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6/10 su 5126 voti. Titolo originale: Don't Breathe , uscita: 08-06-2016. Budget: $9,900,000. Regista: Fede Alvarez.

Dossier | Man in the Dark di Fede Alvarez: ritorno al passato (del thriller)

24/02/2021 recensione film di William Maga

Nel 2016, Jane Levy e Dylan Minnette si ritrovavano loro malgrado in balìa dell'insospettabile di Stephen Lang in un film capace di sovvertire i cliché del genere home invasion

man in the dark film 2016

L’home invasion è negli ultimi anni diventato un sottogenere molto popolare a Hollywood e dintorni. È un pozzo a cui si è attinto così spesso ormai, che quando vediamo gli assalitori di turno indossare maschere di animali o parlare del loro bisogno di ‘sfogarsi’ iniziano a sembrare tutti un po’ sciocchi. Quindi, col senno di poi, è abbastanza sconcertante pensare al fatto che nessuno prima del 2016 avesse avuto la brillante idea di capovolgere certi cliché ormai consolidati. Eppure è quello che han fatto Fede Alvarez e il fidato Rodo Sayagues con Man in the Dark (Don’t Breathe), orchestrando nel mentre un thriller intenso e inaspettato.

Essenzialmente ritornando alla progenitrice di tutte le storie del “c’è qualcuno in casa”, il film riprende il concept della Audrey Hepburn nelle vesti di donna non vedente rinchiusa assieme ad alcuni ladri di Gli occhi della notte (1967) e lo stravolge, facendo sì che siano i malintenzionati relativamente simpatici ad essere bloccati nell’abitazione con un uomo niente affatto docile e innocuo che ha perso la vista mentre prestava servizio nelle forze speciali statunitensi. E una volta che viene sigillata l’unica finestra che non ha le sbarre, non c’è via d’uscita e non c’è modo di fermare le vertigini innescate da sequenze adrenaliniche di silenzio quasi assoluto.

ManintheDark.jpgCuriosamente, Man in the Dark gioca con il tipo di relativismo morale che sfugge alla maggior parte dei film hollywoodiani. Anche se tradizionalmente non c’è niente di più spaventoso di qualcuno che irrompe nella tua casa, va ricordato che gli Stati Uniti sono anche la nazione che incoraggia il ‘farsi valere’ (anche con le cattive). Questo, naturalmente, offre alla gente quasi completa carta bianca per fare quello che vuole in termini di percezione di una possibile minaccia all’interno di una proprietà privata. E a quanto pare, ciò potrebbe rivelarsi spaventoso almeno quanto la presenza di una ladro nel nostro appartamento.

Ambientato nella tentacolare e degradata periferia urbana di Detroit, gli unici posti di lavoro rimasti per Rocky (Jane Levy), Alex (Dylan Minnette) e Money (Daniel Zovatto) sono del tipo ‘irrompi e porta via quel che trovi’. Money sembra abbastanza a suo agio con questo stile di vita, ma Rocky lo fa solo per guadagnare abbastanza soldi da portare se stessa e sua sorella minore lontana da quella città. Alex, invece, probabilmente lo sta facendo solo per aiutare Rocky, anche se è invischiato in un’amicizia senza via d’uscita con Money.

In ogni caso, le prospettive per tutti sembrano cambiare quando scoprono che un uomo privo della vista (Stephen Lang) vive nell’ultima casa di un quartiere abbandonato. Praticamente un eremita dopo che sua figlia è stata investita da un autista spericolato, non esce mai, tranne che per portare a spasso il suo cane (un Rottweiler), anche se presumibilmente ha intascato almeno 300.000 dollari dall’accordo giudiziario con la famiglia dell’omicida. Dopo aver scoperto che è seduto su tutti quei soldi, Rocky intravvede la strada per la California con sua sorella, mentre Alex come un modo per allontanarla dal suo fidanzato stronzo. Quello che nessuno di loro nota, sfortunatamente, è che con tutte le finestre della casa sbarrate e le porte rese impenetrabili da molteplici serrature, una volta entrati potrebbe non esserci modo di uscire.

Con la sua premessa ingannevolmente prevedibile, Man in the Dark è in realtà un esercizio di depistaggio e di gioco di prestigio cinematografico. Tant’è che si disfa rapidamente della premessa piuttosto banale, che si appoggia alla finta empatia per i suoi giovani protagonisti un po’ troppo spesso. È probabile che la sorellina con orribili genitori alcolizzati sia un tocco hollywoodiano. Ma la vera identificazione del pubblico deriva da quanto sia terrificante Stephen Lang come il cieco che inizia a dar loro la caccia per giustiziarli con estremo pregiudizio. Anche Fede Alvarez sembra consapevole di questo aspetto, dato che galoppa per i primi 10 minuti, cercando di farci entrare nella casa il prima possibile. Perché una volta che quella porta viene aperta (o in questo caso una finestra), da lì in poi è tutta alta tensione che cola.

Uno dei maggiori vantaggi di Man in the Dark è la fotografia di Pedro Luque, che insieme al regista immagina che ogni angolo della casa sia un’opportunità per fluide riprese col dolly o per intricati set che la possano trasformare da semplice dimora fatiscente in un abisso sito sopra la bocca dell’Inferno stesso. C’è un’inquadratura in cui la mdp spazia sotto il letto del cieco, rivelando una pistola in attesa di essere raccolta, che crea più paura di qualsiasi jumpscare.

don't breathe alvarez janeA dire il vero, i jumpscare non mancano, eppure Fede Alvarez sceglie astutamente di andare nella direzione opposta rispetto al suo remake di La Casa del 2013 (e anche qui Sam Raimi figura tra i produttori). Considerando che quel film era una corsa sfrenata che faceva affidamento sul sangue (tanto, tanto sangue), Man in the Dark è invece interamente un’anticipazione di ciò che il cieco – che si muove come un ninja – farà se, e quando, metterà le mani sopra uno degli intrusi. E ci riuscirà.

Inoltre, la durata complessiva di 88 minuti è infarcita di alcuni colpi di scena che funzionano davvero. Man in the Dark si addentra in anfratti molto cupi, e la cosa migliore è che non ci aspettiamo nemmeno la metà delle spiacevoli sorprese in serbo finché non è troppo tardi, proprio come accade ai personaggi.

Tutto questo è rafforzato dalle interpretazioni di Jane Levy e Stephen Lang. La prima – già al centro di La Casa – riesce a esprimere qui maggiori sfaccettature. Le sue prime scene con la sorella sono un po’ piatte, probabilmente a causa della necessità di spiegare un po’ del suo background da parte di Alvarez e Sayagues, ma una volta che si ritrova intrappolata e può davvero giocare con Lang, guida il pubblico in un’odissea di palpabile angoscia, proprio come il suo improbabile aguzzino tiene coperte le carte lasciandoci col dubbio se sia un povero disabile che prova a difendersi oppure un predatore all’inseguimento di una preda fresca.

Tra le sequenze più memorabili di Man in the Dark c’è quella in cui Stephen Lang spegne le luci del seminterrato in cui sono intrappolati Rocky e Alex. Il set-up arriva direttamente da Il Silenzio degli Innocenti, ma qui non abbiamo visori notturni ad aiutarci. Ci viene invece offerta una speciale fotografia digitale di Jane Levy e Dylan Minnette che cercano di farsi strada nella completa oscurità di una fossa nera come la pece in cui il mostro aspetta solamente che gli tocchino accidentalmente il braccio per colpire.

In definitiva, un po’ come avveniva sempre nello stesso anno per 10 Cloverfield Lane, Man in the Dark si dimostra un thriller che ‘ritorna al passato’, basandosi quasi interamente sulla suspense e sulla forza del suo concept ambizioso piuttosto che sullo splatter o sulla sovrabbondanza di suoni fragorosi improvvisi.

Di seguito il trailer in versione italiana di Man in the Dark: