Titolo originale: Return to Silent Hill , uscita: 21-01-2026. Budget: $23,000,000. Regista: Christophe Gans.
Riflessione: il flop di Return to Silent Hill parte da un solo enorme errore
27/01/2026 news di William Maga
Un tradimento efferato al videogioco Silent Hill 2

Con appena il 18% di recensioni positive da parte della critica e il 29% dal pubblico su Rotten Tomatoes, e un debutto al botteghino statunitense di appena 3.252.000 dollari in circa 2.000 sale, Return to Silent Hill di Christophe Gans (la recensione) si è presentato fin da subito come un caso problematico. Numeri deboli, soprattutto per un titolo che punta apertamente sulla nostalgia e su uno dei capitoli più amati della storia videoludica.
Ma ridurre il fallimento del film a una semplice delusione dei fan sarebbe fuorviante: il vero problema è più profondo e riguarda una scelta di scrittura che compromette l’intero impianto narrativo di Silent Hill 2.
Attenzione: da qui in avanti si entra nel territorio degli SPOILER.
Il film introduce una modifica sostanziale al personaggio di Mary, attribuendole un passato inedito: suo padre viene presentato come un membro di alto rango di una setta, che l’avrebbe cresciuta come possibile veicolo per rituali occulti. Secondo questa nuova versione, Mary sarebbe stata lentamente avvelenata proprio dal culto, e la sua malattia terminale non sarebbe una tragedia casuale, ma il risultato di un complotto. È in questo contesto che chiede a James di porre fine alle sue sofferenze.
Questa scelta apparentemente “esplicativa” produce un effetto immediato: assolve James. Il suo gesto non nasce più da frustrazione, risentimento e incapacità di affrontare la realtà, ma da una richiesta consapevole, quasi misericordiosa. Nel gioco, l’uccisione di Mary è un atto profondamente egoista e moralmente ambiguo, che colloca James in una zona grigia scomoda e disturbante. È proprio questa ambiguità a rendere il personaggio tragico e umano. Eliminandola, il film lo trasforma in una figura più rassicurante, quasi eroica, svuotandolo della sua complessità.
Il problema, però, non si ferma qui. Alterare la motivazione centrale di James innesca un effetto domino che obbliga la sceneggiatura a riscrivere tutto il resto. La nuova origine del trauma di Mary costringe infatti il film a fondere il suo arco narrativo con quello di Angela: in due ore non puoi raccontare due storie diverse basate sul trauma paterno senza risultare ripetitivo. La soluzione adottata è quindi quella di sovrapporre i personaggi, affidando alla stessa attrice più ruoli femminili, presentati come frammenti di un’unica identità.
A questo punto la narrazione entra in una spirale di semplificazioni forzate. Laura, che nel gioco rappresenta un punto di contatto con una realtà non filtrata dalle colpe di James, viene spiegata come “un’altra versione di Mary”. Una scorciatoia che può sembrare elegante sulla carta, ma che priva il personaggio di qualsiasi funzione simbolica coerente.
Gran parte del tempo narrativo viene assorbita da questo nuovo e superfluo retroscena, lasciando figure fondamentali come Eddie e Pyramid Head ai margini del racconto. Ed è proprio Pyramid Head a risultare il più danneggiato da questa riscrittura. Nel gioco, la creatura è la materializzazione del senso di colpa di James, un’espressione visiva del suo desiderio inconscio di punizione. È un simbolo, non un semplice mostro.
Nel film, però, la colpa viene spostata quasi interamente sulla setta. James non è più il fulcro morale dell’orrore, ma una vittima degli eventi. Di conseguenza, qualsiasi rivelazione che colleghi Pyramid Head a James perde forza e significato. Non c’è più un conflitto interiore da rappresentare, nessuna vergogna da elaborare, nessuna necessità di autopunizione. Il simbolo resta, ma è svuotato.
Ciò che rendeva Silent Hill 2 un’opera unica non era la mitologia del culto, ma l’intimità del suo orrore. Un horror psicologico fondato sul rimorso, sulla rimozione e sull’incapacità di accettare la verità. Introducendo un male esterno chiaramente identificabile, il film annulla il cuore tematico dell’opera originale e lo sostituisce con una spiegazione rassicurante, ma sterile.
In definitiva, Return to Silent Hill non fallisce perché osa cambiare, ma perché modifica proprio l’elemento che non avrebbe mai dovuto essere toccato: il senso di colpa come motore dell’orrore. Una singola scelta di scrittura che si propaga come un virus, deformando personaggi, simboli e dinamiche fino a distruggere ciò che rendeva Silent Hill 2 così speciale.
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