Home » Cinema » Horror & Thriller » [recensione] El cadáver de Anna Fritz di Hèctor Hernández Vicens

5/10 su 117 voti. Titolo originale: El cadáver de Anna Fritz, uscita: 15-03-2015. Regista: Hèctor Hernández Vicens.

[recensione] El cadáver de Anna Fritz di Hèctor Hernández Vicens

18/11/2016 recensione film di Sabrina Crivelli

Al suo secondo lungometraggio, il regista spagnolo riesce a rendere noiosa perfino la necrofilia

Malato, osceno, perfino grottesco, ma sembrava impensabile che un film sulla necrofilia fosse noioso, piuttosto banale, eppure El cadáver de Anna Fritz (The Corpse of Anna Fritz) di Hèctor Hernández Vicens (Fènix 11·23) riesce a essere tale.

L’escamotage narrativo è piuttosto elementare, una bellissima attrice, Anna Fritz (Alba Ribas) muore improvvisamente durante un gala mondano, il suo cadavere viene trasportato in un ospedale per l’indagine autoptica e qui un giovane medico, Pau (Albert Carbó), viene a conoscenza della sua presenza su un letto di obitorio, la fotografa e condivide l’immagine con gli amici. Immediatamente Javi (Bernat Saumell) e Ivan (Cristian Valencia) si precipitano per vedere anche loro dal vivo la diva e così la vicenda inizia a declinare in tragedia: presi da una qualche forma di raptus amorale il secondo dei suddetti e il dottore decidono di fornicare con la morta, sicuri che nessuno mai verrà a saperlo. Purtroppo per loro è un raro caso di decesso apparente e proprio mentre l’ultimo dei due stava approfittando di lei, ella si sveglia, in medias res

el-cadaver-de-anna-fritz-di-hector-hernandez-vicens-posterScabroso dunque è l’argomento che dovrebbe immediatamente scandalizzare lo spettatore; l’amplesso necrofilo, il quale è peraltro ripreso con una discreta estensione cronologica, è però solo un mero espediente narrativo, uno spunto per la successiva narrazione e perciò estremamente depotenziato. La sequenza concettualmente e perfino in molti dettagli fattivi è estremamente affine a quella di Kill Bill – Volume 1 in cui Beatrix Kiddo / Uma Thurman, in coma all’apparenza irreversibile, viene violentata da uno dei membri dell’equipe medica che dovrebbe occuparsi di lei, quando d’improvviso si risveglia. Del film di Quentin Tarantino, che è decisamente meno moraleggiante, è ripreso anche uno dei particolari più interessanti del risveglio: l’intorpidimento delle membra e l’incapacità iniziale di emettere voce della malcapitata, con conseguente trasmissione a chi guarda di una percezione di incredibile senso di ansia e di impotenza, di mancato controllo sul proprio corpo nel momento di difficoltà. Tuttavia nel primo capitolo del geniale revenge movie del 2003 si trattava solo di incipit, una parentesi, seppure decisamente ad effetto, in El cadáver de Anna Fritz si tratta del nucleo diegetico fondamentale, di un elemento chiave intorno al quale si struttura l’intera azione, peraltro incentrata quasi interamente sui tre ragazzi e sull’attrice e ambientata nel minimale scenario di una stanza di obitorio. Proprio per tale limitatezza di risorse, l’intera storia regge solo sulla recitazione e sull’atmosfera, ma ambedue latitano con almanaccabili risultati.

Anzitutto è maldestramente sviluppata la psicologia dei personaggi, soprattutto vista la tematica su cui si struttura la vicenda. L’idea, che ai più potrebbe sembrare quantomeno poco allettante, di accoppiarsi ad un cadavere, sovviene quasi per caso nella mente dei tre rampanti giovani, dediti a feste e coca (di cui fanno utilizzo tranquilli nell’obitorio, medico compreso), come se fosse qualcosa di proibito, ma in fondo normale. Si tratta in ultimo acchito della semplice fascinazione per il corpo nudo, di una forma di desiderio sessuale che non tiene conto dell’inconveniente del rigor mortis, a parte la temperatura fastidiosamente bassa non si percepisce granché la differenza. Dunque la necrofilia non è pratica poi così abbietta e l’immagine filmica, piatta e molto asettica, quanto i dialoghi sembrano confermarne l’assunto, nessuna deformazione del reale fa mai capolino nell’ora e più di pellicola. Lungi dall’essere intrigantemente perverso, seppur nella sua disgustosità, come Nekromantik di Jörg Buttgereit, o almeno allucinato e patinato quanto – il seppur meno sconvolgente – Neon Demon di Nicolas Winding Refn, qui l’atto non discende da alcun tipo di deviazione psicologica, il punto di vista con cui è descritto è quello incredibilmente banale di tre personaggi insulsi e altrettanto è il carattere del fotogramma e dei dialoghi.

el-cadaver-de-anna-fritz-di-hector-hernandez-vicensMolto più vicino allora a Donkey Punch di Oliver Blackburn, la violazione dei lembi privi di vita di Anna è più una bravata erotica un po’ estrema, la mera trasgressione di una regola sociale diffusa, e in fin dei fatti l’avvio necessario per il susseguirsi, qui nemmeno troppo serrato di una serie, di tragici eventi e di cadaveri. La descrizione del vizio e della psiche oscura dei protagonisti, dunque, anche qui è del tutto secondaria rispetto alla suspense, che parrebbe l’obiettivo principe dell’operazione.  Si tratta di una reazione a catena, innescato da una ‘ragazzata’, ossia il violare un cadavere, a cui seguono numerosi misfatti per coprire quello iniziale, in modo da non essere scoperti. In tutto ciò c’è la vittima, risvegliatasi in un luogo tutt’altro che idilliaco, su un lettino obitoriale, cerca ovviamente di sfuggire ai malintenzionati che, dopo essersi approfittati di lei quando non era senziente, ora hanno in progetto di non essere scoperti, ad ogni costo. Completamente scevro altresì dalla agghiacciante eppur intrigante estetica del mortuario con cui ai suoi tempi Edgar Allan Poe affrontò uno dei suoi incubi prediletti, i sepolti vivi e la morte apparente, anche il ridestamento traumatico della protagonista femminile è delineato superficialmente, a parte qualche smorfia sconvolta e qualche tentativo di vocaleggio non riuscito, è un altro ingrediente narrativo come gli altri, altamente depotenziato. Nel complesso assistiamo allora a una già visto tripolare disputa morale, di cui ovviamente i tre amici rappresentano i vertici, il giusto, il turpe e l’indeciso, in cui si alternano dialoghi interminabili e noiosi, accentuatamente patetizzati, a inseguimenti e faticosi tentativi di fuga, perlopiù strisciando, che vorrebbero tenerci con il fiato sospeso, ma sono troppo prevedibili.

Ne risulta in conclusione un film che ha scelto un soggetto forte e crudo per il suo effetto disturbante, ma finisce per darci la sensazione di non saper bene come maneggiarlo e in ultimo decade nelle dinamiche e nei cliché del thriller ad alta tensione, senza anche qui averne la materia prima.

Alba Ribas
Cristian Valencia
Bernat Saumell
Albert Carbó
Daniel Aser
Belén Fabra
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Henry Morales
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