Home » Cinema » Horror & Thriller » Recensione story: Ma come si può uccidere un bambino? di Narciso Ibáñez Serrador (1976)

Voto: 7.5/10 Titolo originale: ¿Quién puede matar a un niño? , uscita: 26-04-1976. Regista: Chicho Ibáñez Serrador.

Recensione story: Ma come si può uccidere un bambino? di Narciso Ibáñez Serrador (1976)

05/04/2026 recensione film di Marco Tedesco

Un horror crudele e lucidissimo che usa il sole, il silenzio e l’infanzia per generare un perturbante ancora oggi quasi intatto

Ma come si può uccidere un bambino (1976) film

Ma come si può uccidere un bambino? (¿Quién puede matar a un niño?), diretto nel 1976 da Narciso Ibáñez Serrador e interpretato da Lewis Fiander e Prunella Ransome, è uno di quei film che partono da un’idea quasi scandalosa e riescono a trasformarla in una forma di terrore puro.

Una coppia di turisti inglesi approda su un’isola spagnola apparentemente tranquilla e deserta, dove scopre che gli adulti sono spariti e i soli abitanti rimasti sono i bambini. Quando la verità emerge, la vacanza si trasforma in una fuga senza uscita dentro un incubo assolato.

La grande forza del film sta nel modo in cui Serrador capovolge uno degli stereotipi più intoccabili del cinema e dell’immaginario collettivo: l’infanzia come spazio dell’innocenza. Qui i bambini non sono vittime, non sono presenze angeliche deformate dal male, non sono mostri gotici o demoni travestiti da piccoli; sono invece una massa compatta, muta, ostile, e proprio per questo ancora più inquietante.

L’idea non è del tutto nuova, perché il cinema aveva già lavorato sulla minaccia infantile, ma Serrador la porta in un territorio molto più fisico, più concreto e più scomodo, togliendole ogni filtro fantastico rassicurante. Il vero colpo di genio, però, non è soltanto tematico: è visivo. Ma come si può uccidere un bambino? è un horror di luce piena, di muri bianchi, di piazze vuote, di strade immerse nel sole mediterraneo.

Invece di rifugiarsi nel buio, Serrador costruisce il perturbante dentro un paesaggio estivo che dovrebbe ispirare quiete e vacanza. È proprio questo contrasto a generare l’angoscia più duratura del film. L’isola non ha nulla di gotico, eppure diventa subito un luogo malato, sospeso, irreale, come se la normalità fosse stata svuotata dall’interno. Quando la tensione monta, bastano una porta socchiusa, un telefono che squilla, una bambina immobile o una fila di piccoli corpi in fondo a una strada per creare un senso di minaccia quasi insopportabile.

Serrador lavora per sottrazione, accumula silenzi, attese, dettagli minimi, e solo dopo lascia esplodere la violenza. Ed è una violenza che colpisce ancora oggi proprio perché resta moralmente intollerabile: il film non si limita a mostrare bambini che uccidono adulti, ma costringe lo spettatore a confrontarsi con l’idea speculare, cioè con la possibilità che uccidere un bambino diventi, in certe circostanze, un atto di sopravvivenza.

È qui che il titolo smette di essere una provocazione e diventa una trappola etica. Serrador non offre risposte comode né consolazioni ideologiche. L’incipit documentaristico, con immagini reali di bambini vittime delle atrocità del Novecento, prova a incorniciare il racconto come un ritorno della violenza adulta contro chi l’ha subita, ma il film è troppo ambiguo e troppo feroce per ridursi a una semplice allegoria.

Quella cornice resta volutamente irrisolta, forse persino discutibile, ma contribuisce a spingere il film fuori dalla pura exploitation e dentro una zona più inquieta, dove il male non ha una spiegazione davvero soddisfacente.

Non tutto funziona alla perfezione: la sceneggiatura, dopo una prima metà quasi magistrale, tende in parte a ripiegarsi sulla ripetizione e a vivere soprattutto della sua idea di partenza; alcuni passaggi sono più meccanici di altri, e la coppia protagonista non sempre possiede il carisma necessario per reggere da sola la progressione del racconto.

Ma sono limiti che non compromettono la forza complessiva dell’opera, perché l’atmosfera, la messa in scena e la radicalità del punto di vista bastano a darle un’identità fortissima. In più, il film ha un coraggio raro: non arretra davanti al proprio assunto, non cerca di addolcirsi, non si rifugia in soluzioni rassicuranti.

Per questo ha lasciato tracce così evidenti nell’horror venuto dopo, da Grano rosso sangue a molte variazioni sul tema dei bambini assassini, e per questo continua a essere ricordato come un cult vero, non solo per la provocazione del soggetto ma per la qualità della sua esecuzione.