Home » Cinema » Horror & Thriller » Recensione | Day of the Dead: Bloodline di Hèctor Hernández Vicens

4/10 su 278 voti. Titolo originale: Day of the Dead: Bloodline, uscita: 04-01-2018. Budget: $8,000,000. Regista: Hèctor Hernández Vicens.

Recensione | Day of the Dead: Bloodline di Hèctor Hernández Vicens

07/01/2018 recensione film di William Maga

Sophie Skelton è la protagonista di un rip-off scritto da un bambino che non solo ha deciso di insultare la memoria di George A. Romero, ma che non ha nemmeno capito Z - Nation

E’ assai probabile che quasi tutti abbiate visto Il Giorno degli Zombi (Day of the Dead) terzo – e all’epoca ultimo (era il 1985) – capitolo della trilogia sugli zombi iniziata da George A. Romero nel 1968 con il seminale La Notte dei Morti Viventi. In molti meno avrete visto – auspicabilmente – l’omonimo orrendo pseudo remake firmato da Steve Miner nel 2008. Ora, quando si pensava di aver toccato il fondo dello sfruttamento ingiustificato di quel brand sciaguratamente mai registrato, si comincia a scavare con Day of the Dead: Bloodline di Hèctor Hernández Vicens (El cadáver de Anna Fritz), un coacervo di assurdità frutto per la gran parte di quella che potrebbe benissimo essere una sceneggiatura partorita dal pastello di due bambini esaltati dai primi approcci con l’horror di tarda serata, se non fosse che invece a scriverla sono stati gli ultraquarantenni Mark Tonderai (già regista nel 2012 di Hates – House at the End of the Street, peggior prova con distacco di Jennifer Lawrence) e Lars Jacobson (al debutto, ma non giustificato).

DOTDB si apre nel bel mezzo della classica Apocalisse zombi, che dilaga nelle strade di una città americana ignota ma molto bulgara (come nel film del 2008, Millennium Media e Taurus Entertainment – il cui nome qui è addirittura scritto male nei credits – sono anche questa volta dietro alla produzione e hanno deciso, per ottimizzare i costi, di girare proprio nel paese dell’Est Europa), prima di tornare indietro di quattro ore per mostrare come tutto è iniziato. Troviamo così la nostra futura eroina, Zoe (la mora Sophie Skelton, che prende il posto della bionda Mena Suvari), una studentessa di medicina che dimostra la sua brillantezza diagnosticando – più o meno – tra tutti i suoi compagni di classe il virus dell’influenza durante l’autopsia di un cadavere panciuto. Buon per lei che questo enorme corpo sia tra i primi a tornare in vita, naturalmente affamato di carne umana e con il vizietto della velocità (si, i morti viventi sono quelli portati alla ribalta da Zack Snyder nel 2004), in quanto interrompe un tentativo di stupro sulla ragazza da parte di un suo paziente alquanto ossessivo, Max (Johnathon Schaech), proprio poco prima che si scateni l’inferno.

Saltiamo quindi cinque anni nel futuro, con il mondo ormai invaso dai “rotters” e con Zoe entrata a far parte di un gruppo di sopravvissuti – tra cui molti bambini – che si sono rintanati in un campo militare / bunker / campo profughi chiamato High Rock. Con l’esaurimento delle scorte farmaceutiche, Zoe – che funge da medico, chirurgo, immunologo e luminare, dall’alto della sua esperienza plurisettimanale in università – vuole tornare nel lontanissimo ospedale dove aveva studiato per fare rifornimento, naturalmente contro il volere del rude – ma assai saggio alla fine, se solo qualcuno lo ascoltasse … – comandante Miguel (Jeff Gum). Casualmente, il fratello di Miguel, Baca (Marcus Vanco, la cui scarsa espressività è ben nota a chi ha guardato la seconda stagione di The Shannara Chronicles), è il fidanzato di Zoe e quindi si opta per mettere insieme una squadra per accompagnarla in missione. Naturalmente, lungo la strada uno dei mezzi di trasporto si rompe e tutti si mettono a urlare – tanto chi mai dovrebbe sentirli -, ma le riparazioni finiscono giusto un attimo prima che un’orda famelica raggiunga il gruppetto. Arrivati alla struttura che ormai si è fatto buio, assistiamo così alla lentissima ispezione a pistole spianate a luce di torcia di stanze e corridoi disseminati di rifiuti, come da tradizione.

Alla fine trovano i farmaci di cui hanno bisogno, ma trovano anche il redivivo (redimorto, come direbbe qualcuno …) Max, divenuto un mostro che più che ricordare l’aspetto del Bub del 1985 somiglia a un Joker dal ghigno allargato per merito della CGI. Grazie ad anticorpi particolarmente potenti nel suo flusso sanguigno (l’avevamo appreso all’inizio), risulta sorprendentemente ancora vagamente senziente, al punto di non aver perso la sua violenta passione per Zoe. Dopo un passaggio in stile Cape Fear fino ad High Rock e seminato un po’ il panico dietro le non attentissime linee nemiche, viene catturato, con la dottoressina che suo malgrado si vede costretta a difenderlo dalla sete di vendetta di Miguel e degli altri, che lo ritengono – assolutamente a ragione – una minaccia per la sicurezza della base. Zoe ritiene infatti che nel suo plasma risieda la chiave per un vaccino, capace di salvare tutti quelli che verranno morsi in futuro. Come immaginabile, le cose andranno solo parzialmente bene, ma non come le aveva pensate Romero.

Soprassedendo sui peli nelle uova fuori luogo, come l’eventuale data di scadenza dei medicinali, la mancanza di qualsivoglia spiegazione sul perchè i non morti corrano in preda alla rabbia omicida (sbudellano ma non mangiano nessuno) o su come un gruppo di un centinaio di individui sia sopravvissuto per così tanto tempo senza apparenti problemi di sorta (elettricità, cibo, benzina e acqua sembrano esserci sempre stati, tanto che sono tutti quanti sempre belli freschi e pasciuti), a far ridere – o piangere – sono i brillanti piani di Zoe, sottoscritti sempre dall’innamoratissimo Baca (che però non ha mai consumato alcun rapporto fisico con lei), che portano irrimediabilmente alla morte di qualche membro della sicurezza, gli stereotipatissimi militari (di professione a quanto pare) che non si accorgono mai del pericolo fino a quando gli zombi (come ninja silenziosissimi e invisibili) non sono abbastanza vicini da essere un problema irreparabile e la mancanza di qualsivoglia sottotesto politico.

Quanto sopra dovrebbe già ampiamente essere sufficiente a chiedersi non tanto il perchè dell’averci speso ben 8 milioni di dollari, quanto perchè essersi deliberatamente ispirati all’opera di Romero di 33 anni fa (che per inciso era costata 3.5 milioni) se poi gli aspetti che si è scelto di riprendere sono stiracchiatissimi – e comunque non certo quelli più importanti. La domanda è parzialmente retorica. Non solo. Tonderai e Jacobson hanno evidentemente visto anche alcune note serie televisive di zombi degli ultimi anni, sia rubacchiando – male – idee da The Walking Dead (la bambina malata) che non cogliendo affatto lo spirito sopra le righe e dissacrante di Z-Nation, finendo così nel ridicolo completamente involontario.

Se l’idea di un pericoloso stalker che continua ad essere tale (se non peggio) anche dopo la morte avrebbe potuto garantire una qualche drammaticità e spunti di riflessione complessi, il tutto viene risolto poi tranquillamente con una ragazza che protegge l’uomo che voleva/vuole violentarla e che si spinge senza grossi problemi a rivivere quello che dovrebbe essere stato l’attimo peggiore della sua vita per prelevargli un campione di sangue e continuare le sue analisi. E se la mano dello spagnolo Vicens, già capace tre anni fa di rendere noiosa una storia di necrofilia, è totalmente anonima, a deludere è anche la scelta di ricorrere al sangue digitale in più di un’occasione, finendo per vanificare il buon lavoro degli artigiani del trucco capeggiati dall’esperto David A. Brooke (Predators, Piranha 3D, Alien: Covenant), capaci di deliziare gli amanti del gore più spinto con le budella delle vittime e nei rarissimi primi piani dei morti viventi.

In definitiva, un vano e para-amatoriale tentativo di sfruttare una volta di più un titolo altisonante e sempre nel cuore degli appassionati, che serve se non altro come ennesima prova della grandezza e insuperabilità di George A. Romero.

Di seguito il red band trailer originale V.M. 18 di Day of the Dead – Bloodline:

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