Voto: 5.5/10 Titolo originale: Infinite Storm , uscita: 25-03-2022. Budget: $4,749,917. Regista: Ma?gorzata Szumowska.
Infinite Storm: la recensione del survival drama innevato con Naomi Watts
15/02/2026 recensione film Infinite Storm di William Maga
Małgorzata Szumowska dirige un film intenso e visivamente suggestivo, sostenuto dalla prova della protagonista ma frenato da una narrazione troppo trattenuta

Tra i film di sopravvivenza degli ultimi anni, Infinite Storm occupa un posto singolare: ispirato alla storia vera di Pam Bales, il lungometraggio diretto da Małgorzata Szumowska sceglie la via dell’essenzialità, affidandosi quasi interamente al corpo e al volto di Naomi Watts per raccontare una lotta contro la montagna e contro il lutto. Accanto a lei, Billy Howle interpreta l’uomo che la protagonista tenterà di salvare in condizioni estreme. Il risultato è un’opera che alterna immagini spettacolari e silenzi ostinati, tensione fisica e rarefazione emotiva.
La vicenda si apre all’alba, quando Pam, infermiera e volontaria del soccorso alpino, si prepara a scalare il monte Washington nel New Hampshire. La radio annuncia l’arrivo di una tempesta, il barista del paese la mette in guardia, ma lei decide di partire comunque. La motivazione resta sospesa, suggerita da una frase enigmatica che allude a una data significativa. Durante l’ascesa, tra raffiche di vento e visibilità ridotta, la donna dimostra esperienza e freddezza. Poi, mentre il tempo peggiora, nota impronte nella neve. Seguendole, scopre un giovane seduto sull’orlo di un dirupo, vestito in modo inadeguato, quasi assente. È in stato di ipotermia e non vuole essere aiutato. Pam lo chiamerà John, costringendolo a scendere con lei lungo un percorso che si trasforma in un calvario.
La parte centrale del film è un lungo corpo a corpo con la Natura: neve che acceca, vento che sbilancia, pendii scivolosi. Szumowska insiste sulla fatica, sui respiri affannosi, sui gesti ripetuti. La discesa è più importante delle parole, il movimento più significativo delle spiegazioni. Solo attraverso brevi frammenti di memoria apprendiamo che Pam ha perso le due figlie in un incidente domestico. Il dolore è trattenuto, non spettacolarizzato. Le missioni di salvataggio sembrano per lei un modo per opporsi alla disperazione, una forma di resistenza al vuoto.
Rispetto ad altri survival interpretati da Naomi Watts, come The Impossible, qui non c’è coralità né grande impianto melodrammatico. L’azione si concentra su due figure isolate, quasi ridotte a sagome nel bianco della montagna. Se nel film di Juan Antonio Bayona il disastro naturale era amplificato dal dramma familiare e dalla dimensione spettacolare, in Infinite Storm tutto è più asciutto, quasi clinico. Anche il confronto con Non cadrà più la neve, precedente lavoro della regista, evidenzia la svolta minimalista: là c’era un affresco simbolico e corale, qui una linea narrativa ridotta all’osso.
Questa scelta produce effetti ambivalenti. Da un lato, la fotografia delle Alpi slovene, che sostituiscono il paesaggio americano, restituisce un senso di minaccia costante. La macchina da presa segue Pam a distanza ravvicinata, condividendo la fatica e l’incertezza. L’esperienza diventa quasi sensoriale, come se lo spettatore dovesse aprirsi un varco nella tormenta insieme ai protagonisti. Dall’altro, l’ostinazione nel mostrare la procedura del salvataggio rischia di appiattire la tensione. Il film si concentra sui tempi, sui chilometri, sugli ostacoli materiali, ma rimane reticente sulle motivazioni profonde.
Il personaggio di John, in particolare, resta in ombra. Si intuisce che anche lui è schiacciato da un lutto, forse spinto verso un gesto estremo, ma la sceneggiatura fornisce solo indizi. Quando, giorni dopo il salvataggio, i due si ritrovano in un bar, lo scambio di confidenze appare più accennato che sviluppato. La catarsi promessa non esplode mai del tutto. È come se la regista fosse più interessata al fatto del salvataggio che alla trasformazione interiore che esso dovrebbe generare.
Il paradosso di Infinite Storm è proprio questo: la dicitura “storia vera”, che dovrebbe aggiungere intensità, finisce per ingabbiare il racconto. La fedeltà ai fatti sembra limitare la libertà poetica. La tempesta diventa metafora evidente del caos interiore, ma il film non osa spingersi oltre la superficie simbolica. Eppure, quando Naomi Watts resta sola in campo lungo, minuscola contro il bianco, si intravede un’altra possibilità: quella di un cinema capace di raccontare il lutto senza parole, attraverso il gesto ostinato di salire e scendere una montagna.
In definitiva, Infinite Storm è un film di sopravvivenza che privilegia la fisicità alla psicologia, l’azione alla confessione. Non raggiunge sempre l’intensità emotiva a cui sembra aspirare, ma offre un ritratto rigoroso di una donna che, salvando un estraneo, tenta di salvare se stessa. Nel panorama dei drammi tratti da fatti reali, resta un’opera coerente e severa, sospesa tra il gelo della natura e quello dell’anima.
Di seguito trovate il trailer internazionale di Infinite Storm:
© Riproduzione riservata




