Home » Cinema » Azione & Avventura » Peaky Blinders: The Immortal Man, la recensione del film di Tom Harper, su Netflix

Voto: 5.5/10 Titolo originale: Peaky Blinders: The Immortal Man , uscita: 05-03-2026. Regista: Tom Harper.

Peaky Blinders: The Immortal Man, la recensione del film di Tom Harper, su Netflix

20/03/2026 recensione film di Gioia Majuna

Un ritorno elegante ma superfluo, che celebra il mito senza riuscire davvero a rinnovarlo

Barry Keoghan in Peaky Blinders The Immortal Man (2026)

Nel passaggio dalla serialità televisiva al cinema, Peaky Blinders: The Immortal Man si presenta come un’operazione ambiziosa e inevitabile, ma anche profondamente contraddittoria. Il mondo creato da Steven Knight, che per quasi un decennio ha costruito una mitologia criminale stratificata e ipnotica, trova qui una nuova forma, più compatta e apparentemente definitiva. Tuttavia, proprio questa compressione narrativa finisce per rivelare i limiti di un progetto che, pur mantenendo intatto il fascino iconico della saga, fatica a giustificare la propria esistenza come film autonomo.

La storia riprende nel 1940, in piena Seconda guerra mondiale, con Tommy Shelby interpretato ancora una volta da Cillian Murphy. Il leader dei Peaky Blinders è ormai un uomo ritirato, segnato dalle perdite e dai traumi accumulati, rifugiato in una tenuta isolata dove cerca di dare forma ai propri ricordi attraverso la scrittura. È una figura crepuscolare, lontana dall’immagine del gangster spietato e carismatico che aveva dominato la serie, ma inevitabilmente destinata a tornare in azione.

Il motore del racconto è duplice. Da un lato, una minaccia esterna: un complotto nazista guidato dal glaciale Beckett, interpretato da Tim Roth, che mira a destabilizzare l’economia britannica attraverso la diffusione di denaro contraffatto. Dall’altro, una crisi interna: il figlio di Tommy, Duke Shelby, a cui dà corpo Barry Keoghan, ha preso il controllo della gang trasformandola in una forza caotica e autodistruttiva. Il conflitto padre-figlio diventa così il vero cuore emotivo del film, più ancora della minaccia politica.

Anche il cast secondario, pur ricco di presenze come Rebecca Ferguson e Stephen Graham, resta sottoutilizzato, mentre Tim Roth costruisce un antagonista elegante ma sorprendentemente privo di reale incisività.

Questa doppia linea narrativa evidenzia subito una delle principali tensioni dell’opera. Da un lato, l’ambizione di raccontare un grande affresco storico, inserendo i Peaky Blinders nel contesto della guerra e dell’ascesa del fascismo; dall’altro, la volontà di chiudere – o almeno riattivare – il percorso psicologico di Tommy Shelby. Il risultato è un equilibrio instabile, dove la trama bellica resta spesso sullo sfondo, sacrificata a favore di una reiterazione dei tormenti interiori del protagonista.

Peaky Blinders The Immortal Man film 2026 Tommy ShelbyIn questo senso, The Immortal Man appare come una sorta di compendio emotivo della serie, più che un vero sviluppo. Tommy ripercorre le tappe della propria identità: la violenza, il senso di colpa, la perdita, la ricerca di redenzione. Ma queste dinamiche, già esplorate a fondo nelle stagioni precedenti, qui vengono riproposte senza un reale avanzamento. Il film sembra oscillare tra nostalgia e autocelebrazione, offrendo agli spettatori una versione condensata dei momenti più iconici del personaggio.

Eppure, sarebbe ingeneroso ridurre tutto a un esercizio di stile. La regia di Tom Harper restituisce con grande efficacia l’atmosfera di un’Inghilterra devastata dai bombardamenti, tra fango, macerie e nebbia. La fotografia di George Steel e il design produttivo contribuiscono a creare un mondo tangibile, sporco e decadente, che conserva quella qualità quasi tattile che aveva reso la serie così riconoscibile. Anche il lavoro sui costumi continua a essere centrale: l’eleganza ostentata di Tommy non è solo un vezzo estetico, ma una forma di identità, una corazza simbolica contro il caos.

Sul piano attoriale, Murphy rimane il perno assoluto. La sua interpretazione è più trattenuta rispetto al passato, meno esplosiva ma più segnata dal peso del tempo. Il suo Tommy è un uomo svuotato, che agisce per inerzia più che per ambizione. Keoghan, invece, introduce un’energia diversa, inquieta e instabile, incarnando una nuova generazione priva di codici e di limiti. Il confronto tra i due funziona a tratti, ma non sempre trova la profondità necessaria per diventare davvero tragico.

Il problema principale risiede nella struttura. L’universo di Peaky Blinders, costruito su archi narrativi lunghi e su una progressione lenta ma costante, soffre inevitabilmente la riduzione a poco più di due ore. Trame che avrebbero richiesto spazio e respiro – come l’operazione economica dei nazisti o l’ascesa di Duke – risultano abbozzate, quasi funzionali a un disegno più ampio che il film non può contenere. Ne deriva una sensazione di incompiutezza, come se si stesse guardando la sintesi di una stagione mai realizzata.

Interessante, però, è la trasformazione del contesto morale. Se nella serie Tommy era spesso una figura ambigua, qui il confronto con il nazismo lo spinge verso una dimensione quasi eroica. È un passaggio che semplifica il personaggio, rendendolo più facilmente leggibile, ma che allo stesso tempo ne riduce la complessità. Il fascino disturbante dei Peaky Blinders nasceva proprio dalla loro natura liminale, sospesa tra crimine e legittimità, tra violenza e carisma.

In definitiva, Peaky Blinders: The Immortal Man è un prodotto che vive di eredità. Funziona come celebrazione visiva e affettiva di un universo ormai entrato nell’immaginario collettivo, ma fatica a imporsi come opera autonoma. È spettacolare, curato, interpretato con solidità, ma anche ridondante, privo di quella spinta innovativa che aveva reso la serie un fenomeno. Più che un nuovo capitolo, sembra un epilogo dilatato, che riaccende il mito senza riuscire davvero a rinnovarlo.

Di seguito trovate il full trailer italiano di Peaky Blinders: The Immortal Man, su Netflix dal 20 marzo: