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7/10 su 1367 voti. Titolo originale: The Texas Chain Saw Massacre, uscita: 01-10-1974. Budget: $85,000. Regista: Tobe Hooper.

Rivisti Oggi | Non Aprite Quella Porta di Tobe Hooper

29/07/2018 recensione film di Valeria Patti

Imitato e citato, il film del 1974 è passato da film indipendente per un pubblico di nicchia a cult imprescindibile per chiunque ami il genere horror. E ancora oggi è pressoché impossibile replicarne anche solo l'impronta.

Non è solo un massacro fine a sé stesso. Unire il genere horror a una visione pessimista, quasi nichilista non è cosa semplice. Eppure è chiaro fin da subito cosa ci aspetterà durante la visione di Non aprite quella Porta (The Texas Chainsaw Massacre) del 1974 di Tobe Hooper.

Col primo piano di un cadavere in putrefazione messo in posa sopra una lapide, comprendiamo subito i toni del film. Malato, perverso, soffocante. E’ descritta una follia abietta priva di ogni giustificazione. Non c’è un perché in quello che vediamo, a Tobe Hooper (Poltergeist, Space Vampires) non importa elargire a noi spettatori qualche motivazione psicologica sul perché siamo testimoni di tale massacro. Come non gli importa rendere umani vittime e carnefici. Mette tutti sullo stesso piano. Vince il più forte, dove correre e gridare sono elementi fondamentali per arrecare in noi ansia, paranoia e urto. In un’estate afosa Sally (Marilyn Burns), suo fratello disabile Franklyn (Paul A. Partain), Jerry (Allen Danziger), Kirk (William Vail) e Pam (Teri McMinn), si muovono nella provincia texana.

Giovani che parlano di astrologia e commentano il viaggio rimanendo testimoni più volte della chiusura mentale di chi nasce e passa l’intera esistenza nella provincia remota americana. Con un velo di malinconia, l’unico a tenere davvero a quel percorso è Franklyn che preso dai ricordi di un’infanzia passata vuole tornare alla casa del nonno (ormai un catafascio) per rivivere momenti lontani. Durante il viaggio, la serenità viene interrotta per colpa di un individuo a cui i ragazzi danno un passaggio. Si avverte un’ambiguità che mano a mano si trasforma in tensione e spavento. Lo sconosciuto preso da un momento di euforia ferisce con un coltellino superficialmente Frankyn e verrà nell’attimo dopo cacciato dal gruppo. Sconvolti e basiti per il fattaccio appena accaduto l’unico desiderio è quello di allontanarsi il prima possibile da quella zona degradata e deserta.

Giusto il tempo di fermarsi in una piccola e malandata area di servizio per fare rifornimento di benzina; il proprietario senza giri di parole nega a loro il carburante in quanto esaurito. Sono costretti ad aspettare il giorno dopo. Il gruppo un po’ nervoso per i diversi imprevisti farà finalmente contento Franklyn portandolo nella tanto attesa casa di infanzia. Inizia il massacro. Due di loro vengono tolti di mezzo in pochi minuti. Tutto succede piuttosto velocemente, ma questo non toglie ansia e tensione allo sviluppo repentino della storia. Ciò che notiamo nell’immediato è l’aspetto del killer: un gigante, privo di volto con addosso lembi di pelle appartenenti alle sue vittime. Non proferisce mai una singola parola. Lui corre all’impazzata col solo obiettivo di sterminare chi ha osato varcare la sua dimora, il suo segreto rifugio per commettere atti di orrore lontani dalla civiltà. Gunnar Hansen fu l’attore che impersonò il killer. Diede un suo tocco personale all’interpretazione, muovendosi in modo impacciato e facendo versi poco chiari, suggerendoci un ritardo mentale del mostro assassino.

Tobe Hooper si diverte a spiattellarci in faccia dettagli che si insinuano silenziosi all’interno della storia. Essi sono in netto contrasto con ciò che visivamente vediamo. Dettagli non palesati platealmente, ma quasi di sottofondo. Strisciano subdoli portandoci a constatare non nell’immediato che qualcosa cozza con la situazione descritta. Il primo è senza dubbio la voce radiofonica. Viene messa come sfondo in più di una situazione e ciò che il fonico racconta si scontra con ciò che narrativamente sta avvenendo. Escludendo l’inquadratura iniziale, poco dopo tale voce fa una lunga lista di notizie di cronaca nera. Mentre i giovani sono presi nel loro viaggio, posseduti da una beltà naturale e spontanea la voce senza tregua parla solo di morte, cadaveri, profanazioni e cannibalismo. Addirittura racconta di come due ragazzini abbiano trovato due cadaveri mutilati brutalmente.

Tutto questo viene ignorato dal gruppo. Il cineasta texano rifila nuovamente la voce della radio applicandolo a una situazione opposta alla precedente. Mentre Sally, l’unica superstite del massacro tenta in tutti i modi di sopravvivere, dopo una lunga rincorsa al buio nel bosco, trova riparo nella stessa area di servizio incrociata il pomeriggio stesso. Mentre attende che il proprietario l’aiuti sentiamo le notizie del meteo dettate da un’altra voce proveniente dalla radiolina accesa. Una voce acuta, quasi vivace. Il grottesco che si scontra col reale. La sfortuna di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato è contrapposto all’inevitabilità della vita, e al suo scorrere. Come se nulla fosse, tutto continua ad accadere, tra orrori e disgrazie.

Un altro contrasto curioso in Non Aprite Quella Porta è proprio la figura di Leatherface. E’ un assassino forte che usa un’arma spaventosa come una motosega. E’ una figura sconosciuta e misteriosa la cui rabbia omicida non ha nulla a che vedere con la freddezza di altri serial killer iconici dei cinema horror. Eppure se questo è senza dubbio il punto di vista delle vittime che hanno ben poche speranze di vincere una lotta contro di lui, egli stesso è vittima della sua famiglia. Succube di un padre padrone e di un fratello (lo stesso a cui i ragazzi hanno dato un passaggio all’inizio della storia) che usufruisce del ritardo del consanguineo per commettere atrocità indicibili. Una famiglia marcia, malata e degradante, con un nonno che appare morto ma in realtà è vivo e succhia il sangue della protagonista ridestandosi improvvisamente, con ghigni molesti in sottofondo e il terrore della povera malcapitata. Contrasto evidente e mai messo in primo piano è quando durante la cena mostruosa, faccia di cuoio è molto attento al nonno. Lo accarezza e lo aiuta a mangiare standogli vicino quasi con la paura che possa farsi male. Mentre questi gesti premurosi vengono attuati più volte,l’ospite vittima continua a urlare e a chiedere pietà; desidera essere risparmiata. Ma grida e preghiere sono crudelmente ignorate.

Hooper durante tale scena utilizzò una tecnica tremolante e nervosa fatta di primi piani morbosi e inquadrature ravvicinate rendendo l’idea del tumulto e dell’angoscia che rispecchiano lo stato psicologico della vittima. Un dualismo emotivo: in noi si apre sgomento e panico, nella famiglia divertimento e ilarità. Non aprite quella porta è entrato lentamente nell’immaginario dei fan di genere. Pur essendo un horror mostra l’orrore con pochissime scene di sangue. Gioca con la tensione, con una regia imperfetta, altalenante che rende l’idea di sporcizia e malessere.

Tra una sequenza e un’altra di Non Aprite Quella Porta vi è anche una citazione a Psyco di Alfred Hitchock (1960). Quando Sally entra nella casa maledetta salendo le scale si trova in una stanza dove seduti su due poltrone vi sono un uomo e una donna morti (l’uomo poi scopriremo essere il nonno ancora “vivo”) l’inquadratura ricorda quella dello scheletro con parrucca e ben vestito della madre di Norman Bates (Anthony Perkins). Un low budget reso pesante anche dalla tensione che si creò sul set. Gli attori (non professionisti, ma presi da un college) e la troupe remarono contro il regista, il quale con estrema saggezza e arguzia sfruttò il malcontento mettendolo in scena una tensione tangibile che rese tutto ancora più credibile. Così Tobe Hooper in un film maledettamente imperfetto, crea a modo suo una pellicola classica di genere. Con una chiusa finale impetuosa in cui ci sentiamo combattuti, lottiamo con la nostra emotività. L’adrenalina di aver assistito a un massacro, ma soprattutto a un essere umano che ha utilizzato tutte le sue forze e tutte le sue energie per salvare la propria vita. Un essere umano che ha assistito con i suoi stessi occhi all’orrore puro. L’inganno messo in atto dal cineasta è subdolo e al tempo stesso morboso e suadente.

Sally è viva. E’ riuscita a sopravvivere a una notte-incubo. insanguinata scappa sopra una macchina, lontana da quel microcosmo in cui è stata prigioniera. Lo stesso microcosmo che le ha privato impietoso gli affetti; ma è viva veramente?! Riuscirà a mantenere insito nello spirito lo stesso entusiasmo delle sequenze iniziali? Non ci è dato sapere. Quell’esperienza inevitabilmente plasmerà l’indole futura di Sally. Il regista contrappone lo sgomento della giovane donna e la rabbia del giovane mostro a un tramonto dai colori pastello. E’ arrivato il giorno, il buio calerà di nuovo, ma le tenebre che hanno tinto quella notte saranno sempre nelle loro viscere.

Il massacro psicofisico che si imbatte su Sally, la cui vita è per sempre segnata, ricorda un discorso simile fatto solo due anni prima da John Boorman in un Un Tranquillo Weekend di Paura (Deliverance): un quartetto di amici ecologisti, Lewis (Burt Reynolds), Bobby (Ned Beatty), Ed (Jon Voight) e Drew (Ronny Cox) decidono di abbandonare il caos urbano per imbattersi in un weekend in mezzo al verde. Un luogo sperduto, perfetto per lasciarsi alle spalle lo stress e vivere a stretto contatto con la natura. Tale armonia e serenità verranno interrotte da un incontro spaventoso con due individui, probabilmente autoctoni. Non aprite quella porta e Un tranquillo weekend di paura sono due pellicole diversissime, eppure concernono concetti simili.

La lotta del “civile” che si imbatte nell’arretratezza del “selvaggio”, utilizzare ogni mezzo possibile per sopravvivere e fuggire dall’inferno. Ma nel dopo non vi è nessun paradiso, forse un limbo che equivale a una lunga attesa. Nella speranza che tutto possa tornare come prima. L’ultimo frame del film di Boorman constatiamo come il trauma di quell’esperienza rimarrà insito in uno dei protagonisti. E’ alla deriva di contrastanti sentimenti dove continuare a vivere significa riuscire a convivere con quel che si è subito. E’ la nitida constatazione di quanto l’esperienza-trauma del protagonista gli rimarrà inevitabilmente addosso, interiorizzata nella sua psiche.

Sopravvivere è continuare a vivere nonostante tutto. Significa trascinarsi addosso i traumi che si ha avuto la sfortuna di soggiacere. La natura umana è violenza. In tutte le sue forme. Non è ciò che viviamo a determinare noi stessi, ma come affronteremo le conseguenze nel dopo a farlo.

Di seguito il trailer originale di Non Aprite Quella Porta:

Allen Danziger
Paul A. Partain
William Vail
Teri McMinn
Edwin Neal
Jim Siedow
Gunnar Hansen
Marilyn Burns
John Dugan
Robert Courtin
William Creamer
John Henry Faulk
Jerry Green
Ed Guinn
Joe Bill Hogan
Perry Lorenz
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