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7/10 su 2720 voti. Titolo originale: Warrior , uscita: 09-09-2011. Budget: $25,000,000. Regista: Gavin O'Connor.

Rivisti Oggi | Warrior di Gavin O’Connor

05/03/2018 recensione film di Valeria Patti

Vite comuni alla ricerca di seconde possibilità, affetti dimenticati e ritrovati scanditi da momenti brutali ma al tempo stesso toccanti e profondi. Una storia sulla vita e di quanto sia bello ritrovarsi, nel bene e nel male

Il Cinema è un infinito manifesto di sentimenti umani. Tra le moltissime pellicole che escono e continueranno a uscire vi sono film che possiedono un proprio animo la cui essenza a volte può essere più vicina ad emozioni e sensibilità femminili o a quelle maschili. Tali pellicole tracciano argomenti riguardati inclinazioni propriamente di genere. Può succedere quindi che vedendo un film ci sentiamo distaccati perché tocca tematiche a noi sconosciute o tendenzialmente distanti, alla fine uomini e donne sono due mondi separati, ed è giusto che sia così.

Eppure è bello sperimentare visioni che a un primo impatto ci appaiono distanti anni luce ma che col passare dei minuti ne riusciamo a comprendere il senso, pellicole capaci di scavare profondamente nell’animo e che riescono a spaccare in maniera netta tutto ciò che ci viene imposto, in modo tale da annullare ogni “distanza”, differenza e “genere”. Babadook di Jennifer Kent è un film “femmina” per i personaggi che mette in mostra, per i concetti che esprime e le allegorie che usa per esporli. Ne fa un discorso universale per tutti ma mantiene profondamente la sua identità “sessuale”. Invece Warrior è un film “maschio” uscito in sala nel 2011 e diretto da Gavin O’Connor con protagonisti Tom Hardy, Joel Edgerton e Nick Nolte.

Paddy Conlon (Nolte) è un uomo solo, un ex alcolizzato alla ricerca di redenzione con il desiderio di recuperare una vita persa, passa le giornate ascoltando musicassette dove una voce narrante i capitoli di Moby Dick e con l’unica soddisfazione di essere sobrio da mille giorni. Una sera improvvisamente ritorna dopo quattordici anni il figlio minore, Tommy Conlon (Hardy). Tornato dalla guerra Tommy è visibilmente cambiato ed è carico di rancore verso il padre secondo lui colpevole di essere stato assente, troppo preso a bere costringendolo a scappare insieme alla madre malata in cerca di cure. Dopo la morte della donna, Tommy decise così di arruolarsi nei marine facendo perdere ogni sua traccia. Egli però ha un nuovo obiettivo ora: iscriversi a Sparta, il più grande torneo di lotta libera mai indetto, dove il vincitore si porterà a casa un bottino di cinque milioni di dollari. Tommy richiede così l’assistenza del padre per tornare ad allenarsi. Non vuole nient’altro.

Non accetta riavvicinamenti dal sapore affettivo e non accetta nessuna scusa, nessun buon intento di riappacificarsi a lui. Lo vuole solo come allenatore. E così tra i due parte nuovamente un rapporto ormai assopito che però non ha nulla a che fare con la tipica relazione padre e figlio. Paddy nonostante le premesse poco rassicuranti ne risulta felice e riempire nuovamente la propria casa ormai vuota da tempo è per lui una grande cosa. Non gli può sfuggire tale occasione e così il compromesso viene accettato. Poco lontano da loro troviamo il terzo membro della famiglia, Brendan (Edgerton). Vive con una moglie e due figlie ed è subito chiaro quanto le ami e quanto sia disposto a dare qualsiasi cosa per loro. Sembra apparentemente un’idilliaca famiglia con tanto di villetta ma capiamo in breve tempo che la situazione economica che li attanaglia li rende sull’orlo del fallimento: il mutuo è troppo altro e se i debiti non verranno pagati a breve, la casa sarà pignorata dalla banca.

Brendan fa il professore di fisica in una scuola superiore e la moglie Tess (Jennifer Morrison) fa un secondo lavoro per pagare le spese. Ma Brendan è anche un ex lottatore e decide così di tornare sul ring per racimolare altri soldi, ma si rivelerà una mossa non troppo scaltra visto che verrà scoperto dalla scuola stessa e sospeso per un semestre senza stipendio, lasciando la famiglia in un mare di guai e debiti.

Grazie a una serie di casi fortuiti e di un amico famoso istruttore di lotta (Frank Grillo), Brandon tra molti allenamenti e sfide vinte si troverà anche lui al torneo Sparta, unico luogo la cui somma finale potrebbe salvare lui e la sua famiglia dall’abisso che li aspetta. Un’occasione pericolosa, ma unica soluzione estrema per un problema tanto estremo. Tommy e Brendan nello stesso torneo. Un torneo a cui partecipano 16 dei migliori lottatori al mondo. Ed è in un’Atlanta notturna con le luci al neon che la famiglia Conlon si ritroverà così costretta a confrontarsi: passato, rancore, incomprensioni e la profonda disillusione verso la vita rende ognuno di loro, a modo proprio, vittime e carnefici dai cuori pesanti.

Se un tempo il padre/padrone era mosso da comportamenti sbagliati e di regimi totalitari costituiti da leggi imposte, ora sono i figli a non risparmiargli più nulla. Spietati gli schiaffano ogni volta con brutalità rancorosa verità scomode portatrici sane di dolore e sensi di colpa. E Paddy accetta tutto, consapevole di meritarsi quel trattamento. Consapevole di essere stato un pessimo padre e un pessimo marito. Consapevole di aver arrecato sconfitte, disagi e ingiustizie verso i propri figli. Consapevole del dramma e della propria solitudine. Consapevole di essere lui il fulcro di quella diatriba che pare non avere alcuna speranza di risoluzione. Eppure ognuno di loro è il riflesso dell’altro ed è in questo riflesso composto da dolore e lacrime che si va a comporre con delicatezza ed estrema intelligenza ogni pezzo del mosaico che ne costituisce una trama semplice e al tempo stesso efficace.

Warrior travolge per la sua profondità. Utilizza lo sport e le lotte miste fatte di calci, pugni e sangue per raccontare la sofferenza famigliare e il sentimento spietato di solitudine. Non è solo un “fight movie”, è un film che parla della famiglia, delle difficoltà e dei problemi quotidiani. Luigi Pirandello usava il palcoscenico come massima rappresentazione della vita. O’Connor invece ne fa un discorso meno “elegante” ed allegoricamente è il ring il luogo dove i protagonisti possono avere una seconda possibilità. Una rinascita. Perché Warrior è una storia che senza moralismi o piagnistei narra quanto sia difficile essere perdenti e come la necessità massima dell’essere umano sia trovare una nuova strada, una nuova via per avere finalmente una seconda possibilità.

Il contrasto tra la brutalità della violenza unita alla rabbia con la necessità fondamentale di redimersi, hanno come denominatore comune una serie di pugni emotivi che lasciano tramortiti, addolorati e pieni di sgomento. Un discorso che ricorda senza se e senza, ma Rocky (John G. Avildensen, 1976), film dai buoni sentimenti e buoni propositi che si rivolge a un pubblico desideroso di assistere a una storia classica ma piena di colpi di scena, di amore e di quanto sia strano, ma al tempo stesso illuminante, perdere pubblicamente e al tempo stesso vincere privatamente. Vincere contro noi stessi. Siamo noi i fautori del nostro destino ed è attraverso personaggi semplici, “perdenti” dalle vite comuni, che riusciamo ad empatizzare maggiormente e tifare con più coinvolgimento. Warrior è un inno al coraggio e al sapersi mettere in gioco, un inno alla vita che altro non è un prendere e ricevere. La metafora dei pugni ben assestati e il sangue che sgorga e ci sporca il viso è un’allegoria estrema quanto più vicino alla verità.

La violenza nuda e cruda a cui assistiamo nel film ricorda quella di Toro Scatenato (Martin Scorsese, 1981), dove il sangue è elemento e risultato finale del martirio fisico attraverso l’allenamento atletico che ogni lottatore si auto-infligge prima di un incontro. La pellicola di Scorsese ci riduce in brandelli utilizzando la figura di Jack La Motta (indimenticabile Robert De Niro) che, proprio come in Warrior Tommi, è il manifesto della rabbia e della sconfitta.

Un’esistenza malinconica fatta di cadute. Una lucidità che in entrambi i casi ci è chiara sin da subito e sposiamo quasi inconsciamente come nostra battaglia. Un discorso intimista fatto successivamente anche da Darren Aronofsky col suo splendido The Wrestler: un uomo fallito (Mickey Rourke) ex star del wrestling solo e senza meta che tenta in maniera goffa di riavvicinarsi alla figlia, con la quale non ha mai avuto nessun legame.

Un uomo alla ricerca della normalità, un perdente che continua a sguazzare nei casini da lui stesso causati. Soprattutto un uomo sempre pronto a combattere contro i propri demoni. Un’anima errante, appesantito dai rimpianti, ma anche dai rimorsi che volge lo sguardo verso il futuro con la speranza possa essere almeno un poco migliore. E proprio come anche in Warrior, non esiste mai il dramma fine a sé stesso. Necessaria è l’esplorazione dei sentimenti e dei fattori emotivi scatenanti insiti nelle sfere personali dei personaggi. Warrior dà il suo massimo nella fase conclusiva. Le due storie parallele dei fratelli (scritte magistralmente senza mai risultare banali o ripetitive) si scontrano nel match finale e diviene così un film dove le parole lasciano spazio solo alla brutalità dei gesti.

O’Connor si muove esclusivamente sul ring con primi piani che spaccano lo schermo. Sono attimi effimeri importanti, grazie ai quali possiamo immedesimarci meglio nei confronti dei due fratelli. Decide di fare una scelta inclusiva di puro accompagnamento. Tecnicamente i primi piani nel cinema hanno una dualità assoluta e fondamentale: il personaggio di cui vediamo il volto in modo così ravvicinato scaturisce inevitabilmente quel fenomeno introspettivo di impatto e noi, come spettatori, ci sentiamo più vicini verso tale introspezione.

La possediamo e la portiamo dietro per tutto il tempo necessario. Chiaramente e per fortuna ciò non comporta solo sensazioni positive, ma anche negative. Possiamo sentirci disgustati o sconvolti. Non è importante il tipo di emozione, ma il livello di trasporto. Il regista è bravissimo in questa finezza tecnica e in un certo senso ci affatichiamo doloranti anche noi durante la lunga sequenza finale. Col cuore in gola viviamo il ring e il duello come se fosse reale. Abbiamo la sensazione di non vedere un film, ma un vero incontro trasmesso in televisione. Tifiamo, gridiamo e a in certi momenti rimaniamo in silenzio troppo coinvolti dall’insieme dei fatti.
I muscoli dei due fratelli sono il loro scudo e la loro armatura grazie alla quale proteggersi e colpire diviene la massima esposizione del loro spirito ferito.

Le poche battute di Brendan sono udibili a noi e al suo avversario. Il pubblico pagante e urlante ambisce solamente allo scontro fisico. L’intimità dei due fratelli che si confrontano nell’ultimo atto, è un nostro unico ed esclusivo privilegio. Gavin O’Connor ha voluto con tutto sé stesso girare questo film. Esso rappresenta la sua storia personale, lui stesso racconta di una famiglia difficile e di quanto sia stata dura stare diviso dal fratello per molti anni, le sue dinamiche private sono ovviamente diverse da quelle narrante in Warrior, eppure ne trapela un’accuratezza e una tenerezza ponderate con maturazione e dedizione. Capiamo quanto quest’opera sia sentita. Sin dalle prime battute. Lo si comprende perché l’emotività è lo scheletro della storia e i suoi sentimenti positivi e negativi ne fanno inevitabilmente parte. Warrior avrebbe potuto parlare di boxe, wrestling o qualsiasi altro sport, ma usa l’espediente estremo (l’MMA) per creare maggior contrasto in modo sicuramente funzionale per tutto il tempo del lungometraggio. Crea in questo modo un impatto fortissimo verso chi lo guarda. Ma, nonostante questo, la carica emotiva rimane imprescindibile.

Lo stesso contrasto si avverte in quella gabbia, nello scontro ultimo e intimo dove mano a mano più passa il tempo e più la camera si stringe sempre di più verso i due, dove Brendan decide di salvare la vita a Tommy massacrandolo di botte. Simbolicamente, la rinascita di Tommy può e deve avvenire solo attraverso la “morte” per mano del fratello. E’ l’unica salvezza possibile. L’unico modo per rinascere dalle proprie ceneri. Il contrasto tra i due è netto e di impatto: Tommy sotto a quella corazza è vulnerabile, quasi un ragazzino e le sue fragilità le tira fuori vomitando rabbia e forza animalesche; anche Brendan è vulnerabile come il fratello, insicuro e con un forte sentimento di inferiorità (dovuta principalmente ai favoritismi da parte del padre verso Tommy). La differenza focale e sostanziale tra i due è la finezza con cui si pone verso il piccolo nucleo che da solo è riuscito a costruire (la propria famiglia). Brendan lotta senza demoni. E’ libero pronto a sfrecciare verso l’obiettivo. Tommy invece è incatenato al passato, ai rancori e ai dissapori dolorosi.

Lui vuole vincere quei soldi e donarli a un’altra famiglia, ma è troppo coinvolto nel farla pagare al fratello, vuole punirlo. Umiliarlo. Farlo sentire come si è sentito lui per una vita. Solo e lontano da un luogo che sarebbe dovuto essere il proprio rifugio personale. Entrambi però, sono anche accomunati dalla volontà e dalla determinazione. E proprio davanti ai nostri occhi vediamo uno dei finali più commoventi e sentiti possibili. Un abbraccio tra due figure simili, ma diverse. Brendan decide di accompagnare il proprio fratello minore, un’ultima volta. Non dà priorità a nessun’altra cosa, né alla sua famiglia né al suo allenatore, né tanto meno al pubblico o alle luci della ribalta. Resetta per quei pochi secondi persino lo scopo che l’ha portato in quel luogo. Un abbraccio. Una camminata tra il caos e le grida. Uno accanto all’altro, in un riavvicinamento che non ci è dato sapere se definitivo o momentaneo, non è importante. Ennesima e ultima prova che Warrior è un film che parla di emozioni e scinde dal concetto sportivo fine a se stesso. Tutti abbiamo bisogno di un Brendan. Qualcuno che insista nel proclamarci il proprio bene, qualcuno che ci distrugga per riportarci in vita. Con la consapevolezza più sincera che non esiste vittoria senza fallimento. Bisogna saper perdere e chi non ci riesce non assaporerà mai la bellezza di gridare a squarcia gola:”ADRIANAAA!”

Di seguito il trailer italiano di Warrior:

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