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Voto: 6/10 Titolo originale: Maximum Overdrive , uscita: 13-07-1986. Budget: $10,000,000. Regista: Stephen King.

Recensione story: A volte ritornano di Tom McLoughlin (1991)

04/02/2026 recensione film di Gioia Majuna

Un horror televisivo sottovalutato, che colpisce per atmosfera e tema del trauma irrisolto più che per la paura pura

a volte ritornano film 1991

A volte ritornano è uno di quei titoli che, pur restando ai margini del canone più celebrato delle trasposizioni di Stephen King, continuano a riaffiorare nella memoria degli spettatori come un incubo sommesso ma persistente. Diretto da Tom McLoughlin e pensato per la televisione, il film lavora su un’idea tanto semplice quanto potente: l’impossibilità di sfuggire ai traumi dell’infanzia e il ritorno letterale del rimosso sotto forma di fantasmi vendicativi. Non è un’opera urlata né estrema, ma costruisce la sua inquietudine per accumulo, puntando più sull’atmosfera che sullo shock.

La storia segue Jim Norman, insegnante di lettere interpretato da Tim Matheson, che torna nella cittadina natale insieme alla moglie Sally, Brooke Adams, e al figlio Scott. Il ritorno coincide con il riemergere di un ricordo mai elaborato: l’omicidio del fratello maggiore Wayne, avvenuto decenni prima in un tunnel ferroviario per mano di una banda di teppisti in stile anni Cinquanta. Quegli stessi ragazzi, morti nello stesso evento, ricompaiono improvvisamente come studenti trasferiti nella classe di Jim, identici a come erano allora. Da qui il film imbocca una strada che mescola dramma psicologico e horror soprannaturale, facendo della scuola il teatro di una resa dei conti sospesa nel tempo.

Il confronto più immediato è con altre opere di King basate sulla nostalgia, ma A volte ritornano si distingue per il suo sguardo meno romantico. Se altrove l’infanzia è rievocata come un’età mitica, qui è un luogo di violenza gratuita e vigliacca. I bulli interpretati da Robert Rusler, Nicholas Sadler e Bentley Mitchum non hanno alcuna ambiguità: sono caricature del male quotidiano, incarnazioni di un’America suburbana tossica, e proprio per questo funzionano più come simboli che come personaggi complessi. Il loro ghigno insistito e l’atteggiamento da banda greaser li rende volutamente irritanti, quasi grotteschi, ma questa scelta li colloca in una dimensione da incubo adolescenziale più che da orrore realistico.

La regia di McLoughlin, pur limitata dal contesto televisivo, riesce a spingere oltre i confini del formato. Gli effetti pratici, soprattutto nei momenti in cui i ragazzi rivelano la loro natura decomposta, sorprendono per efficacia e contribuiscono a un senso di marciume morale prima ancora che fisico. È un horror che preferisce insinuarsi, usando il fischio lontano dei treni, i flashback improvvisi e la ripetizione ossessiva dei luoghi chiave. Il tunnel ferroviario diventa così un vero e proprio nodo simbolico: passaggio, trauma, punto di non ritorno.

Matheson costruisce un protagonista credibile, fragile, attraversato da un senso di colpa mai esplicitato ma costante. Jim non è un eroe tradizionale, anzi la sua incapacità di controllare la rabbia lo rende ambiguo, quasi sospetto agli occhi della comunità. Il film gioca bene su questa ambivalenza, mostrando come l’istituzione scolastica e quella familiare non bastino a proteggere dall’ingiustizia, soprattutto quando il passato torna a chiedere il conto. Brooke Adams, pur relegata a un ruolo più funzionale, rappresenta la normalità assediata, l’idea di una vita possibile che rischia di essere divorata dal trauma.

Uno dei meriti maggiori dell’adattamento è l’ampliamento delle regole del soprannaturale. Il ritorno dei morti non è gratuito, ma legato a un patto oscuro e a una ripetizione rituale degli eventi originari. In questo senso A volte ritornano riesce a dare coerenza a una storia breve, trasformandola in un racconto di vendetta ciclica dove la memoria è una condanna. Non tutto funziona con la stessa precisione: il ritmo rallenta nella parte centrale e alcune soluzioni narrative appaiono convenzionali, ma l’insieme mantiene una sua solidità.

Rispetto ad altre trasposizioni più celebri, A volte ritornano manca forse di quell’impatto iconico che lo renderebbe immediatamente riconoscibile, ma compensa con un tono coerente e un’identità precisa. È un horror autunnale, impregnato di malinconia e foglie secche, più adatto a inquietare che a terrorizzare. Proprio per questo, rivisto oggi, appare come un tassello significativo della stagione televisiva dei primi anni Novanta, quando il cinema dell’orrore cercava nuove strade lontano dagli eccessi splatter.

In definitiva, si colloca in una zona intermedia: non un classico, ma nemmeno un prodotto trascurabile. È una riflessione cupa sul peso del passato e sulla violenza che ritorna quando non viene elaborata. Un’opera che, senza clamore, dimostra come anche le storie minori di Stephen King possano trovare una forma cinematografica dignitosa, capace di lasciare un’eco persistente nello spettatore. Perfetto per chi ama l’horror d’atmosfera e per chi vuole riscoprire un titolo che, come suggerisce il titolo stesso, continua ostinatamente a tornare.

Di seguito trovate il trailer di A volte ritornano: