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5/10 su 8 voti. Titolo originale: Adoration , uscita: 22-01-2020. Regista: Fabrice Du Welz.

Adoration | La recensione del film di Fabrice du Welz (Sitges 52)

22/10/2019 recensione film di Sabrina Crivelli

Nel capitolo conclusivo della sua ambiziosa 'Trilogia delle Ardenne', il regista belga privilegia un'oscura e rarefatta introspezione al body horror più immediato del precedente 'Alleluia'

Adoration 2019 Fabrice Du Welz

La follia costituisce indubbiamente un florido bacino da cui attingere per la creazione di universi fanta-horror da portare sul piccolo e grande schermo. Allucinazioni e deliri hanno molteplici declinazioni, divenendo il perfetto epicentro pulsante di alcuni dei più riusciti titoli nell’emisfero del fantastico, del terrore, e delle produzioni non commerciali più in generale. Ce ne ha dato conferma la recente edizione del festival di Sitges. Concentrandoci sulla follia sul grande schermo, salta subito all’occhio il nuovo lavoro di un nome ormai affermato e conosciuto tra gli estimatori di una certa cinematografia: Fabrice du Welz. A quindici anni dal sorprendente Calvaire (2004) e a cinque dall’ancora inedito Alleluia (2014), il regista belga conclude infine la ‘Trilogia delle Ardenne‘ con Adoration, ultimo e concettuale capitolo dedicato all’amore adolescenziale e alla malattia mentale.

adoration film du welz posterProtagonisti sono due ragazzini dodicenni, l’introverso Paul (Thomas Gioria), che vive con la madre in un ospedale psichiatrico dove la donna lavora, e Gloria (Fantine Harduin), che ne è ospite contro la sua volontà. I due si incontrano per caso nell’ampio bosco che circonda la struttura, e subito il ragazzo è affascinato e rapito dalla sua incantevole coetanea. A poco valgono gli ammonimenti della genitrice e dalla direttrice, che lo avvertono di diffidare dell’apparenza. Gloria sarebbe, difatti, assai più pericolosa di quanto sembra, essendo affetta da quella che più di un adulto gli descrive come una forma di psicosi paranoide, da cui discendono terrificanti crisi accompagnate da momenti di violenza incontrollabile. Nella fattispecie, lei vive in una sorta di mondo parallelo, una realtà creata dalla sua psiche malata, in cui sovente si palesano minacce immaginarie che lei combatte con i metodi più estremi. Eppure Paul è risoluto a credere alla sua nuova amica, che afferma di essere orfana ed stata rinchiusa per le mire losche dell’avido zio e tutore, decidendo così di incominciare con lei una fuga disperata verso una meta lontana (la Bretagna). Presto, però, gli viene il dubbio che ciò che gli è stato riferito sul conto di lei potrebbe non essere del tutto falso … Il sentimento per lei vincerà ogni difficoltà?

Incursione lirica e insieme delirante in quell’innamoramento puro, totalizzante e incondizionato di cui si è capace solo in età fanciullesca, Adoration indubbiamente si discosta parecchio degli altri film appartenenti alla suddetta ‘Trilogia delle Ardenne’. Alla morbosa carnalità di Calvaire e al body horror di Alleluia si sostituisce infatti un’estetica più lirica e impalpabile, meno concreta e smaccatamente horror. Per questo forse è meno appagante per coloro che avevano apprezzato la precedente produzione di Fabrice du Welz. Anche qui è presente un senso di orrore e di angoscia, una tensione strisciante che aumenta, man mano che si rivela la natura oscura di Gloria, in fondo è strutturato il medesimo crescendo già sperimentato in Calvaire, lo ritroviamo in Adoration, solo messo in scena in maniera più dilatata e meno aggressiva. In principio sono solo piccoli sentori: un semplice sguardo che ha del ferino, un grido incontrollato, o una frase senza senso apparente. Poi, inesorabilmente, le fissazioni e gli spettri che assillano la mente della ragazza si acuiscono, prendendo la forma di stati d’allucinazione. Un gesto inconsulto, una reazione veemente, infine vere e proprie aggressioni sono la sempre più cruenta concretizzazione del furor che la domina.

adoration film du welzLa natura della protagonista di Adoration è intrinsecamente inquietante, non v’è dubbio. Ciò che invece riduce (per scelta dell’autore) il potenziale orrorifico o ansiogeno del film è il modo in cui viene raccontato: lo stile, infatti, non traduce infatti una percezione di realtà scioccante, sanguinaria o alienata. Il tono non è quello di descentio ad inferos popolata di sadici e torturatori al centro di Alleluia, né quell’incubo perverso e claustrofobico messo in scena in Calvaire. A dominare Adoration è invece una delicatezza dello sguardo propria della fanciullezza. I dettagli della natura, la luce, l’acqua e i piccoli animali – gli uccelli nello specifico – sono raffigurati con occhi sognanti, con una macchina da presa errante che insegue un’immagine onirica e vaga e che si posa delicata sulla superficie degli oggetti, come pure sulla pelle.

Le riprese, realizzate in pellicola, hanno tutto quel fascino di alcuni capolavori del realismo poetico francese alla Zero in condotta (Zéro de conduite, 1933) di Jean Vigo (di cui è condivisa la medesima sensibilità), o di quelle psicologie inafferrabili ritratte dai maestri della Nouvelle Vague. L’epicentro di Adoration diviene allora l’indagine di soggetti dolorosamente complessi come il Charles (Antoine Monier) de’ Il diavolo probabilmente di Robert Bresson (fatto singolare, il regista ci ha dichiarato di non averlo mai visto), oppure di sentimenti indefinibili e sfuggenti come nei “Racconti delle quattro stagioni” di Eric Rohmer. In tali orizzonti, la follia è solo un altro modo per fuggire dalla banalità della materia e del quotidiano che c’imprigionano, come in fin dei conti l’Amore, che nulla è se non una forma di pazzia.

In attesa di notizie di una distribuzione italiana, di seguito trovate il trailer internazionale:

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