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6/10 su 348 voti. Titolo originale: Mayhem , uscita: 13-03-2017. Regista: Joe Lynch.

Recensione | Mayhem di Joe Lynch

28/11/2017 recensione film di Sabrina Crivelli

Samara Weaving e Steven Yeun sono i sovversivi - e infetti - protagonisti di una satira sociale caustica e intrisa di sangue

L’idea di un virus che ferinizzi l’uomo, che da essere dotato di raziocinio lo tramuti in un esplosivo coacervo di istinti primordiali, prima di tutto il nutrirsi, è alla base di numerosissimi horror che paventano una distopia pandemica alla 28 Giorni dopo, la zombificazione virale come nella saga di Resident Evil, e arrivano a riflettere sulle implicazioni morali e sociali come nel recente a The Cured. Alla vasta gamma di possibili declinazioni, si è aggiunta ora una nuova variante su tema, quella gettesca con un tocco di anarchismo giustizialista al centro di Mayhem di Joe Lynch.

Silloge di molteplici suggestioni, la storia ruota intorno a Derek Cho (Steven Yeun), giovane avvocato rampante che lavora per un grosso e poco etico studio legale che viene incolpato ingiustamente di aver mandato all’aria un grosso processo dalla vera colpevole, una sua spregiudicata superiore evocativamente chiamata la “Sirena” (Caroline Chikezie), dacché come le creature del mito sa ammaliare con le sue arti femminee il boss assoluto, John Towers (Steven Brand). Ovviamente viene licenziato. Allo stesso tempo, una donna, Melanie Cross (Samara Weaving) chiede un appuntamento, caso vuole che incontri Derek, perché causa di un cavillo sta per perdere la casa sempre a causa della medesima compagnia. Ovviamente viene cacciata malamente. Se in condizioni normali la rabbia e frustrazione dei due personaggi sarebbe stata repressa da un civilizzato Super Ego, a rendere assai più interessante l’espressione delle emozioni di norma inibite è l’arrivo nell’edificio di un virus chiamato ID7 che elimina ogni forma di inibizione, tramutando gli infetti in un imprevedibile e incontenibile epicentro di istinti primari. Figuratevi dunque rinchiusi in insieme una serie di individui in parte senzienti, ma senza nessun tipo di controllo, messi in quarantena nel loro luogo di lavoro e liberi di esprimere tutte quelle animalesche pulsioni prima messe a tacere dal buon senso, in un caotico palesarsi dell’ira, della frustrazione, delle invidie e dell’attrazione fisica.

Immaginate poi che, dopo l’assoluzione di un primo contagiato per incapacità di intendere e di volere, tutti si sentano liberi di commettere i peggiori crimini, le peggiori violenze, oltre che da ogni vincolo morale, dallo spauracchio della legge. Aggiungete infine due protagonisti, ciascuno per un suo personale motivo, che covano un notevole risentimento per i soci, i “Nove” e per l’amministratore dell’azienda, che risiedono all’apice della struttura aziendale come architettonica. Avrete così un’escalation di violenza in un percorso altrettanto ascensionale in cui, grazie all’escamotage del virus che decolpevolizza il soggetto, Lynch può aggirare ogni tabù sociale, o politically correct, evitando ogni petulante perbenismo che di questo tempo invade molti horror e declinando a un tono grottesco annaffiato di sangue l’idea che La notte del giudizio aveva vagheggiato nel lontano 2013 in modo assai più moraleggiante (tratto peggiorato esponenzialmente nei successivi capitoli della saga).

Alla temporanea amnistia ex ante di qualsivoglia crimine come nel film di James DeMonaco, viene quindi sommato il viatico contro qualsiasi rimorso, bandendo ogni precetto edificante dalla narrazione e virando esponenzialmente verso un tono assai più smaliziato, e per questo assai più spassoso. Dunque la violenza non è preceduta da melliflue riflessioni sul giusto e lo sbagliato, né il prendere a calci e pugni una collega fastidiosa è subordinato a imperanti questioni di genere, una volta esposti all’ID7 con il repentino arrossamento dell’occhio i personaggi sono lasciati liberi di esprimere tutta la violenza e la libido che il loro Es gli suggerisce, in questo sta la vera forza e irriverenza di Mayhem. Certo, la riflessione al centro del film non è inedita, originale, la medesima idea di testare in frangenti paradossali i peggiori istinti dell’essere umano, oltre che in Il Giorno del Giudizio, era presente nel similissimo The Belko Experiment. Il lungometraggio di Greg McLean era allo stesso modo ambientato nella sede di una multinazionale i cui dipendenti erano sempre imprigionati e costretti per sopravvivere a uccidersi l’un l’altro, ma il protagonista era là recalcitrante e attanagliato da questioni morali.

Decisamente differente è l’approccio di Lynch, che in un caustico sarcasmo dà vita a una sorta di singolare revenge movie incentrato su un impiegato e su una cliente amareggiati, i quali non hanno remora alcuna a tagliare in due un collega con una sega circolare, o a buttarne giù un altro dal parapetto. Vera rarità, questi individui amorali quanto verisimile, non sono i soliti cattivi, né degli zombie, ma mantengono un loro raziocinio e agiscono secondo un determinato disegno, dando vita a una impenitente e ilarizzante satira sociale, che deride e tratteggia con maestria l’anima nera del colletto bianco americano, i suoi più inconfessabili desideri di rivalsa, in un quadro grottesco dalla veemenza quasi brechtiana. Perfetta è allora la performance, tra il folle e l’arrivista riluttante di Yeun, che rispetto a un ruolo più monocorde in The Walking Dead qui riesce a esprimere un’estesa varietà di sfumature interiori, rimanendo abilmente sul filo del caricaturale senza mai risultare però affettato.

Mayhem è capace, senza inventare nulla, di combinare però in qualcosa di differente e sagace la brutalità e il gore dello zombie movie, la riflessione sociologica di La notte del giudizio e un tocco di distopia classista alla High-Rise – La rivolta di Ben Wheatley, essendo però ben più radicato nel presente. Dunque, a un livello più elementare, sa intrattenere con una vorticosa azione e un ottimo e sfrontato copione ad opera di Matias Caruso, ma è anche capace di delineare in modo tutt’altro che superficiale e col sorriso quello che molto del buonismo imperante di questi tempi censura, ossia una strisciante quanto disarmante banalità del male …

Di seguito trovate il trailer originale:

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