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7/10 su 1584 voti. Titolo originale: Escape from Alcatraz , uscita: 25-01-1979. Budget: $8,000,000. Regista: Don Siegel.

Recensione story | Fuga da Alcatraz di Don Siegel

28/11/2019 recensione film di Francesco Chello

Nel 1979, Clint Eastwood era il flemmatico protagonista di un impeccabile prison movie a orologeria, ispirato a un clamoroso fatto di cronaca

Fuga da Alcatraz (1979) clint eastwood

Il catalogo di Amazon Prime Video si fa sempre più ricco, sono diversi i titoli interessanti aggiunti di recente. Tra di loro anche Fuga da Alcatraz (Escape from Alcatraz), che proprio nel 2019 festeggia i suoi 40 anni. Semplicemente, uno dei migliori prison movie di sempre. Il film si basa su eventi realmente accaduti, racconta la storia dell’evasione di Frank Morris e dei fratelli John e Clarence Anglin, detenuti nel carcere di Alcatraz, avvenuta l’11 giugno del 1962.

Alcatraz, come saprete, è un’isoletta del Pacifico appartenente alla municipalità di San Francisco, deve buona parte della sua notorietà al fatto di essere stata la sede, dal 1934 al 1963, di uno dei carceri più famosi al mondo. Una prigione di massima sicurezza che ospitava detenuti molto pericolosi (come Al Capone o Machine Gun Kelly, per dirne un paio) e/o che avevano ripetutamente tentato la fuga da altri istituti penitenziari, caratterizzata da un regime piuttosto rigido e, soprattutto, dal fatto che fosse quasi impossibile l’evasione tra sentinelle, impostazione della struttura e circa due chilometri da percorrere a nuoto (in acqua dalle basse temperature) per poter raggiungere la baia di San Francisco. La prigione fu chiusa nel 1963 a causa dei costi di gestione troppo elevati, diventando negli anni meta turistica per migliaia di visitatori.

fuga da alcatraz 1979 film posterLa sceneggiatura curata da Richard Tuggle (Tightrope – Corda Tesa, ancora con Clint Eastwood) si basa sull’omonimo libro di J. Campbell Bruce pubblicato nel 1963, che raccontava la storia delle fughe tentate dai detenuti di Alcatraz, dedicando (ovviamente) una parte importante alla celebre evasione di cui sopra. Il progetto ha il vantaggio di partire subito sotto una buona stella, quella di finire in mano ad un binomio di successo composto da Clint Eastwood e Don Siegel, un canto del cigno per la coppia all’ultima di cinque collaborazioni, dopo L’Uomo dalla Cravatta di Cuoio (Coogan’s Bluff, 1968), Gli Avvoltoi hanno Fame (Two Mules for Sister Sara, 1969), La Notte Brava del Soldato Jonathan (The Beguiled, 1971) e Ispettore Callaghan: il Caso Scorpio è tuo! (Dirty Harry, 1971).

Tuggle lavora per circa sei mesi alla sceneggiatura, dopodiché prova a venderla senza fortuna ad agenti e produttori vari, fino a quando non decide di rivolgersi direttamente ad un filmmaker. Contatta così l’agente di Don Siegel mentendogli spudoratamente (disse che, in occasione di un party, aveva parlato con Siegel, il quale aveva mostrato interesse per lo script), riuscendo a far arrivare in qualche modo la sua sceneggiatura al regista che non solo apprezza sul serio, ma la gira a Clint Eastwood che, a sua volta, viene colpito dal main role e si propone di produrre con la sua Malpaso. Don Siegel, però, insiste perché sia una sua produzione, acquistando i diritti della storia per 100 mila dollari; la cosa crea un po’ di attrito tra i due vecchi amici, che arrivano ad una tregua optando per una produzione congiunta Malpaso Company/Siegel Film, anche se poi il regista proporrà una partecipazione alla Paramount, studio con cui Eastwood aveva avuto problemi in occasione di La Ballata della Città senza Nome (Paint Your Wagon, 1969) ed era in qualche modo rivale considerando che l’attore, a quel tempo, collaborava continuativamente con la Warner Bros., come proseguirà a fare anche dopo con una parentesi targata Columbia, nel 1993 con Nel Centro del Mirino (In The Line of Fire).

La frizione Siegel/Eastwood si ricompone. Per fortuna, aggiungerei. Sì, perché la presenza dei due si rivela chiaramente determinante per la riuscita del progetto. Ed in particolare è proprio la regia di Don Siegel ed il suo eccellente meccanismo narrativo a fare la differenza in Fuga da Alcatraz. La sceneggiatura mescola sapientemente i fatti realmente accaduti (con dovizia di particolari e ricostruzioni abbastanza fedeli) ad una caratterizzazione dei personaggi con annesse dinamiche interpersonali per forza di cose romanzate ma con buon senso e sensibilità, allo stesso modo Don Siegel segue lo stesso esempio gestendo con intelligenza e parsimonia le varie componenti del film. Nonostante il titolo evidentemente esplicito, il regista non si fa prendere dalla frenesia di arrivare presto e puntare tutto sulla fuga in sé, non spinge sulla spettacolarizzazione dell’evasione ma sul suo aspetto emotivo. Una direzione ponderata, calibrata sulle varie fasi della vicenda. La fuga è la motivazione, il fuoco che alimenta la pellicola, Siegel lo capisce benissimo e ti ci porta un passo alla volta, arriva a fartela desiderare, l’esito inevitabile dopo una stimolante attesa propedeutica. Una serie di accadimenti necessari all’esplosione di una climax finale estremamente coinvolgente.

Fuga da Alcatraz (1979) filmLa prima parte di Fuga da Alcatraz è giustamente dedicata all’introduzione del contesto e dei personaggi. Prison movie puro, con tutti gli elementi tipici del caso. Un luogo angusto, un direttore cinico e senza scrupoli (Patrick McGoohan), restrizioni e punizioni, ingiustizie morali, detenuti pericolosi, pochi compagni di sventura di cui potersi fidare. Un quadro eloquente già dal prologo, col bus che porta i nuovi arrivati alla prigione, dove verranno spogliati della voglia di rialzarsi. Il discorso del direttore fa il resto: regime autoritario, celle individuali, isolamento (al buio) per i ribelli, nessun privilegio, nessuna notizia dal mondo esterno, niente premi per buona condotta, doccia/barba/capelli in giornate prestabilite, eventuali mansioni lavorative vanno guadagnate.

Tutto vero, tra l’altro, nulla che sia stato inventato per appesantire la versione cinematografica. Una situazione decisamente drammatica che non può far altro che provocare empatia nello spettatore che si immedesima con i personaggi principali, i quali lasciano intravedere del buono per quanto comunque criminali – quanto meno condannati per furti e rapine, nessuno di loro per omicidio, violenze e reati simili. In pratica, prima di iniziare a parlare di evasione, Don Siegel ti convince che evadere non solo è l’unica soluzione accettabile, ma che fondamentalmente è anche una soluzione giusta. Una porzione di film in cui il lato emozionale viene enfatizzato da diversi momenti intensi, come le settimane di isolamento, il gesto di Doc (Roberts Blossom) che si falcia le dita (che prende spunto da un vero episodio accaduto nel 1937), il toccante colloquio di Butts (Larry Hankin) con la fidanzata. La questione fuga viene quindi introdotta a metà film, con l’arrivo ad Alcatraz dei fratelli Anglin (Fred Ward e Jack Thibau). Da quel momento in poi, la pellicola inizia a tendersi come una corda di violino senza mai mollare la presa, una lunghissima fase preparatoria fatta di dettagli minuziosi ed un mix letale di ansia e tensione.

La forza di Fuga da Alcatraz la si può riscontrare nel fatto che nessuna delle sequenze clou perde la sua efficacia tensiva ad una seconda o plurima visione; puoi rivederlo dieci volte, ma pur conoscendo l’esito proverai la stessa stretta allo stomaco in ogni scena in cui i protagonisti camminano sul filo del rasoio rischiando di essere beccati – penso, ad esempio, al secondino che infila la mano per svegliare Morris, all’odore di bruciato della saldatura, all’ispezione a sorpresa del direttore, per dirne alcune in cui una goccia di sudore fa capolino sulla fronte dello spettatore al pari dei personaggi impegnati sullo schermo. E questo, se ci pensate bene, è un merito enorme oltre ad essere, ribadisco, riconducibile alla mano ed alla bravura di Don Siegel, alla sua gestione del tempo, il modo in cui crea pathos, alimenta un’attesa snervante. Insomma, più ripida è la salita e più appagante sarà l’arrivo. Ed è quello che succede col gran finale in cui, quasi paradossalmente, alla fuga vera e propria viene riservato meno di un quarto d’ora che si rivela decisamente incisivo, tassello perfetto per la chiusura di un mosaico fatto di ingegno, costanza, coraggio e pazienza. Un insieme di scene fisicamente impegnative che Clint Eastwood, Fred Ward e Jack Thibau hanno girato senza controfigura, dopo adeguata preparazione fisica – e voi ormai sapete quanto io apprezzi certe cose.

Fuga da Alcatraz (1979)Clint Eastwood ha il prezioso ruolo del protagonista, quel Frank Morris detenuto senza famiglia, dal quoziente intellettivo sopra la media. L’attore ricorre ad alcuni elementi di suoi personaggi passati, il nuovo arrivato dal passato misterioso, taciturno, apparentemente calmo ma tosto, che sa il fatto suo e sa farsi rispettare. La sua è un’interpretazione moderata, quasi flemmatica ma perentoria, negli sguardi e nella battute che lasciano il segno. Morris scruta, osserva, studia, elabora; la fuga è tutta farina del suo sacco. Ha un ascendente sul suo gruppetto di compagni di detenzione, si fidano del suo piano senza alcuna prova a sostegno. Quella di Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz è un’interpretazione convincente capace di far ricredere anche qualche scettico dell’epoca; ironia vuole che nonostante i fior di film (e che film) che Clint aveva già alle spalle nel 1979, ci fosse una parte della critica che lo riteneva sopravvalutato o comunque limitato, discorsi che oggi fanno sorridere ma che al tempo erano assurdamente esistenti.

I fratelli Anglin vengono interpretati da Fred Ward, al suo primo ruolo importante (che l’attore ebbe poi modo di parodiare nel terzo capitolo di Naked Gun / Una Pallottola Spuntata, del 1994), e Jack Thibeau. Esuberanti e apparentemente meno svegli, si riveleranno affidabili ed essenziali per l’esecuzione del piano. Larry Hankin è Charley Puzo / Butts, che per le proprie insicurezze non riesce a prendere parte alla fuga facendosi carico della parte amara di un finale complessivamente positivo – personaggio ispirato ad Allen West, vero detenuto che avrebbe dovuto evadere con Morris e gli Anglin, ma che non riuscì nel suo intento in quanto il buco che aveva scavato era ostruito da una sbarra di metallo di cui non era a conoscenza – mentre Paul Benjamin è English, che con la sua saggezza apre la mente a Morris attraverso l’azzeccata metafora sui gradini della scala sociale – basato su Clarence Carnes, altro prigioniero realmente esistito. Ruolo chiave per Patrick McGoohan, impeccabile nei panni del direttore cinico, estremamente (e gratuitamente) severo, meschino; buona parte dell’insostenibilità della vita ad Alcatraz è da attribuire alla sua figura. Nel cast, tra i detenuti generici, anche un Danny Glover all’esordio – è uno di quelli a cui Frank consegna i libri.

Fuga da Alcatraz (1979) film manichinoLa location fa il resto e non potrebbe essere altrimenti visto che si tratta del vero carcere di Alcatraz, una condizione su cui la produzione non ha voluto transigere ed in cui ha investito circa 500 mila dollari per ripristinare l’impianto elettrico, lavori di ristrutturazione e manutenzione utili a riportare la prigione allo stato originale del 1962. Lavori e modifiche che vennero lasciate intatte, benefici di cui hanno approfittato negli anni anche i tour di visitatori che si susseguono ancora oggi – durante i quali la domanda più gettonata è quale sia la cella di Clint Eastwood. Don Siegel aveva già visitato Alcatraz in occasione delle ricerche per il suo Rivolta al Blocco 11 (Riot in Cell Block 11, 1954), mentre Eastwood ci aveva già girato nel 1974 per Cielo di Piombo Ispettore Callaghan (The Enforcer).

Fuga da Alcatraz esordisce nelle sale statunitensi il 22 giugno del 1979. In Italia viene presentato al Festival di Venezia il 30 agosto dello stesso anno, per poi essere distribuito a partire dal 19 ottobre. L’incasso complessivo, comprensivo del mercato internazionale, si aggira intorno ai 65 milioni di dollari, a fronte di un budget di soli 8 milioni.

Ad Alcatraz, in 29 anni, si sono verificati solo 14 tentativi di evasione con 39 detenuti coinvolti. 26 sono stati catturati, 7 colpiti a morte, 3 sono annegati. All’appello ne mancano tre, i nostri Frank Morris e John e Clarence Anglin, di cui non si sono mai più avute notizie. I corpi non sono mai stati ritrovati, diversi sono gli indizi che portano a pensare che ce l’abbiano fatta sul serio. Oltre ad alcune testimonianze e perizie fotografiche di persone che sostengono di averli visti vivi molti anni dopo. A noi piace pensare che sia andata così, come del resto anche il finale di Fuga da Alcatraz lascia chiaramente intendere. Un’impresa troppo bella per poter essere finita diversamente.

Di seguito il trailer internazionale:

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