Titolo originale: Blade: Trinity , uscita: 08-12-2004. Budget: $65,000,000. Regista: David S. Goyer.
Blade: Trinity e il set turbolento tra Ryan Reynolds e Wesley Snipes
10/01/2026 news di Stella Delmattino
Le due star adottarono un approccio molto diverso durante la lavorazione del film

Quando nel 2004 uscì Blade: Trinity, sembrava avere tutto per funzionare: Wesley Snipes era ancora il volto simbolo del cacciatore di vampiri, il cast si arricchiva con Ryan Reynolds, Jessica Biel, Parker Posey e persino Triple H, mentre l’antagonista era nientemeno che Dracula. Eppure, dietro le quinte, il clima era tutt’altro che sereno.
Wesley Snipes entrò in rotta di collisione con gran parte della troupe e con il regista David S. Goyer. Le discussioni furono così frequenti da sfociare persino in una causa legale per compensi non pagati. Secondo Patton Oswalt, presente sul set, Snipes arrivò a rifiutarsi di comunicare direttamente con Goyer, usando solo biglietti e assistenti. Un episodio in particolare lo fece infuriare: un giovane comparsa nero indossava una maglietta con la scritta “spazzatura”, cosa che Snipes interpretò come offensiva e razzista.
A complicare la situazione, Snipes decise di affrontare Blade: Trinity in pieno ‘metodo’. Non esisteva Wesley Snipes, esisteva solo Blade. Si presentava come il personaggio, evitava il contatto fisico con i colleghi e manteneva una distanza costante dal resto del cast. Oswalt ha raccontato che l’attore si presentava dicendo di essere Blade e cercava di restare fisicamente lontano dagli altri, come avrebbe fatto il personaggio. Questo creò momenti surreali, come quando Natasha Lyonne, che interpretava un personaggio cieco, gli afferrò il volto per errore: Snipes non la prese affatto bene.
In risposta a questo clima, Ryan Reynolds e Jessica Biel iniziarono a improvvisare per alleggerire le giornate di riprese. Molte delle battute di Reynolds nacquero semplicemente dal fatto che Snipes non era presente sul set. Patton Oswalt lo ha raccontato senza mezzi termini:
«Molte delle battute di Ryan Reynolds esistevano solo perché Wesley non c’era. Ci inventavamo cose da fargli dire e poi staccavamo sull’espressione di Wesley che non faceva nulla, perché quello era tutto ciò che riuscivamo a ottenere da lui. Era piuttosto divertente. Ci dicevamo: “Quali sono le battute e i giochi di parole peggiori che possiamo rifilargli?”»
Quella libertà creativa fu qualcosa che Reynolds apprezzò moltissimo. In un’intervista del 2012 raccontò quanto fosse liberatorio improvvisare con Parker Posey:
«Era tutto molto fluido. Cavolo, ti siedi con Parker Posey e io sono in paradiso. Avrei potuto girare quelle scene per dieci anni. A quel punto abbiamo bruciato il copione e ci siamo detti: “Ok, giriamo e basta”. Il DVD sarà fottutamente incredibile per quella scena, perché ci sono tipo 900 varianti di quello che succede nella scena di tortura… Non ci fermiamo mai. David deve fermarci o finiscono la pellicola, ed è l’unico motivo per cui in quelle scene veniva detto “stop”.»
Reynolds ha sempre minimizzato le voci di tensione, spiegando che spesso sono state ingigantite e dichiarando rispetto per il metodo attoriale di Snipes:
«È sempre tutto esagerato. La mia personalità è l’opposto di quella di Wesley. Io non ho mai incontrato Wesley, ho incontrato solo Blade, ed è un attore di metodo. Puoi dire quello che vuoi su questo stile di recitazione, ma ho il massimo rispetto per qualunque cosa serva per attraversare questo processo.»
«Diciamo sempre che questi attori guadagnano un sacco di soldi e vivono una vita di lusso e privilegio, ma è un processo vulnerabile: salire su un set ogni giorno e recitare davanti a 110 persone pronte a giudicarti. Quindi qualunque cosa serva a lui o a chiunque altro per superarlo in modo artisticamente appagante, io la rispetto profondamente.»
Quando gli venne chiesto se avesse cercato deliberatamente di “mandare in tilt” Snipes, Reynolds rispose con disarmante sincerità:
«Detto questo, sì, l’ho fatto.»
E raccontò un episodio diventato emblematico:
«C’è un momento nel film in cui guardo Jessica e giuro su Dio che non sapevo nemmeno che le telecamere stessero ancora girando e dico: “Mi odia, vero?” e lei fa: “Sì”. Stavo parlando del mio rapporto, come Ryan Reynolds, con questo tizio, e funziona.»
E ancora:
«C’è un’altra scena in cui gli faccio una specie di analisi psicologica da quattro soldi e gli dico: “Hai mai pensato di sederti e parlare con qualcuno, di metterti in contatto con il tuo ragazzino interiore, e magari potresti provare anche a sbattere le palpebre ogni tanto?”. Lui mi guarda come se stesse per ridurmi in poltiglia.»
Nonostante i tentativi, Snipes non cedette mai:
«Non so se sono mai riuscito a farlo ridere. Quello è Blade. Spero che dentro stesse ridendo, non lo so. È stato un processo difficile. Non ho mai vissuto niente di simile.»
Alla fine Blade: Trinity non fu amato né dal pubblico né dalla critica, ma lasciò in eredità una quantità impressionante di aneddoti. Come ha detto Oswalt, lui fa film per due motivi: soldi e storie da raccontare. E sotto questo aspetto, Trinity è stato un tesoro.
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