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5/10 su 23 voti. Titolo originale: Habit , uscita: 25-08-2017. Budget: $1,000,000. Regista: Simeon Halligan.

Recensione | Habit di Simeon Halligan

28/06/2018 recensione film di Sabrina Crivelli

Elliot James Langridge e Jessica Barden sono i protagonisti del visionario adattamento dall'omonimo brutale romanzo di Stephen McGeagh, in cui sesso, sangue e cannibalismo si fondono in un'erotica danza

Scabroso in ogni minino dettaglio, così si potrebbe definire Habit, horror ambientato a Manchester diretto da Simeon Halligan (White Settlers) e adattato dall’omonimo romanzo dello scrittore mancuniano Stephen McGeagh. Eppure, in cotanta ruvidità si cela, in certe scene, certe inquadrature, un profondo gusto estetizzante, che da corpi e sangue crea statuarie quanto truci composizioni.

La storia si svolge, come detto, nella metropoli britannica, e segue Michael (Elliot James Langridge), ragazzo problematico che con la sorella ha visto la madre suicidarsi quando era ancora un bambino. Una sera, per caso, in un pub il protagonista s’imbatte in Lee (Jessica Barden), misteriosa ragazza dai capelli rossi che afferma di aver perso il lavoro e gli chiede se può stare a casa sua per qualche giorno. Il giorno successivo, con la scusa di chiedere dei soldi a suo zio Ian, che gestisce il Cloud 9, un “centro massaggi”, ovvero una sorta di casa chiusa, dove avvengono strani e sinistri eventi. Michael finisce per essere assunto come guardiano all’ingresso, ma sin da subito  si accorge che nel luogo e nei suoi dipendenti c’è qualcosa di profondamente sinistro. Incontra addirittura un cliente tutto insanguinato che gira per i corridoi, lasciandolo sconvolto e profondamente turbato. Eppure, c’è qualcosa di decisamente conturbante nella squallida sala massaggi e nei segreti che cela, un’oscurità da cui infine ragazzo sarà divorato.

Sangue, sesso e cannibalismo, questi sono gli ingredienti fondamentali di Habit, horror capace di cristallizzare alcuni delle più agghiaccianti degenerazioni e al contempo di rendere quasi belle. Orrore e sublime emergono dalle desolanti strade di Manchester, tra le pareti tappezzate di rosso del dozzinale Cloud 9. Qui, la banale e misera esistenza di Michael acquisisce tutto un nuovo senso, un nuovo stimolo: l’antropofagia… E’ però un percorso tortuoso, disseminato di incubi, allucinazioni e fantasie, rese vivide durante le sequenze, capaci di alternare fosche visioni ad ancor più tetre verità. Lo sviluppo stesso del film segue questo randomico procedere, che alterna psicologico e tangibile, proiettando i deliri ad occhi aperti e chiusi di Michael, o catturando ancor più surreali realtà.

E’ un mondo crepuscolare (è suggerito che in molti ne facciano parte), in cui il protagonista è lentamente inglobato, prima guardandolo con orrore, poi con condiscendenza, poi con desiderio, tanto che ne entra a far parte. Poco importa dello sviluppo interiore che conduce a tale scelta, sembra che il vacillante ed emarginato personaggio più che prendere decisioni, pian piano scivoli nel baratro del suo nuovo universo, in una graduale accettazione che lo porta infine a divenirne parte. Bene è tratteggiato allora il protagonista, le cui motivazioni perlopiù irrazionali sono radicate nel suo doloroso passato. Altrettanto riuscita è l’interpretazione di Elliot James Langridge, che risulta estremamente naturale e mai troppo caricata in mimica e gestualità. D’altra parte ogni elemento della narrazione, ogni personaggio, è contraddistinto da un dotata di un certo felice black humor, tipicamente britannico che, bandito ogni bigottismo tipico del main stream (soprattutto hollywoodiano) affronta anche l’argomento più spinoso con sarcasmo.

Infine ci sono la regia e la messa in scena, geniali quanto raccapriccianti. Se ci può essere un’estrema bellezza anche nell’atto più barbaro, nel dettaglio più terrificante, allora Simeon Halligan ne ha trovato la chiave. Partendo infatti da materiale letterario decisamente ostico (per essere eufemistici), il regista di Habit non decide di buttare tutto nel solito elementare splatter inondato di interiora, che certo ha le sue virtù, ma rimane a un livello formale basico. No, le scene incentrante sull’antropofagia collettiva, due in particolare, si tramutano quasi in un antico rituale bacchico, in cui un gruppo di prostitute, abbandonata la loro moderna meschinità sono elevate a baccanti e nude si strusciano l’un l’altra e nel sangue, mentre divorano brandelli di cadaveri. La mirabile composizione e la sensualità dei corpi stacca di netto con il misero scenario precedente, acquisendo quasi una nota divina, di sacrificio carnale per un cruento dio pagano.

Coinvolgente nella trama e stupefacente nella forma Habit di Simeon Halligan è una bella scoperta, tornando a confermare che dall’humus indie del Regno Unito possano ancora arrivare delle vere e proprie perle.

Di seguito trovate il trailer ufficiale: