oggi significa confrontarsi con un’opera che non chiede di essere amata in blocco, ma compresa nelle sue fratture. Ed è proprio lì, in quelle fratture, che continua a farsi ricordare.

Di seguito trovate il trailer italiano di Memories:

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