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[recensione libro + intervista] Pupi Avati. Il Cinema dalle Finestre che Ridono di Luca Servini

25/06/2018 di Sabrina Crivelli

Affascinante incursione nel cinema 'gotico' avatiano, il volume combina film, aneddoti e testimonianza dirette, fornendoci un ritratto vivido del regista

Maestro del cinema italiano che ha esplorato con lirica sensibilità la famiglia, la fanciullezza e il ricordo, Pupi Avati ha rivelato agli estimatori del genere anche un’anima assai più fosca e crepuscolare. Così, al fianco di Una gita scolastica (1983) e Regalo di Natale (1986), il regista di origini bolognesi ha girato film come La casa dalle finestre che ridono (1976), Zeder (1983) e L’arcano incantatore (1996).

Proprio su questa – forse a molti meno nota- sezione del corpus avatiano si sofferma Pupi Avati. Il cinema dalle finestre che ridono (Edizioni Il Foglio, 2017), in cui Luca Servini e alcuni dei maggiori saggisti italiani di cinema (Giovanni Modica, Fabio Zanello, Michele Bergantin, Fabrizio Fogliato, Corrado Artale e Aurora Autieri) non solo si addentrano nell’esame meticoloso delle singole pellicole, ma delineano anche la vita e la carriera del regista attraverso alcune tappe fondamentali. Al fianco dell’analisi della forma e dei contenuti, sono allora seguite le sue difficoltà ed esperienze, a partire dai primi difficili passi con gli sperimentali Balsamus l’uomo di Satana (1968) e Thomas e gli indemoniati (1969), che costituiscono un inizio controcorrente e doloroso e il cui totale insuccesso portò Avati a traferirsi dalla provinciale Bologna a Roma, in cerca di maggiori opportunità. Dopo il riscatto grazie all’intervento di Ugo Tognazzi e a La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone (1975), viene altresì approfondito uno dei film avatiani più memorabili, almeno per gli appassionati di giallo italiano: La casa dalle finestre che ridono, la cui crudezza è paragonabile al contemporaneo gioiellino di Lucio Fulci Sette note in nero. Seguono poi il parodico Tutti defunti… tranne i morti (1977), il favolesco Le strelle nel fosso (1979), il macabro Zeder, i thriller L’amico d’infanzia (1994) e Il nascondiglio (2007), nonché l’oscuro L’arcano incantatore. Insomma viene al lettore fornita una esaustiva carrellata di tutti quei titoli che pertengono la produzione meno convenzionale del regista.

Viene così tratteggiato un percorso nell’altro cinema di Avati, in cui emergono piccoli tesori che meritano d’essere rivalutati da un critica che troppo spesso è stata disattenta verso il genere. Inoltre, la trattazione è poi intrisa di racconti e aneddoti che permettono di definire un vivido ritratto del regista e del suo lavoro dietro alla camera da presa e non solo. In ultimo, oltre a un’introduzione di Avati stesso, che subito ci fornisce un’immediata percezione del suo animo artistico e del suo amore per il Jazz, il volume è concluso con una serie di interviste e testimonianze ad alcune personalità a lui legate, quali Antonio Avati, sceneggiatore, produttore e fratello minore di Giuseppe (Pupi), gli attori Laura Morante, Giulio Pizzirani, Roberta Paladini, Stefano Dionisi e Giovanni Veronesi (anche sceneggiatore e regista che recitò nell’avatiano Una gita scolastica).

Abbiamo quindi approfondito in una intervista con Luca Servini alcuni elementi chiave e curiosità, a partire dalla scelta specifica di concentrarsi solo sulla produzione “gotica” di Avati, all’attuale situazione del cinema di genere in Italia, fino ai futuri progetti.

1) Da cosa nasce la scelta di scrivere un volume su Pupi Avati e come mai, nello specifico, di concentrarsi solo su una parte della sua filmografia?

La scelta di realizzare un volume sul suo cinema fantastico, o meglio “gotico” – come ama definirlo Avati stesso – nasce da anni di studio e raccolta di materiali relativi ai film trattati da parte del sottoscritto, oltre ad incontri ravvicinati proprio con le persone, in primis l’autore, che hanno collaborato a questi lavori, divenuti negli anni a venire autentici “cult”. E’ anche per merito di tutti coloro che hanno collaborato con me a costruire negli anni quella “enciclopedia del cinema fantastico avatiano”, che questo volume ha potuto essere realizzato e soprattutto, si è potuto imporre come il testo definitivo sul cinema gotico di Pupi Avati. Un genere con cui l’autore stesso ha esordito e nel quale durante la sua lunga e sconfinata carriera è più volte ritornato con estremo piacere.

2) Come sono stati contattati e coinvolti il regista (a cui si deve la prefazione), il fratello Antonio Avati, Laura Morante e gli altri intervistati?

La collaborazione di Avati si deve alla nostra ormai venticinquennale e bellissima amicizia, fatta di telefonate, di lettere (prima) e di mail (dopo), di incontri, di interviste e di frequentazioni sui set. La prefazione scritta da Pupi è il regalo più bello che potesse farmi, quindi. Così come l’amicizia con Antonio, il fratello autore e produttore, anch’essa persona di straordinaria gentilezza e disponibilità, che abbiamo pensato di omaggiare – come nessuno aveva fatto prima – con un’intervista lunga un capitolo. Gli altri bellissimi e interessantissimi interventi sono stati curati dal sottoscritto e da Michele Bergantin, un giovane autore che ha svolto un lavoro eccellente in questo senso.

3) Si tratta di un lavoro a più mani, come sono stati coinvolti i diversi autori e come si è concretizzato il volume?

L’idea che avevo in mente sin dall’inizio, e che ho sottoposto ad Avati stesso, il quale si è dimostrato essere d’accordo sin da subito e in modo entusiastico, è stata quella di parlare del suo cinema fantastico da più punti di vista, quindi non solo quello del sottoscritto – dopotutto, in passato avevo già scritto e pubblicato parecchio sull’argomento. Ecco quindi la scelta di far confluire gli sforzi mentali e quelli più fisici della scrittura di questo team di collaboratori davvero straordinario, che si è dimostrato entusiasta del progetto e ha collaborato con intelligenza ed entusiasmo sempre crescente. Del resto, bastano i nomi dei miei collaboratori per capire di quale livello stiamo parlando: Modica, Zanello, Fogliato, Artale, Auteri, Bergantin…

4) Si parla nel libro della difficoltà di lunga data a girare cinema di genere nel nostro paese, che ha sovente subìto la concorrenza dei blockbuster hollywoodiani e della commedia all’italiana. Come si è arrivati secondo te alla situazione attuale?

Il nostro è sicuramente un cinema che ha fatto storia, o meglio, che ha decisamente influito sulla storia della Settima Arte… Fin dagli albori, il cinema italiano ha regalato alle platee di tutto il mondo generi e sottogeneri che le altre cinematografie ci hanno sempre ammirato ed invidiato. Questo fino alla fine degli anni Ottanta. Negli anni successivi, il cinema italiano ha reso le armi ad un declino sempre più inarrestabile, complici diversi fattori come la chiusura delle sale, il calo di spettatori, le tv locali prima e le pay tv successivamente… In particolare il cinema di genere, quello che gli spettatori privilegiavano, quello che sbancava i botteghini, quello che all’estero – ben prima che da noi – diventava immediatamente di culto subito dopo l’uscita nelle sale, ha dovuto arrendersi ai tagli di budget imposti dai produttori e dalle tv co-produttrici, ad un cambio generazionale di maestranze tecniche ed artistiche… Insomma ad un ridimensionamento che ne ha distrutto le potenzialità e ridotto al lumicino la sopravvivenza. Per cui, quel poco che offre ormai il nostro cinema oggi è solamente derivazione di fiction e cabaret di stampo televisivo, realizzata in modo piatto, algido e senza inventiva, con unico scopo quello di un immediato sfruttamento tv. Non esiste più quella voglia di fare, quell’artigianato e quell’impegno che costellava il nostro cinema di genere e che riempiva le sale di tutto il paese – e non solo. Gli americani sono tra i pochi rimasti che credono ancora, giustamente, alle grandi potenzialità del cinema di genere, che continuano a produrre infatti. Oltre ad un discorso pratico, il problema dei nostri produttori e distributori è di natura intellettuale: ciò che ci è rimasto, lo dobbiamo all’ottusità e alla malafede di questi personaggi. Lo stesso Avati, nell’ultimo periodo, ha combattuto e combatte tuttora per riportare il cinema di genere sugli schermi: se la DueA di Pupi e Antonio Avati riesce, pur a sprazzi, ad esprimere ancora qualcosa in questo ambito, lo deve solamente alle proprie forze e alla propria tenacia.

5) Esiste una speranza per il cinema di genere e ci sono secondo te registi italiani promettenti nelle nuove generazioni?

Questo si collega direttamente a quello che ho detto poco fa. Finchè i produttori e gli esercenti non cambieranno mentalità e rimarranno ancorati ad un’idea che di cinema ha poco e invece ha molto di televisivo, il cinema di genere lo potremo solamente rivedere nei vecchi film. Senza fare nomi, il cinema italiano di oggi si distingue per banalità, volgarità, velleità autoriali e riciclaggio televisivo. Non credo, purtroppo, rivedremo più un cinema di genere in Italia.

6) Hai in progetto nuovi volumi sul cinema di genere o di altra natura?

E’ in uscita per Il Foglio Letterario un volume estremamente interessante e per certi versi innovativo, curato dall’amico Giovanni Modica, al quale ho avuto il piacere di collaborare dal titolo “Dario Argento – Le storie mai raccontate“, di cui non svelo nulla per non rovinare la sorpresa agli appassionati del tema trattato. Sempre con Giovanni abbiamo dato inizio ad un altro progetto a mio avviso molto appetibile, dove il protagonista è un certo Conte Dracula al cinema… ma anche in questo caso preferisco non rivelare nulla…

Il trailer originale di La Casa dalle Finestre che Ridono:

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