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Voto: 6/10 Titolo originale: 사마귀 , uscita: 25-09-2025. Regista: Lee Tae-sung.

Mantis: la recensione dello spin-off di Kill Boksoon (su Netflix)

29/09/2025 recensione film di Gioia Majuna

Un film solido ma meno incisivo dell'action del 2023, che conquista soprattutto grazie alla tensione tra Han-ul e Jae-yi

Park Gyuyoung in Mantis (2025)

Nel 2023 Kill Boksoon (la recensione) ha sorpreso il pubblico internazionale unendo l’intensità di un action con la profondità di un dramma familiare, ridefinendo il cinema di genere coreano e imponendosi come uno dei più grandi successi Netflix.

La nascita di uno spin-off come Mantis era quindi quasi inevitabile: il mondo degli assassini, destabilizzato dalla morte di Min-kyo e dal crollo della MK Entertainment, offriva spazio per nuove narrazioni. Ma quanto riesce davvero questo film a reggere il confronto con l’originale?

Mantis si presenta come un’opera di transizione: Han-ul, alias la Mantide, torna in Corea con la convinzione di potersi imporre grazie al proprio talento. La sua arroganza, però, si scontra con un mondo spietato, in cui i giovani killer faticano a ritagliarsi uno spazio e le vecchie regole non valgono più. Accanto a lui c’è Jae-yi, amica d’infanzia e assassina con un passato di esclusione e di umiliazioni. Qui emerge il vero cuore del film: la tensione emotiva e professionale tra i due, fatta di attrazione, rivalità, rabbia repressa e improvvise esplosioni di violenza.

Se Kill Boksoon aveva in Gil la sua eroina assoluta, Mantis è più corale. Non si limita a seguire Han-ul, ma intreccia la sua parabola con quella di Jae-yi e del mentore Dokgo, figura ambigua e riflessiva che richiama il legame spezzato tra maestro e allievo. Questa scelta amplia il respiro della narrazione, mostrando il passaggio di testimone tra vecchia e nuova generazione di assassini. Tuttavia, la maggiore coralità indebolisce la compattezza drammatica che rendeva Boksoon così memorabile.

Yim Si-wan in Mantis (2025)Dal punto di vista dell’azione, Mantis mantiene un buon livello tecnico: le coreografie sono pulite, i combattimenti sfruttano armi simboliche – le lame curve di Han-ul, la spada di Jae-yi, i bastoni di Dokgo – e ogni scontro ha una funzione narrativa. Ma manca quel guizzo, quella scintilla di originalità che in Kill Boksoon trasformava ogni sequenza in un momento iconico. È un’azione efficace, ma meno incisiva.

Il punto più riuscito del film resta la dinamica tra Han-ul e Jae-yi. Park Gyu-young regala una performance magnetica, oscillando tra frustrazione e desiderio di affermazione, fino all’inevitabile rottura con l’amico-rivale. È lei a incarnare la vera evoluzione del racconto, superando in forza e intensità il protagonista maschile, che invece si muove spesso al limite della caricatura con la sua arroganza fragile.

Non mancano però i problemi: alcuni personaggi secondari, come il giovane investitore Benjamin, appaiono superflui, mentre il ritmo conosce momenti di stasi che smorzano la tensione. Inoltre, la riflessione sul precariato dei giovani killer e sulla crisi del sistema di potere criminale resta accennata, senza il coraggio di affondare davvero nella critica sociale.

Eppure, Mantis riesce a non collassare sotto il peso del paragone con Kill Boksoon. Non è un semplice prodotto derivativo, ma un tassello che arricchisce il mondo narrativo già creato, mostrando come il vuoto lasciato da Boksoon abbia generato nuove storie e nuove lotte. Dove il primo film affrontava il conflitto tra maternità e violenza, Mantis riflette su ambizione, amicizia e rivalità, senza dimenticare la fragilità nascosta dietro il volto spietato degli assassini.

In definitiva, se Kill Boksoon rimane un’opera più solida e potente, Mantis trova la sua dignità nell’approfondire i rapporti umani che si celano dietro i colpi di lama. È meno spettacolare, meno incisivo, ma offre uno sguardo utile e complementare su un universo narrativo che ha ancora molto da dire.

Di seguito trovate il full trailer internazionale di Mantis, su Netflix dal 26 settembre:

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