Home » Cinema » Horror & Thriller » American Guinea Pig: The Song of Solomon | La recensione del film di Stephen Biro

3/10 su 6 voti. Titolo originale: American Guinea Pig: The Song of Solomon , uscita: 25-11-2017. Regista: Stephen Biro.

American Guinea Pig: The Song of Solomon | La recensione del film di Stephen Biro

12/09/2018 recensione film di Raffaele Picchio

Il terzo capitolo della versione made in USA dell'infame saga giapponese cerca di alzare tiro e ambizioni, ma a parte un teatro gore debordante ed eccessivo finisce per scivolare pesantemente su tutto il resto, deludendo le lecite aspettative che aveva creato

Jessica Cameron in American Guinea Pig The Song of Solomon (2017) film

La “Canzone di Salomone” (o come conosciuto qui da noi, il “Cantico dei Cantici”) è un particolare e antichissimo testo originalmente “laico” abbracciato però profondamente tanto dalla religione ebraica quanto da quella cristiana e che assume un importanza enorme in quanto, pur non nominando mai Dio e usando un’ardita allegoria “erotica” tra un uomo e una donna, può essere letto – a seconda delle sue varianti – come il simbolo dell’amore del Creatore verso il suo popolo, o di Cristo verso la sua Chiesa.

The Song of Solomon è anche il nome del terzo capitolo della variante americana della saga di Guinea Pig, progetto profondamente coltivato e voluto dal regista e sceneggiatore Stephen Biro (capo della Unearthed, tra i più noti distributori di cinema estremo oltreoceano) con il sostegno del collega Marcus Koch. Si parla quindi di cinema estremo e profondamente “underground”, che difficilmente può essere apprezzato e fruito al di fuori di una certa nicchia hardcore, ma che con i due validissimi capitoli precedenti (Bouquet of Guts and Gore e Bloodshock) è stato sorprendentemente intelligente a saper andare “oltre” il semplice modello della serie originale (che nasce inizialmente come “finto-snuff” e successivamente come contenitore di robaccia idiota iper gore sempre sopra le righe, tra fumetto e ironia demente, che ha avuto come unica eccezione solo il suo capitolo migliore e più vicino ad un film “vero”, ovvero Mermaid in a Manhole), dimostrando con il film del 2014 una sorprendentemente intelligente ironia nel suo essere un remake “impossibile” e con l’a suo modo bellissimo segmento del 2016 un lirismo e una vera e propria poetica del dolore ben superiore a tantissimi prodotti analoghi.

Questo TheSong of Solomon si presenta come una variante estrema dei film di possessione e il plot alla base è molto semplice: dopo l’atroce suicidio del padre davanti alla propria figlia colpita da evidentissimi segni di possessione demoniaca, la madre della ragazza, insieme a un assistente sociale, consente di far intervenire la Chiesa, che inizia così a inviare uno stuolo di preti che affronteranno – perdendo ogni volta -, l’atroce potere del Maligno, fino a quando nel finale non si scoprirà (l’ovvio) piano “più grande” che mette in mezzo la stessa istituzione cattolica.

Come da cifra stilistica della saga, per quasi la sua intera durata ci troviamo all’interno della camera da letto della ragazza a testimoniare l’agghiacciante potere del maligno che disintegrerà, violandola in ogni modo possibile, la figura stessa dell’essere umano. E diciamolo subito: sotto questo punto di vista Stephen Biro ci consegna quello che probabilmente, anzi senza alcun dubbio, risulta essere uno dei più sanguinari, atroci e violenti atti di esorcismo mai visti nel genere.

E non si dice questo tanto per fare alcun tipo di strillone pubblicitario; il campionario di atrocità messo in atto dal film è di primissimo livello e va ben oltre la semplice splattata per fanatici di horror (basta prendere ad esempio l’estenuante e lunghissima sequenza in cui la protagonista vomita tra mille sofferenze i suoi organi interni per poi rimangiarseli), il tutto realizzato con efficacissimi trucchi pratici che rifiutano ogni intervento di computer grafica (come del resto si prefissa di fare l’intero progetto), una certa scrupolosità a ripetere (quasi) alla lettera i veri riti esorcistici della Chiesa romana cattolica e una ferocia belluina-nichilista che ben si addice al tono generale dell’opera.

Per gli spettatori (anche se forse nel caso di cinema così “indirizzato” sarebbe sensato parlare più di fan) più di bocca buona e dallo stomaco di ferro, già questo potrebbe bastare a portare a casa la sufficienza pienissima.

E sarebbe tutto perfetto se non fosse che The Song of Solomon si trova a scontrarsi con due grossi “ostacoli” che purtroppo irrimediabilmente ne ridimensionano la portata e l’efficacia: le sue ambizioni smisurate e il collocamento stesso all’interno della saga di American Guinea Pig. Andiamo con ordine. Iniziamo a dire che l’intera pellicola, fin dalle sue fasi produttive iniziali di crowdfunding (andato tra l’altro ben oltre le più rosee aspettative) e probabilmente anche galvanizzato anche dall’ottima accoglienza del precedente capitolo Bloodshock, puntava altissimo, presentandosi come un FILM profondamente oscuro, “satanico” e che avrebbe spazzato via ogni paragone “importante” con i suoi tantissimi fratelli di sottogenere, cambiando per sempre la percezione dei film sugli esorcismi.

Ma se, come già detto, da un punto di vista strettamente grafico non c’è assolutamente da ridire nulla, su quello prettamente FILMICO casca l’asino in modo abbastanza brutale e lo fa sotto più di un aspetto.

A partire dal tremendo miscasting generale (da cui esce salva solo la protagonista indemoniata Jennifer Cameron), che va al di là del bene e del male (è impossibile ad esempio non ridere davanti a un Jim Van Bebber esorcista tormentato che prende a “bibbiate” in testa la poverina, tra l’altro senza neppure risultare il più ridicolo del lotto) e viene completamente lasciato in balìa degli eventi senza alcuna direzione o con una sceneggiatura all’altezza e che possa arginare la catastrofe. Tutte le (per fortuna poche) volte che ci si trova a non assistere agli esorcismi si rimane davvero sbigottiti dai comportamenti di tutti i comprimari e dal susseguirsi di episodi che purtroppo sfociano puntualmente nel risibile più totale: basti vedere il vecchio Cardinale che per ben tre volte va a raccattare esorcisti via via sempre più “non conformi”, riempendoli prima di responsabilità e poi puntualmente salutati con qualche super gadget biblico (un rosario di teschi a uno, la sabbia di Gerusalemme a un altro, ecc.).

Per non parlare poi di ogni cosa che riguarda i comportamenti della madre della ragazza, assolutamente implausibili e dementi (anche se alla fine potrebbero essere idiotamente giustificati dal “twist” finale). Tra l’altro, nonostante il budget ovviamente non sia quello delle produzioni più grosse a cui The Song of Solomon lancia la sua “sfida”, il film crolla da un punto di vista anche strettamente tecnico (la fotografia è improponibile) dimostrando che tutto il capitale è davvero stato veicolato solo ed esclusivamente alla realizzazione degli ottimi effetti speciali, dimenticandosi di tutto il resto.

Inoltre, come si diceva all’inizio, la saga di American Guinea Pig era riuscita a sorprendere proprio per la sua capacità di sfoggiare un carattere e un’intelligenza ben superiore a quanto ci si poteva aspettare, mentre la sufficienza su cui si accomoda The Song of Solomon suona piuttosto come una grossa battuta di arresto qualitativa per un progetto che invece fino ad ora era parso in grado di aprirsi verso scenari ben più interessanti e qualitativamente superiori. L’opera di Stephen Biro, nonostante le dichiarazioni di intenti, sembra aver scelto di auto-ghettizzarsi a prodotto ad uso e consumo esclusivo della parte di pubblico più fanzinaro e di bocca buona, dandogli il minimo garantito per saziarlo per l’ora e venti minuti di durata complessiva.

Non ci voleva tanto a fare di meglio: una cura maggiore della messa in scena, nell’assembramento del cast e in generale una personalità più “forte” in cabina di regia ci avrebbe regalato un tassello davvero over the top nel genere, inserendosi tranquillamente nel solco lasciato dall’eccezionale capitolo precedente Bloodshock. Invece si porta a casa una sufficienza stiracchiata che lo rende anche il capitolo meno riuscito (e purtroppo “infantile”) dell’intero lotto. Per chi si accontenta c’è da sollazzarsi, ma tutto il resto della popolazione può anche tranquillamente tenersene alla larga.

Di seguito il trailer di American Guinea Pig: The Song of Solomon: