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6/10 su 52 voti. Titolo originale: 愛なき森で叫べ, uscita: 11-10-2019. Regista: Sion Sono.

The Forest of Love | La recensione del film di Sion Sono (per Netflix)

15/10/2019 recensione film di Francesco Chello

Il regista giapponese torna sulle scene con un'opera divisiva e a tratti estenuante, che ribadisce e rafforza la sua poetica e ne rilancia le ossessioni e i temi cardine

Tra le uscite Netflix dello scorso 11 ottobre c’è anche The Forest of Love, l’ultima fatica di Sion Sono (Suicide Club, Cold Fish). Trattasi di una produzione originale, con release in contemporanea in molti paesi del mondo. Soprattutto, è la prima volta sulla piattaforma per il regista nipponico, un binomio inedito e già di per sé interessante, un mezzo (come lo streaming) alla portata di tutti per un artista che non è per tutti. Intendiamoci, il ‘non per tutti’ non ha una connotazione elitaria che preveda chissà quale presunta competenza cinematografica da parte di chi scrive, si tratta di una semplice (ma specifica) questione di gusto dello spettatore, di una reazione di pancia. Perché è evidente che uno come Sion Sono tende a dividere, il suo particolare stile narrativo ha bisogno di un terreno ben predisposto per poter fiorire. E The Forest of Love non sfugge assolutamente a questa regola, anzi.

The Forest of Love (2019) film posterIl filmmaker ha completa libertà creativa e nessun paletto di sorta per un film di cui cura regia, sceneggiatura e montaggio. Insomma, più suo di così si muore (accoltellati …). Il 57enne di Toyokawa porta su Netflix il suo bagaglio di eccessi, violenza, stravaganza. Ed è chiaro che non gli interessa condurre lo spettatore in un’area di comfort, non lo ha fatto in passato e non inizia a farlo adesso, piuttosto sfida il fruitore a seguirlo in un percorso tutt’altro che agevole.

The Forest of Love è un tuffo in una spirale di morbosità, violenza, dolore. La storia si focalizza su sessualità, manipolazione e masochismo, tre elementi che si riveleranno strettamente legati tra loro al punto da formare un unico filo conduttore. La sessualità presentata nelle sue molteplici sfaccettature, come ad esempio quella repressa di Mitsuko (Eri Kamataki), che vede castigata la propria natura omosessuale al punto da detestarsi e cercare l’autopunizione, passando poi per i tabù della sua famiglia ancorata a valori e princìpi obsoleti (e bigotti) che Sion Sono attacca e ridicolizza in più di una circostanza radendone al suolo la presunta sacralità.

E ancora la sessualità libertina e disinibita di Taeko (Kyoko Hinami) o quella acerba di Shin (Shinnosuke Mitsushima) che, in un prologo evidentemente esplicito sul tema, si dichiara ancora vergine, innescando più o meno involontariamente un meccanismo follemente assurdo. Ma soprattutto la sessualità di Joe Murata (Kippei Shîna), che utilizza il sesso come veicolo di plagio nei confronti delle vittime femminili su cui, allo stesso tempo, sfoga i propri istinti sessuali più perversi. La manipolazione psicologica che spinge individui emotivamente fragili a cadere nella tela del soggetto dominante, sprofondando in una totale sottomissione che li porta a perdere il contatto con la realtà al punto da mettere in secondo piano persino la propria sopravvivenza. Manipolazione che trova suolo fertile nel masochismo, sia fisico che emotivo, un aspetto su cui Sion Sono sembra voler insistere. L’autolesionismo che porta, per svariate ragioni naturalmente soggettive, un gruppo di persone a legarsi a doppio filo a una situazione chiaramente distruttiva, sviluppando una dipendenza tossica. Quel paradossale dipendere dal proprio carnefice, il non riuscire a stare lontani dal dolore, il bisogno di soffrire per sentirsi vivi, nutrire il proprio malessere anziché tentare di liberarsene. Un male interiore che affligge la società odierna più di quanto non si pensi.

Kyoko Hinami in The Forest of Love (2019)Tre elementi, quindi, che danno vita in The Forest of Love a un contesto putrido in cui può sguazzare allegramente il già citato Joe Murata, personaggio cardine attorno al quale ruotano le varie vicende, portato in scena con convinzione da Kippei Shiina. Il suo personaggio è un predatore, sia sessuale che della psiche, viscido, mitomane, lucido nel perpetrare la propria follia, in continua ricerca di vittime emotivamente deboli e instabili da soggiogare e circuire (con una facilità quasi fumettosa), di cui approfittare economicamente e sessualmente e su cui sfogare le proprie deliranti perversioni. Joe Murata trova la propria ‘carne da macello’ in un gruppo variegato di malcapitati, ognuno con le proprie debolezze di cui potersi servire. In primis la problematica e sfortunata Mitsuko, che funge da causa scatenante coinvolgendo nel vortice sia gli amici che la propria famiglia con risultati devastanti. Passando per Shin, lo sfigato di turno che evolverà in qualcosa di più buio e pericoloso (rivelandosi determinante per la trama), e i suoi compagni di sventura, in fissa col sogno del cinema – attraverso il quale, Sion Sono inserisce una critica più o meno velata su questo mondo e le ossessioni a cui può portare (il cinema è vita, la vita è cinema).

Una moltitudine di personaggi che, insieme alle proprie situazioni personali, Sion Sono sceglie di approfondire in maniera piuttosto ampia, prendendosi il tempo che ritiene necessario. Ed è lì che qualcosa va storto, perché se da un lato è apprezzabile il fatto che il regista presenti vari tasselli che puntualmente si vanno a collocare al posto giusto in corso d’opera, dall’altro c’è da dire che il giro che sceglie di fare è un po’ troppo largo. Sion Sono parte da lontano, probabilmente troppo lontano, considerando che le due ore e mezza di durata, per quanto il ritmo non sia farraginoso, rappresentano un arco di tempo troppo corposo per una storia di questo tipo. Determinate situazioni si rivelano ridondanti, c’è un ripetersi di alcuni incastri e avvenimenti a volte superfluo, 151 minuti alla lunga si sentono. Il finale di The Forest of Love cerca di capovolgere le carte in tavola, il colpo di scena sulle identità è sicuramente efficace, anche se non particolarmente sconvolgente, il gioco delle visioni (che caratterizzano l’intero racconto, con puntuali inserti onirici) chiude il cerchio con coerenza.

sion sono The Forest of Love (2019)Lo stile narrativo, chiaramente, è quello sopra le righe del regista giapponese e qui molto dipende anche dal vostro palato – e ritorniamo al discorso iniziale su Sion Sono ed il suo essere divisivo. Gli eccessi ci sono, sarebbe strano il contrario, alcuni dei quali un po’ troppo insistiti, quasi gratuiti. Il racconto vive un’alternanza di tono, dal dramma più intenso a momenti di leggerezza pressoché molesti. The Forest of Love propone sequenze dal forte impatto emotivo, che si avvicendano con altre caratterizzate da umorismo grottesco. Una rotazione che non sempre funziona, specie nei segmenti più leggeri e in certi atteggiamenti surreali dei protagonisti. L’atmosfera malata è il fulcro, con la violenza che ricopre un ruolo chiave; c’è comprensibilmente una componente gore con diverse scene che si fanno notare (penso ai vari smembramenti, ad esempio), ma a colpire di più sono i momenti di fragilità emotiva (come il suicidio quasi collettivo delle studentesse) e le torture fisiche e psicologiche a cui vengono sottoposte le vittime di Murata, un campionario che annovera elettroshock, soffocamenti e umiliazioni di ogni sorta, circostanze che lasciano maggiormente il segno rispetto ai momenti sanguinosamente più espliciti. Sotto il profilo tecnico, il film è curato, Sion Sono piazza diverse intuizioni visive, una fotografia pulita, effetti speciali tradizionali che rendono realistiche ferite, tagli, budella e quant’altro. Fosse stato per me, forse avrei evitato di infilarci ben due canzoncine (eseguite per intero) ai limiti del sopportabile.

La library di Netflix, pertanto, si arricchisce di un film indubbiamente particolare. Contenutisticamente interessante, narrativamente intrigante, stilisticamente stravagante, fedele all’eccentricità del suo autore. Non tutto funziona bene o in egual misura, gli sbalzi di tono sono intermittenti, l’arco narrativo pretende troppo dallo spettatore dal punto di vista della durata – e ritrovarselo in lingua originale con sottotitoli potrebbe non aiutare la fluidità di un minutaggio così lungo (ma quest’ultimo è un parametro prettamente soggettivo, ovviamente non imputabile al film). Qualcosa mi dice che anche The Forest of Love finirà per dividere, chi conosce e apprezza il cinema di Sono troverà pane per i propri denti, chi lo detesta farà meglio a tenersene alla larga, chi vi si avvicina per la prima volta avrà vissuto, nel bene o nel male, un’esperienza singolare.

Di seguito il trailer internazionale di The Forest of Love, nel catalogo di Netflix dall’11 ottobre:

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