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5/10 su 155 voti. Titolo originale: Clinical, uscita: 13-01-2017. Regista: Alistair Legrand.

[recensione] Clinical di Alistair Legrand

di Sabrina Crivelli

La nuova produzione originale di Netflix è un thriller che tratta in modo banale una storia già vista molte volte ed è incapace di coinvolgere lo spettatore

Prodotto di consumo senza grandi slanci d’originalità (se nono di essere un’altrapellicola originale di Netflix), Clinical di Alistair Legrand intrattiene seppur con un po’ d’affanno lo spettatore, che non ha pretese d’essere stupito in modo particolare, ma che mira solo ad essere cullato, senza essere troppo emotivamente o intellettualmente coinvolto da una storia, già ex ante un po’ usurata da molteplici predecessori.

Clinical posterAvvezzo a tematiche non troppo innovative, dopo un’incursione nei film di case stregate con The Diabolical (2015), il regista per il suo secondo lungometraggio ha optato per un altro soggetto ormai copiosamente esplorato: un thriller incentrato sui lati oscuri del mondo della psichiatria e degli alienati. La narrazione, in questo caso, è incentrata su una psicologa, la Dott.ssa Jane Mathis (Vinessa Shaw), che a causa di una tragica esperienza con una sua giovane paziente, Nora (India Eisley), decide di dedicarsi a casi decisamente meno problematici. L’evento traumatico è subito esibito, in apertura, nel modo più spettacolarizzato possibile (almeno se pensiamo a un film non indipendente); la ragazzina, completamente ricoperta di sangue brandisce un vetro affilato e, dopo aver aggredito e pugnalato ripetutamente con forza inaspettata, vista la esile costituzione, il suo medico curante, si taglia la giugulare. Il preambolo è chiaro, rimasta irrevocabilmente segnata dal tentativo di suicidio (scopriamo quasi subito che Nora è ancora viva) avvenuto davanti ai suoi occhi, la travagliata dottoressa cerca di ritrovare un equilibrio mentale a sua volta, con ripetute sedute d’analisi con l’amico e collega Terry (William Atherton), cercando di costruire una relazione stabile con un poliziotto, Miles (Aaron Stanford), infine non accettando più in cura casi difficili. Tuttavia, l’equilibrio finora raggiunto vacilla quando riceve la chiamata del misterioso Alex (Kevin Rahm), uomo sfigurato da un terribile incidente che le chiede di entrare in analisi con lei per affrontare quanto gli è successo, ovviamente la protagonista, dopo qualche recalcitrazione, accetta con un piuttosto posticcio spirito di sacrificio da moderna crocerossina, misto a sensi di colpa. Tuttavia, s’acuisce così la ferita non ancora rimarginata e la donna, tra un incubo e una crisi istericheggiante, inizia a perdere, come coloro che cura il lume della ragione.

Mediocre copia di più esimi predecessori, il film risulta piatto in ogni suo aspetto, riuscendo a depotenziare molti degli elementi diegetici ed estetici che in precedenza hanno reso celebri alcuni eccelsi lavori. Anzitutto è l’approccio a essere piuttosto deludente: incentrato sulla commistione tra realtà e allucinazione, Legrand si colloca in una lunga tradizione le cui radici risalgono addirittura alla cinematografia muta, a Il Gabinetto del Dottor Caligari di Robert Wiene (1920), e di cui è indiscusso maestro David Lynch con Inland Empire – L’impero della mente (2006). Lungi però dal destabilizzante mondo delineato da quest’ultimo, in Clinical l’unico anelito di visionarietà e autorialità sta nel mero riproporre una certa distorsione, più che altro una forma di sfocatura del fotogramma, nel rendere i momenti in cui il punto di vista cessa di essere del tutto lucido. D’altra parte il medesimo processo di banalizzazione di convenzioni prelevate da più nobili modelli è applicabile alla descrizione dello sviluppo psicologico della protagonista stessa. Fondamentale, quale voce narrante, a tratti attendibile a tratti meno, che pian piano insinua il dubbio in chi guarda e crea così un essenziale crescendo in termini di suspense, Jane non è assolutamente all’altezza del ruolo chiave che le viene conferito, né nel modo in cui è strutturato il personaggio, né, soprattutto, nella maniera in cui è reso attraverso la recitazione della sua interprete, la Shaw. Non particolarmente espressiva nell’estrinsecare alcune delle molteplici emozioni umani, nel cercare di trasmettere il coesistere di fragilità e forza, logica e cadute emotive pare spaesata, forzata e non molto verisimile. Anche nel reagire ai peggiori stimoli, l’assalto della ragazzina insanguinata, come di un altro aggressore (la cui identità è meglio mantener segreta, ma è facilmente almanaccabile) sono recepiti con qualche lieve ruga sulla fronte e mugolìo; ancor più il crollo psicotico della stessa è assai poco verisimile, sembra più un attacco istericheggiante.

clinical-film-netflixInfine, forse tacciabile del più alto grado di assenza d’ogni innovatività è la trama stessa, i diversi momenti in cui si sviluppa la vicenda e la credibilità -pressoché nulla- nella rappresentazione della sindrome post-traumatica, di cui sono affetti terapista e paziente, come percorso d’analisi in generale. Si ha la sensazione che tutto sia piuttosto abbozzato, quasi un collage di momentum che però sono incapaci di emozionare, come non lo sono coloro che ad essi danno vita. Se alcuni dialoghi tra medico e psicopatico rimarranno impressi nella mente per sempre, uno tra tutti quel “gli agnelli. Stavano urlando” proferito da Clarice Starling (Jodie Foster) nello scambio con Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), purtroppo per Legrand, la sceneggiatura stesa da lui in collaborazione con Luke Harvis è assai lungi da tali vette. S’intravede inoltre una qualche attitudine alla “perversione freudiana”, tra memorie rimosse, traumi vari, incubi e scellerate figure paterne, ma anche qui non dobbiamo certo immaginare nulla di vicino all’estro polanskiano, si tratta solo di un lontano flebile eco, vaghe suggestioni rimessate insieme senza nessuna consistenza, solo per fare sensazione, operazione comunque poco riuscita. Dunque, senza alcuna autorialità, rimane solo il meccanico susseguirsi di affermazioni ad effetto, che risultano spente, nonché di flashback in bianco e nero, altro vano tentativo di aggiungere un tocco artistico, intellettuale inutile: le trovate stilistiche, emulate da altrui, poco possono difatti nell’elevare un’opera che manca di un’anima, ad ogni livello.

Unica nota davvero positiva è la Eisley, davvero capace di inquietare, con i frequenti repentini passaggi da sguardo innocente, che pare richiedere disperatamente aiuto, e espressione demoniaca, d’assassina in preda a una follia senza fine. Tuttavia la giovane attrice non può risollevare un thriller che non sa angosciare il proprio pubblico, che si rivela prevedibile, visivamente come narrativamente.

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