Voto: 6.5/10 Titolo originale: Stranger Things , uscita: 15-07-2016. Stagioni: 5.
Stranger Things 5: la recensione dell’episodio conclusivo della serie Netflix
01/01/2026 recensione serie tv Stranger Things di Marco Tedesco
Una conclusione imperfetta ma coerente, emotivamente potente e centrata sui personaggi, capace di chiudere lo show con dignità e senso

Seguono SPOILER
Dopo quasi dieci anni di attesa, ritorni a Hawkins e discussioni senza fine, il finale di Stranger Things 5 affronta la prova più ingrata per una serie di culto: concludere senza negare ciò che l’ha resa necessaria. L’episodio conclusivo, di durata cinematografica, sceglie una struttura a due tempi: prima un’ora di scontro compatto, poi un congedo dilatato in cui la serie saluta uno per uno i suoi volti.
È una scelta che divide tra gratitudine e impazienza, perché la scarica emotiva arriva davvero, ma spesso dopo che il picco narrativo è già passato. Il filo di trama, per una volta, è quasi lineare. La compagnia si spezza tra mondo reale, Sottosopra e una zona intermedia sempre più infernale; Vecna e il Mind Flayer si fondono in un’unica macchina di distruzione, con un cuore pulsante che rende l’orrore finalmente fisico.
Il piano fallisce per un inciampo umano: Hopper, ingannato, interrompe la trance di Undici e costringe tutti a una corsa contro il tempo. Da lì la serie procede con chiarezza, puntando meno sull’imprevisto e più sul logoramento: l’apocalisse come somma di scelte sbagliate, paure antiche e responsabilità adulte. Ed è qui che il finale brilla, perché Stranger Things ricorda ciò che è sempre stata: una storia di salvezza come gesto collettivo.
La vittoria non arriva dal colpo del singolo, bensì da un lavoro corale: Nancy diventa stratega d’assalto, Joyce chiude i conti con un gesto netto e liberatorio, Will tenta l’ultima resistenza dall’interno della mente nemica, Lucas e Dustin portano il peso della paura senza perdere la solidarietà, Steve e Jonathan trasformano la rivalità in protezione. Soprattutto Mike, dopo stagioni di marginalità, recupera un ruolo centrale non come fidanzato ornamentale ma come voce capace di tenere insieme la squadra quando la fede sembra ridicola. Questa coerenza emotiva, però, convive con i difetti trascinati dalla quinta stagione.
Le spiegazioni sono spesso insistite, la mitologia pesa più del mistero e il cast enorme impone continui cambi di fuoco. La componente militare resta la meno viva, un ostacolo che aggiunge rumore più che tensione, utile soprattutto a stringere la morsa intorno a Undici. Anche la chiarificazione sulle origini di Henry Creel e sul legame con il Mind Flayer appare più come un dovere che come una vertigine: chiarisce, ma non stordisce, e riduce l’ambiguità che rendeva Vecna disturbante quando era ancora un volto umano, non un’appendice del mostro.
Sul piano visivo, invece, l’episodio sa essere potente. Lo scontro con l’entità ibrida ha energia e impatto, con immagini da grande schermo e un senso di minaccia che si misura in carne, fumo, materia. Se in alcuni passaggi si avverte una certa artificialità degli spazi, quasi fossero quinte troppo pulite, la creatura centrale compensa con una fisicità che rende credibile la posta in gioco. È spettacolo, sì, ma con un nucleo di orrore che richiama l’infanzia della serie, quando il Sottosopra era soprattutto una paura che colava dalle pareti.
La vera cartina di tornasole resta l’epilogo dilatato: salti temporali, brindisi, promesse, riconciliazioni. Ogni scena funziona da sola, insieme rischia di trasformare la chiusura in un inventario di addii. Eppure quell’abbondanza ha un senso preciso: Stranger Things è un racconto di formazione mascherato da fantascienza. Vedere i protagonisti tornare al gioco di ruolo proprio quando la vita adulta incombe non è regressione, è un modo per dire che crescere non significa bruciare ciò che ti ha salvato, ma imparare a portarlo con te.
In controluce si vede l’altra anima della serie: la nostalgia degli anni Ottanta, le canzoni come memoria, i sotterranei, la provincia. Il finale evita la strage e preferisce un lieto fine imperfetto, più vicino a un abbraccio che a una punizione. Il nodo più discusso, inevitabilmente, è Undici. La sua scelta di restare oltre il varco per distruggere il Sottosopra è insieme prevedibile e necessaria: la serie ha sempre legato il destino del mondo alla sua storia di bambina usata, fuggita, cresciuta. Il finale la onora trasformando il martirio in autodeterminazione e rende credibile il dolore di chi resta, soprattutto nei silenzi di Hopper e nel tremore di Mike.
Poi arriva l’ambiguità: un racconto che lascia filtrare la possibilità di una sopravvivenza grazie a un’illusione. Non è un trucco per cambiare le carte, è un balsamo che permette al pubblico di scegliere tra lutto e speranza senza imporre una verità definitiva. Così, il finale di Stranger Things 5 non è impeccabile: è pieno, a tratti esplicativo, talvolta troppo generoso nel distribuire felicità. Ma è anche coerente, centrato sui personaggi e capace di colpire.
Insomma, se cercavate un congedo crudele, resterete freddi; se cercavate una chiusura che unisse orrore, commozione e amicizia, questa è la forma più fedele possibile. Stranger Things si spegne con una carezza più che con uno schiaffo, e forse è giusto così, perché dopo tanto buio il pubblico merita finalmente un respiro.
Per chi non avesse chiari tutti gli sviluppi, agevoliamo una spiegazione di quello che succede nel dettaglio.
Di seguito trovate il trailer italiano dell’ultimo episodio del Vol. 2 della quinta stagione di Stranger Things, disponibile dall’1 gennaio:
© Riproduzione riservata




