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4/10 su 73 voti. Titolo originale: Let's Be Evil, uscita: 05-08-2016. Regista: Martin Owen.

[recensione] Let’s Be Evil di Martin Owen

di Sabrina Crivelli

Accattivante nel concept e nelle ambientazioni sintetiche, il film delude al momento di concretizzare le orrorifiche premesse

Futuro estremamente prossimo dai connotati latamente distopici, Let’s Be Evil di Martin Owen si apre con un breve eppur chiaro preambolo: “l’educazione sta rovinando le future generazioni“; la scarsità di disciplina e il lassismo stanno crescendo bambini maleducati e indolenti, ma dei provvedimenti sono già in via di attuazioni. Tuttavia la soluzione potrebbe creare infanti anche più mefistofelici dei consueti, di norma alla fine inoffensivi, piccoli scalmanati urlanti, come ci fa presagire la dolce bambina in apertura con coniglietto rosa, il cui tenero visino si ricopre del sangue del padre.

Let's Be EvilAllusivo senza però darci una definita chiave di lettura, poco dopo la scena si sposta in lidi del tutto differenti. Jenny (Elizabeth Morris), per mantenere le spese mediche della madre accetta un lavoro dai contorni poco definiti, una misteriosa società la chiama a prendere parte ad un misterioso progetto su cui è richiesta la totale riservatezza. Una voce metallica invita la ragazza a discendere in una struttura sotterranea, la cui segretezza e collocazione claustrofobica ricordano in qualche modo la sede della Umbrella di Resident Evil, tutt’altro che promettente insomma. Al contrario dei laboratori dove in segreto si svolgevano ricerche sul Virus-T, tuttavia, non troviamo  corridoi illuminati a giorno gremiti di decine di alacri dipendenti e ricercatori (come nella scena d’apertura del suddetto horror), ma solo bui cunicoli deserti e spogli. Una voce metallica, protagonista nel film almeno quanto gli attori in carne e ossa, dirige quindi la ragazza spaesata a una stanza scura, al centro del quale si trova un visore collegato al sistema che governa ogni parte del complesso; si tratta della metallica Ariel, supporto psicologico e assistenza tecnica fornita dal sistema alla nuova arrivata che, poco dopo scopre di essere affiancata da altri due “colleghi”, Tiggs (Kara Tointon) e Darby (Elliot James Langridge). I tre sono stati scelti come istitutori per coloro che la guida virtuale definisce “candidati”, che scopriamo essere un gruppo di dotatissimi bambini, tutti su per giù in età pre-adolescenziale, che vivono da tempo indefinito murati lì dentro, isolati da ogni stimolo esterno, da qualsivoglia interferenza emotiva, con la convinzione che con continui input nozionistici dei generi più svariati, diverranno adulti dalle capacità superlative. Quanto postulato l’esperimento è nel giusto, almeno in termini di preparazione e Q.I. i risultati sono davvero sorprendenti. Estremizzazione iper-tecnologica dei concetti rousseauiano in termini di παιδεία postulati nell’Emilio, anche qui si inneggia all’isolamento dalla società pervertitrice dell’animo del fanciullo, ma il tutore designato è inumano, i metodi e gli effetti sulla giovane psiche piuttosto differenti da quanto delineato nel classico settecentesco. L’aspetto formativo, spunto decisamente interessante, è solo mero preambolo ad un excursus di eventi sempre più inquietanti, spiegati in parte dallo stesso, in parte relegati a un passato nebuloso e privo di approfondimento.

D’altro canto, la nostra conoscenza dei fatti avviene tramite l’esperienza di Jenni, spesso catturata in POV attraverso gli occhiali virtuali che le permettono di vedere nell’oscurità e al contempo la monitorano in ogni sua mossa, tutti ne sono dotati. Scelta estetica intelligente, il ricorso al suddetto visore motiva riprese in soggettiva, che hanno quell’immediatezza alla Blair Witch Project, senza arrecare però altrettanto mal di testa essendo meno mosse (caeli gratia). Inoltre, un po’ come avveniva per lo sguardo meccanico di Robocop, all’immagine percepita sono affiancate una serie di informazioni sull’oggetto, nonché una configurazione altamente virtuale, tratto che funge da supporto alla diegesi e insieme acuisce la sensazione di iper-realtà sintetica, supportata da molteplici altri elementi del profilmico. Primo fra questi è l’ambiente stesso: inquietante e futuristico come gli interno della Nostromo in Alien, i neon che la illuminano, gestiti da un computer centrale, fondono un cromatismo alla Cube – Il cubo con neon anni’80 alla Tron. Infine la medesima traccia estetica è ricalcata nel sonoro, oltre alla voce di Ariel, dai theme disturbanti ed elettronici che accompagnano ogni fase della pellicola, sottolineando i punti di maggiore suspense.

Let's Be EvilTutto dunque concorre a moltiplicare l’impersonalità del trattamento a cui sono destinati gli scolari iperdotati, in termini di coerenza Owen è impeccabile, purtroppo però non lo è altrettanto in sviluppo della trama e dei personaggi. Anzitutto i bambini, palesemente una malcelata minaccia sin dall’approdo di Jenny al nuovo impiego, sono diffusamente trattati nelle loro attività ricreative e di studio interattivo, ma sopraggiunge l’acmé orrorifico, quando la situazione diviene realmente truce e fosca sono occultati la gran parte del tempo e le celeri apparizioni, tutte le loro perfide azioni, vengono mantenute perlopiù fuori campo. Si suggerisce troppo e si vede poco. Se il primo emisfero narrativo, quello che ci prepara la momento clou potrebbe anche funzionare, sebbene con alcune lacune (come la reazione isterico esagerata di Jen, poco plausibile dopo un “brutto scherzo”), è quando finalmente arriva la tanto attesa concretizzazione del pericolo prima sospeso, che il tutto si diventa davvero deludenti. E’ un errabondare confuso e noioso, più che una reale fuga da qualcosa, dentro e fuori da stanze, tunnel e impianti d’areazione, rimpiangiamo persino The Blair Witch Project. Inoltre, praticamente ogni assalto è tenuto fuori dall’occhio della camera da presa e soprattutto, oscuro è il motivo per cui tanto temono i malefici piccoli killer, saranno pure in dieci ma sono ragazzini disarmati contro tre adulti di cui un uomo, dubbio accentuato dalla totale assenza di scene di violenza che li veda protagonisti, eccezion fatta per un posticcio breve assalto in cui vediamo la vittima surclassata e immobilizzata da tante piccole mani.

Riuscito nel configurare un’accattivante ambientazione e dal concept di base non malvagio, una sorta di rilettura tecnologica dei perfidi infanti di Grano rosso sangue, purtroppo Let’s Be Evil è incapace di portare a compimento l’incubo lungamente paventato, lasciandoci in attesa di un apice di violenza che non verrà mai.

Fonte: You Tube

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