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6/10 su 64 voti. Titolo originale: GHOUL , uscita: 24-08-2018. Regista: Patrick Graham. Stagioni: 1.

Ghoul | La recensione della miniserie horror indiana di Netflix

20/01/2019 recensione serie tv di Jayenne

C'è la Blumhouse dietro a questo lungometraggio diviso in tre parti con Radhika Apte e Manav Kaul, che si appoggia a un contesto politico distopico prima di scatenare lo splatter

Mahesh Balraj in Ghoul (2018) netflix

Dopo Sacred Games, prodotta dalla Phantom Films (prima serie televisiva originale indiana distribuita da Netflix nel 2018 e tratta dall’omonimo romanzo di Vikram Chandra, che vedeva un ispettore della polizia di Mumbai ricevere una telefonata anonima da parte di un boss della mafia locale scomparso 16 anni prima e ancora latitante, che lo avverte dicendogli che gli mancano solo 25 giorni per capire come salvare la sua città e da che cosa …), il potente servizio di streaming ha deciso di continuare su questa strada, collaborando con la nota Blumhouse Productions per Ghoul, miniserie diffusa solo con sottotitoli in italiano (ma non preoccupatevi), che in sostanza è un unico film della durata di 133 minuti complessivi, diviso però in 3 segmenti (o ‘atti’ se preferite).

ghoul minisere netflix posterDistribuita a livello internazionale il 24 agosto 2018, Ghoul, che è stata creata, scritta e diretta dal britannico Patrick Graham (uno dei pochi sceneggiatori / registi occidentali che lavorano nell’industria del cinema hindi, conosciuto per aver diretto dei cortometraggi in lingua indiana come Slaughterhouse e il film TV Phir se), non pretende di essere un prodotto assolutamente imperdibile, ma visto il numero degli episodi così limitato, risulta alla fine essere un horror che potrebbe piacere agli appassionati, con un finale che fa presagire una potenziale continuazione.

Siamo in un’India dal retrogusto distopico, vessata da un potere nazionalista e totalitario che non lascia spazio a nessun elemento eversivo, a seguito di un periodo di incessante terrorismo interno. Tutto ciò che non è di esclusivo interesse per il paese, come ad esempio i libri per bambini o anche l’università, viene pertanto considerato sovversivo, immorale e quindi contrario alla legge. La popolazione che intende opporsi allo status quo viene prontamente “rieducata” e “re-istruita” alle rigide imposizioni dall’alto. La protagonista è Nida Rahim (Radhika Apte, peraltro già presente in Sacred Games), una specialista in interrogatori, membro delle forze armate, fieramente leale e devota alle cause della nazione, che viene scelta per assistere all’interrogatorio del capo dei ribelli Ali Saeed (Mahesh Balraj), un pericoloso terrorista detenuto in uno dei numerosi centri di detenzione locali. Fino a qui niente di prettamente orrorifico, siamo più dalle parti del thriller a tinte forti e dai risvolti politici incentrati sulle libertà individuali di ciascuno. Però, durante il ‘colloquio privato’, il prigioniero – oltre a rivelare le innumerevoli atrocità compiute dai suoi carcerieri -, si svela anche per quello che realmente è: un essere demoniaco soprannaturale, un ghoul!

Facciamo un po’ di chiarezza. Il “gul”, poi americanizzato in “ghoul”, è un demone di origini arabe, risalente a prima dell’avvento dell’Islam. Assetato di sangue, viene attirato delle colpe degli uomini, crea un clima di sfiducia tra le sue prede e una volta invocato dai malcapitati in questione, divora le carni dei suoi nemici e ne assume le sembianze fino a compiuta missione. Il suo significato etimologico, non a caso, è ‘catturare’, ‘afferrare’, ‘uccidere’. Il clima sociale in questa miniserie ha un ruolo predominante. Ci troviamo infatti in un paese con un governo dittatoriale, che preferisce mantenere la popolazione analfabeta e ignorante, ma mansueta, così da poterla indottrinare a piacimento – pena la tortura, gli interrogatori condotti da aguzzini spietati, che selvaggiamente mettono in atto vessazioni e punizioni corporali al limite della sopportazione umana, tra violenze, ingiustizie (e non solo) nei confronti del singolo individuo, ma anche dei membri della sua famiglia. Tutto questo per far crollare sia psicologicamente sia fisicamente la vittima. Questo sottotesto politico – vagamente attuale – perde tuttavia sempre più forza con l’andare dei minuti, soppiantato dall’entrata in scena della trama prettamente soprannaturale.

Radhika Apte in Ghoul (2018) netflixGhoul si colora così di tinte forti passando dal thriller / horror a un vero e proprio carnaio splatter, con scene di smembramenti e sangue a fiotti a partire dal secondo episodio, quando il mostro, libero dalla catene, può finalmente abbandonare un corpo per impossessarsi delle sembianze di un altro, scatenando nella ultima mezz’ora i colpi di scena che lo spettatore più smaliziato stava bramando. Le sequenze dell’interrogatorio nella seconda parte sono il punto forte di Ghoul. Nida è perseguitata da flashback continui e Saeed dà risposte così inquietanti sui suoi carcerieri che le sicurezze della protagonista iniziano a vacillare. Essenziale ma ben costruita, affascinante, gli interpreti – lasciati senza il doppiaggio italiano (e probabilmente è meglio così) – riescono a trasmetterci tensione e senso di mistero, fomentando l’attrito che Saeed riesce a creare interagendo con i suoi aguzzini e con Nida. Ghoul insomma presenta una storia basilare, semplice, ma ricca di fascino sovrannaturale, nonostante i pochi attori in scena, tra cui non vanno dimenticati il pittoresco e “alcolico” colonnello Dacunha (Manav Kaul) e il padre di Nida, un insegnante intellettuale che deve reprimere il suo idealismo per seguire i dictat del programma statale. Tutti quanti creano empatia attorno alla vicenda, facendoci restare incollati allo schermo fino alla conclusione, quando tutte le colpe verranno rivelate e le carni divorate.

Ghoul non è comunque esente da problemi. Innanzitutto, come si diceva in apertura, è un film a tutti gli effetti, con Netflix che ha scelto di distribuirlo sotto forma di miniserie in tre parti, una soluzione che si ripercuote forzatamente sul modo di fruirne la visione e sul ritmo. Il primo episodio ad esempio è piuttosto lento, volutamente introduttivo per i personaggi e le loro peculiarità, oltre che per descrivere l’ambientazione. La situazione viene stravolta totalmente invece durante il secondo, anche se un po’ tardi, con l’ingresso in scena di Saeed, che nonostante sia un colpo ben assestato, capace di aumentare a dismisura la suspense, si conclude molto presto e rivelando troppo e tutto insieme, con conseguente affievolimento della tensione.

Se visto nel suo complesso – e senza stacchi – Ghoul risulta essere un film in ogni caso appassionante, colmo di tensione, e dalle scelte stilistiche molto interessanti. La fotografia e le scenografie sono tra le cose che funzionano meglio, tra luci giallognole, ambienti trasandati e militari abusatori. Peccato per il comparto musicale, curato dal compositore-arrangiatore americano Michael Abels, che risulta piuttosto scarno e anemico, non riuscendo a enfatizzare a dovere alcuni momenti topici.

In definitiva, Ghoul, attraverso scelte drastiche e twist improvvisi riesce a delineare un terrore crescente nello spettatore. Punta sull’aspetto psicologico e politico della situazione in principio, per poi concedersi pienamente al soprannaturale, coinvolgendo, stimolando e terrorizzando chi segue la storia fino alla sua conclusione, non sapendo bene mai cosa aspettarsi.

Se vi avanzano un paio d’ore di tempo, provate a dare una possibilità a questa miniserie, che coi suoi personaggi, i suoi luoghi putridi e viscidi e le sue tinte scure, vi trasporterà in un’India ben diversa da quella che siete abituati ad immaginare nei classici di Bollywood.

Di seguito il trailer originale (sottotitolato in inglese) di Ghoul: