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Intervista esclusiva a Peter Weller: “Il cuore di RoboCop è il furto dell’identità”

20/03/2026 news di Alessandro Gamma

L'iconico attore racconta Verhoeven, Cronenberg, Burroughs e il rapporto tra identità, potere e controllo nella società contemporanea

peter weller robocop 1987

Durante il Comic-Con di Praga 2026 abbiamo incontrato Peter Weller per una conversazione esclusiva che ha toccato cinema, filosofia e musica.

Attore e regista statunitense, Weller nasce in Wisconsin ma cresce in gran parte all’estero. Dopo gli studi teatrali e la formazione alla American Academy of Dramatic Arts, avvia una carriera che lo porterà a diventare uno dei volti più iconici della fantascienza. Accanto al lavoro sullo schermo, costruisce anche un solido percorso accademico: consegue un master in Arte Romana e Rinascimentale e un dottorato in Storia dell’Arte del Rinascimento Italiano.

Con oltre 50 tra film e serie TV, è noto soprattutto per RoboCop, RoboCop 2 e The Adventures of Buckaroo Banzai Across the 8th Dimension, oltre a ruoli in Star Trek Into Darkness e serie come Dexter e Sons of Anarchy. Ha inoltre dato voce a Batman in The Dark Knight Returns e ripreso RoboCop in ambito videoludico.

Vorrei iniziare da Il Pasto Nudo, anche perché oggi – 15 marzo – è proprio il compleanno di David Cronenberg. Il film è tratto dal romanzo di William S. Burroughs, a lungo considerato infilmabile. Lei conosceva già il libro? E come si affronta materiale del genere?

Sì, avevo letto il libro — addirittura in italiano. È un libro complicato. È fatto di episodi, quasi fantasmagorici. È davvero difficile farne un film senza animazioni, capisci? Anche perché prima ci sono state otto sceneggiature diverse. Io lessi il libro nel 1968, in piena controcultura americana: ero uno studente, suonavo jazz, e tutto il mondo della Beat Generation mi apparteneva profondamente.

peter weller praga 2026Quando scoprii anche Pier Paolo Pasolini, pensai che Naked Lunch fosse uno dei libri più forti che avessi mai letto in quel periodo. È una sorta di I viaggi di Gulliver dell’orrore sociale. Non è fantasia: ha anticipato fenomeni come l’AIDS, la liposuzione, il crack. Ma soprattutto parla di dipendenza.

Nel 1990 ero a Cannes con RoboCop 2 e vidi ovunque i poster del film. Scrissi una lettera a Cronenberg dicendo: “È uno dei miei libri preferiti, voglio far parte di questo progetto”. Lui mi chiamò. Ci incontrammo a New York… e parlammo solo di Ferrari e Formula 1! Di Tazio Nuvolari, Juan Manuel Fangio, Ayrton Senna… niente film, niente Burroughs. Solo motori. Il pranzo era solo un pretesto. E alla fine il film lo facemmo.

Il libro resta un’opera seminale del XX secolo: racconta un’epoca in cui tutto si mescola — classi sociali, droghe, sesso, potere. Tutti sono dipendenti da qualcosa.

A proposito della colonna sonora, che include Ornette Coleman: lei è un esperto di jazz. Che ricordi ha?

Non sono un esperto… siamo tutti sempre principianti nel jazz. Ornette Coleman era considerato “out” quando apparve nei primi anni ’60, non mainstream in nessun modo. Eppure, se lo riascolti oggi, capisci: questo è un musicista completamente dotato, un genio. Molti suoi dischi furono criticati all’epoca. Oggi li rivalutiamo completamente. Bisogna ringraziare Howard Shore per averlo portato nel film. Il mio unico rimpianto è che non l’ho mai incontrato. Ho incontrato spesso Howard, ma Ornette mai.

Passando a RoboCop. Murphy perde la sua umanità contro la sua volontà: si può leggere il film anche come riflessione sulla società contemporanea, sul controllo e sul potere, in linea con il pensiero espresso da Michel Foucault in Sorvegliare e punire?

Mi sarebbe piaciuto incontrare Michel Foucault. Ma credo che RoboCop vada anche oltre. Il cuore del film è il furto dell’umanità, il furto dell’identità. Viene rubata, completamente rubata. Certo, c’è il tema della sorveglianza e del controllo — l’idea foucaultiana che l’individuo osservato perda progressivamente la sua libertà — ma è qualcosa di ancora più potente: è quasi Franz Kafka, o Philip K. Dick.

David Cronenberg, Peter Weller, William S. Burroughs pasto nudo setStavo pensando anche a Frankenstein di Guillermo del Toro — che è agli Oscar proprio stasera — perché c’è la stessa idea: la creatura privata di sé stessa, manipolata da un sistema più grande. Siamo derubati. Anche la macchina viene derubata. Dall’avidità.

Quello che Burroughs diceva — “niente è vero, tutto è permesso” — è esattamente il punto: quando tutto è concesso, nasce una forma di anarchia totale, dove tutti vogliono tutto, subito. Il sistema sembra ordine — precisione, privatizzazione — ma in realtà è caos. Un caos senza libertà. È un ordine falso, imposto da una sovrastruttura che vuole controllare tutto.

Il potere vero non è materiale: è il momento in cui nessuno può muoversi senza di te. RoboCop è una vittima: una vittima di furto d’identità, sacrificata in nome di un futuro che, in realtà, è il vuoto dell’infrastruttura.

Quindi una sorta di “ordine apparente” imposto dall’alto?

Esatto, un ordine falso. Le strutture di potere vogliono dettare le regole, come accade anche nei movimenti politici. Promettono qualcosa di più facile, più sicuro, più “morbido”. Guarda qui, nella Repubblica Ceca: c’è chi vorrebbe tornare verso la Russia. Perché? Perché sembra più semplice. Più sicuro. Non devi preoccuparti, non devi decidere, puoi “dormire”.

È lo stesso meccanismo degli anni ’30: “ok, fate voi”. Ma il punto è questo: il potere non è il denaro. Non è materiale. È il controllo sul movimento delle persone. E nel momento in cui qualcuno dice: “no, io mi muovo comunque”… il potere crolla. Perché tutto quel sistema — che sembra ordine — è in realtà solo un modo per toglierti la libertà.

Un’ultima domanda su Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione: di cosa parla davvero quel film?

Non credo ci sia un solo attore nel film che abbia davvero “capito” il messaggio. È… come dire… uno Spirito Santo!

Le avventure di Buckaroo Banzai nella quarta dimensione (1984) wellerÈ un’avventura bizzarra, è un po’ quello il suo fascino …

Sì, un’avventura. Ah — L’avventura di Michelangelo Antonioni è il più grande film del mondo. Io ho lavorato con lui in Al di là delle nuvole nel 1995. E per me L’avventura è il film della nostra epoca. Ma vedi, quello che stavi dicendo prima — l’infrastruttura che cerca di controllare tutto — in realtà è esattamente quello che succedeva nell’Italia del dopoguerra.

Era un Paese povero, ma i ricchi diventavano sempre più ricchi. Solo che non c’era nessun posto dove spendere quei soldi, perché l’Italia non era ancora rientrata davvero nel sistema internazionale. Si investiva per ricostruire la Germania, ma l’Italia… era lì, tutta vestita elegante ma senza nessun posto dove andare.

Parliamo di prima di Armani, prima che la Fiat diventasse globale. C’era un boom economico, sì — ma solo interno. Francia e Germania esplodevano nel mondo: potevi spendere il marco o il franco ovunque. La lira no. Era morta. E l’Italia era ferma, bloccata su sé stessa.

E questo è quello che dice Antonioni: un Paese economicamente vivo ma spiritualmente morto. Moralmente vuoto. Uomini e donne non riescono più a incontrarsi. Non hanno più un luogo dove incontrarsi. C’è un vuoto tra l’uomo moderno e la donna moderna. E, in un certo senso… questo è il vero Pasto Nudo di Antonioni.

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