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7/10 su 2878 voti. Titolo originale: Equilibrium, uscita: 06-12-2002. Budget: $20,000,000. Regista: Kurt Wimmer.

Un oscuro scrutare | Equilibrium di Kurt Wimmer: messaggio chiaro, azione spettacolare, arroganza spudorata

17/04/2018 recensione film di Lorenzo Di Giuseppe

Il film del 2002 si afferma tra le distopie cinematografiche del 21esimo secolo, mescolando reminescenze bradburyane, arti marziali e una sana dose di sfacciataggine

Equilibrium è un lungometraggio del 2002 scritto e diretto da Kurt Wimmer, che si basa lontanamente sul famosissimo romanzo di fantascienza Fahrenheit 451 di Ray Bradbury (1954). Dal budget di 20 milioni di dollari, all’uscita ne incassa solamente 5 milioni e viene in parte stroncato dalla maggior parte della critica dal ‘palato fine’ – fermatasi probabilmente alla visione della prima sequenza d’azione -, che bolla il tutto come inutile paccottiglia. Ovviamente si sbagliavano, ma altrettanto ovviamente non siamo di fronte a un capolavoro del genere, né ad uno stile raffinato o a temi veicolati in modo originale. La mancanza di ricercatezza generale e quella di ritmo in alcune scene non d’azione, più qualche attore sottotono, sono le lacune più evidenti, ma nonostante ciò ci troviamo di fronte a 107 minuti di intrattenimento che riescono a veicolare un messaggio ben definito, seppur reiterato all’ennesima potenza, e che mantengono una loro dignità cinematografica nonostante alcuni limiti.

Nel 2072 una città-stato chiamata Libria vive sotto il dispotico dominio di un leader, Il Padre (Sean Pertwee), dopo che la Terza Guerra mondiale ha decimato la popolazione. I sopravvissuti hanno stabilito che l’unico modo per sradicare il male è eliminare le emozioni: tutti sono tenuti ad assumere quotidianamente un medicinale che le inibisce e tutti gli oggetti che le ricordano, dai libri ai giocattoli, sono vietati. Per sorvegliare l’ordine costituito è stato posto il Tetragrammaton, un ibrido tra polizia e ordine monastico, i cui chierici, con la straordinaria tecnica del ‘Gun Kata’ (‘kata della pistola’, dove kata è traducibile dal giapponese come ‘modello’, in questo contesto, indicando una serie di gesti codificati che rappresentano tecniche di movimento, individuabili soprattutto nelle arti marziali e artistico-rituali, come nello Iaido o nel Teatro Nō), fanno da boia nello sterminio di ribelli e trasgressori della legge.

John Preston (Christian Bale) è il migliore tra i chierici, una perfetta macchina di morte. Tutta la vicenda viene messa in moto nel momento in cui lui stesso si metterà in discussione dopo aver ucciso il suo collega da tempo immemore Partridge (Sean Bean), sorpreso a leggere un libro di poesie, evento che gli ricorderà la morte della moglie, condannata per aver interrotto l’assunzione dei medicinali. Da qui una serie di fatti e incontri cambieranno il corso della sua vita e lo porteranno a un finale catartico.

Prima però di analizzare la conclusione, è necessario esaminare i concetti, tecnici e non, che rendono Equilibrium degno di interesse.

Il punto forte del film sono sicuramente le scene d’azione: la tecnica del Gun Kata è una geniale creazione che viene sfruttata al massimo in ogni singolo istante di rappresentazione in cui è inscenata, grazie a un montaggio postmodernista che enfatizza i dettagli e a qualche sequenza in slow motion, senza scadere però in un ricorso eccessivo. Proprio in questa tecnica, inventata dal regista stesso mescolando il Wing Chun con lo stile di Jim Vickers (coreografo delle scene di lotta), sta tutta l’arroganza positiva del film, visto il suo essere sopra le righe e un-belivable – nel doppio significato di incredibile/spettacolare ma proprio per questo non realmente possibile, quindi non-credibile -, che è assolutamente efficace nel tratteggiare i chierici come figure semi-divine, veri e propri angeli della morte.

Il secondo pregio della pellicola sta nella scenografia e nella scelta delle varie ambientazioni, che si concentrano in particolare a Berlino, tra vestigia dell’architettura nazista, basi militari abbandonate e tunnel della metropolitana. I luoghi sono infatti l’espressione del potere del Padre e del sistema in toto, che schiaccia gli individui sotto il suo peso rendendoli minuscoli e insignificanti e la manifestazione fisica dell’inquadramento che sono costretti a subire tutti i cittadini. Anche i costumi sono utilizzati al meglio, con diverse scelte che risultano azzeccate, quali il lungo cappotto nero alla Matrix (che nel finale del film per il protagonista si trasformerà in un diverso completo di colore bianco, a simboleggiare il suo passaggio dalla parte dei ‘buoni’) e le divise dei soldati del Tetragrammaton, ispirate chiaramente a quelle tedesche indossate durante la seconda guerra mondiale. Il messaggio di fondo, seppur, come già detto, ampiamente ripetuto verbalmente e visivamente, mantiene la sua forza, indicando la libertà di opinione come l’unica minaccia ad un regime totalitario e la cultura come mezzo per raggiungerla.

Il finale di Equilibrium, nella sua catarticità, è la summa della poetica dell’intero film di Kurt Wimmer. Dopo aver ingannato il regime con un trucco doppiogiochista, Preston si ritrova in un corridoio davanti a un numero indefinito di uomini, che uccide senza versare un goccio di sudore e senza scomporsi la capigliatura, completando l’opera fronteggiando il suo capo, il vice consigliere DuPont (Angus Mcfayden). Prima di ucciderlo, scopre che dietro agli ologrammi e alla voce trasmessa ai cittadini non c’è nessuno.

Si tratta soltanto di un espediente. Non resta allora che terminare il lavoro e far trionfare una volta per tutte la giustizia. In questa conclusione si riuniscono quindi tutte le cifre stilistiche e tematiche che esaltano l’interesse per Equilibrium, oscurandone almeno in parte i problemi.

Di seguito il trailer:

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