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7/10 su 132 voti. Titolo originale: Loro 2, uscita: . Budget: sconosciuto. Regista: Paolo Sorrentino.

Recensione | Loro 2 di Paolo Sorrentino

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Dopo l'inutile 'Loro 1', ecco finalmente il ritratto di Silvio Berlusconi secondo il regista napoletano. Un seduttore decadente, pieno di quelle malinconie e di quei dubbi che forse ha oggi, ma che certo non aveva nel 2010

La visione della seconda metà di Loro – ovvero Loro 2 – , che avrebbe dovuto riempire di senso la prima, paradossalmente glielo toglie, lasciando allo spettatore l’impressione che le due parti siano state presentate invertite. Il modo in cui è stato suddiviso il film lascerebbe infatti intendere che il degrado a cui si assiste nella prima ora di Loro 1 (la nostra recensione) sia il contesto nel quale Silvio Berlusconi aspira ad entrare, quando invece si tratta, al contrario, dell’eredità che egli lascia all’Italia dopo il suo passaggio. Anche Paolo Sorrentino sembra pensarlo, come pare dalla scelta spiazzante di non far sfociare nella vita di Silvio tutto il caos orgiastico del primo film. Berlusconi entra sì in contatto con le ragazze della villa di fronte alla sua, ma soltanto per organizzare insieme a loro una cena che è davvero elegante.

A voler attribuire al film un senso più profondo del biografico (che peraltro, come scritto in occasione della precedente puntata, è del tutto carente), questo può essere soltanto che “Noi”, tutti noi (Sorrentino compreso), abbiamo finito per ambire a essere come “Loro”, diventando persino peggio. Per questo la pellicola sarebbe stata più coerente con sè stessa avendo per antefatto la parte dedicata al predicatore e per conclusione quella sui seguaci. Così com’è, Loro 1 diventa inutile nel momento in cui Sergio Morra e la moglie si ritrovano da soli sulla giostra nel giardino di Villa Certosa, a ripensare che non hanno ottenuto quel che desideravano, mentre Silvio Berlusconi si diverte. Tutto questo poteva essere detto senza un film-premessa piuttosto tedioso. E’ Loro 2 il vero film su Berlusconi. Non soltanto perché resta sempre in scena, ma perché il regista napoletano tenta quello scavo nel suo modo di essere che risultava mancante in Loro 1. Il film si apre con una chiacchierata in giardino con Ennio – Doris, lo storico socio di Mediolanum – al quale Sorrentino ha voluto dare lo stesso volto di Silvio (cioè Toni Servillo), come per sottolineare l’esistenza di uno stampo Fininvest. Ma Doris ci appare uguale a Berlusconi anche per le cose che afferma circa le doti di un buon venditore, per l’istinto geniale e soprattutto per la capacità di far apparire spontanea ogni mossa in realtà studiata a tavolino, perfino gli slanci di generosità (“l’altruismo è la miglior forma di egoismo” dice Ennio a Silvio a chiusa di un ragionamento su quanto sarebbe proficuo per l’immagine, dunque per le casse future, rimborsare investitori mal consigliati). Potrebbe forse querelare, Doris, perché dal film sembra essere stato l’ispiratore della compravendita di sei senatori per far cadere la maggioranza di centro-sinistra e tornare al Governo. Ma quella scena è per il film una svolta felice, perché da lì prende il via il racconto del Berlusconi seduttore. Convinto di essere fuori allenamento come venditore, prima realizza una prova generale vendendo per telefono un appartamento immaginario a una signora scelta a caso dall’elenco (gran bella scena, peccato troppo lunga), poi sfodera tutta la sua arte con i sei senatori. Non è l’unico passaggio ben costruito riguardo alla parabola di Silvio Berlusconi: è efficace anche la resa della trasformazione da uomo che ragiona da imprenditore a professionista della politica a tutti gli effetti. Loro 2 lo mostra nell’atto di promettere un posto nelle sue aziende al figlio di un senatore per avere quest’ultimo dalla propria parte o di piazzare le amichette di vari uomini politici nei film da lui prodotti, ben sapendole incapaci di recitare. Da liberale, almeno a parole, era ormai diventato di fatto statalista, per non dire comunista.

Fin qui il film funziona, perché libero da schemi. Ma quando arriva il momento di rispettarli, creando un collegamento tra le due metà e stilando un bilancio definitivo sull’uomo Berlusconi, è allora che ritorna debole. Da questo momento, nonostante si sia preso complessivamente circa tre ore e mezza, Paolo Sorrentino inizia a correre troppo. Non nelle singole scene, che anzi durano più a lungo dell’accettabile – anche se non si tratta di errore tecnico ma di marchio di fabbrica – ma nell’affannoso tentativo di inserire nel film ciò che era mancato fino a quel punto. Subito dopo il ritorno di Berlusconi alla Presidenza del Consiglio, Sorrentino ci mostra il terremoto dell’Aquila (una forzatura: il Governo nasce nel maggio 2008 e il terremoto si colloca all’inizio del 2009) come metafora di una vita privata che va a rotoli. La frequentazione delle ragazze portategli in casa da Morra diventa infatti l’incipit per una lunga scena a due in interno con un’inquisitrice Veronica Lario / Elena Sofia Ricci (al confronto Michele Santoro e Marco Travaglio sembrano Gianni e Pinotto …), che lo demolisce come imprenditore e soprattutto come marito e padre, non risparmiando nemmeno allusioni sugli inizi oscuri delle sue fortune. E’ una scena che manderà in sollucchero i nemici di Berlusconi, ma apparirà sgradevole a tutti coloro che lo guardano con neutralità, perché pretende di rimestare nell’intimità di un uomo ancora pubblico, interpretando arbitrariamente i sentimenti di chi gli ha certamente voluto bene e mettendogli in bocca parole che probabilmente non ha mai pronunciato e magari nemmeno pensato.

Dopo questo confronto, il leader di Forza Italia appare inevitabilmente come un uomo finito, che cerca consolazione incontrando l’amico Fedele Confalonieri (Mattia Sbragia) e l’ugualmente sofferente (perché allontanato senza riguardi da Mediaset) Mike Bongiorno. Un edificio che crolla troppo in fretta in un film che, viceversa, non è mai stato del tutto in piedi. La seconda parte riscatta parecchio la prima, e regala dei lampi ben riusciti. Ma visto nella sua interezza, oltre alla poca logicità della struttura, che soffre di una prima parte totalmente inutile e dunque è affetto anche da un minutaggio spropositato, risulta privo di senso della storia e al tempo stesso di senso del grandioso cinematografico. Se il Giulio Andreotti de Il Divo funzionava perché, come in un ritratto cubista, veniva deformato e presentato sotto una luce magari falsa ma suggestiva, il Berlusconi di Loro (1 e 2) non può funzionare perché è la rappresentazione trattenuta del Silvio reale. Sapendo di non riuscire a ingigantirlo, il regista ha creato un personaggio per sottrazione: un seduttore decadente pieno di malinconie di cui all’epoca non soffriva e dubbi che non lo sfioravano. Berlusconi viene trattato senza ferocia o malignità, ma con la crudeltà di chi gli imputa di aver perso nelle cose che contano, ritenendolo consapevole tanto di questo quanto dell’impotenza di rimediare agli errori compiuti. Ma Sorrentino imbroglia, perché non era questo il Berluconi del 2010.

Nei suoi ultimi anni di vita, Indro Montanelli era solito dire che di Silvio Berlusconi ne aveva conosciuti due: l’editore liberale che per vent’anni gli aveva lasciato carta bianca nel fare “Il Giornale” e il despota che, una volta entrato in politica, non aveva esitato a mettergli contro la redazione pur di averla al proprio servizio. In entrambi i casi, un uomo forte, artefice del proprio destino. Morendo nel 2001, Montanelli non ha potuto vedere il terzo Berlusconi, quello sciupato di questi ultimi mesi, che del destino è diventato vittima fino a dover per la prima volta definire un altro uomo politico “il nostro leader”. Neppure Sorrentino poteva vederlo negli anni in cui ha ambientato il suo film. Perciò per girarlo ha compiuto uno sforzo d’immaginazione, agevolato dal fatto di dover prevedere quel che già è accaduto.

Di seguito il trailer ufficiale di Loro 2, nei cinema dal 10 maggio:

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