Home » Cinema » Azione & Avventura » Recensione | Red Zone – 22 Miglia di Fuoco di Peter Berg

6/10 su 1101 voti. Titolo originale: Mile 22, uscita: 16-08-2018. Budget: $35,000,000. Regista: Peter Berg.

Recensione | Red Zone – 22 Miglia di Fuoco di Peter Berg

08/11/2018 recensione film di William Maga

Mark Walhberg torna a collaborare col regista per un action thriller affossato da un montaggio approssimativo e da riprese convulse e incapace di valorizzare le fisicità di Iko Uwais

Mark Wahlberg e Iko Uwais Red Zone - 22 miglia di fuoco

Sappiamo cosa andremo a vedere in un film con Mark Walhberg diretto da Peter Berg. Avremo un paio d’ore – anche meno – propagandismo americanismo macho, intimidazioni gridate in faccia e scene di combattimento. Il sodalizio tra l’attore e il regista ha portato negli ultimi anni a Boston – Caccia all’uomo, Deepwater – Inferno sull’oceano e Lone Survivor, ma se questi titoli avevano – chi più, chi meno – convinto critica e pubblico, la loro ultima fatica, Red Zone – 22 miglia di fuoco (Mile 22) segna un inspiegabile passo falso.

Chiunque abbia visto i loro precedenti lavori, sa che Peter Berg e Mark Wahlberg possiedono una certa chimica, grazie alla quale sono perfettamente in grado di confezionare buoni momenti di tensione ed energia. Tuttavia, Red Zone – 22 miglia di fuoco, che esce peraltro in Italia in ritardo di tre mesi rispetto agli Stati Uniti (e non è mai un buon segno), riesce a candidarsi tranquillamente come il titolo sulle operazioni sotto copertura a medio-alto budget (qualcuno dice 35 milioni di dollari, altri 50) più pasticciato e malamente montato (da Melissa Lawson Cheung e Colby Parker Jr.) e scritto dell’ultimo decennio. Nemmeno Iko Uwais e le sue mosse fulminee di Pencak Silat possono risvegliare il pubblico dal coma indotto dalle continuate sparatorie e aggressioni verbali sopra le righe che vengono vomitate sullo schermo senza posa.

Mark Wahlberg interpreta James Silva, una sorta di superstar dell’esercito il cui dipartimento governativo che ufficialmente non esiste (l’Overwatch) si occupa quotidianamente di evitare il prossimo 11 settembre. E’ a capo dell’unità “più preziosa e meno conosciuta della CIA”. Mentre si trova all’interno di un’ambasciata americana in terra straniera (un paese del Sud-est asiatico fittizio), l’ambiguo ufficiale della polizia locale Li Noor (Uwais) si avvicina ai cancelli e si lascia arrestare, affermando di essere in possesso di informazioni vitali – e naturalmente crittografate, di cui solo lui conosce la password – circa la posizione di alcuni dischi di pericolosissimo Cesio-137 spariti nel nulla qualche tempo prima. Se la squadra speciale di Silva – composta da Alice Kerr (Lauren Cohan), Sam Snow (Ronda Rousey) e William Douglass (Carlo Alban) – riuscirà a scortare verso la libertà (aka la cittadinanza americana) il nuovo asset attraverso 22 miglia di strade cittadine infestate di gente che vuole ucciderli con ogni arma, i preziosi dati saranno sbloccati e si potrà evitare una strage senza precedenti. Si tratta di un obiettivo così cruciale che per assicurarsi del successo viene chiamata la “Mano di Dio” dell’Overwatch , guidato da Bishop (John Malkovich). Il fallimento non è un’opzione.

Ah, nel prologo, assistiamo a una missione ambientata 16 mesi prima in cui alcuni criminali russi – forse hacker – che si nascondono in una tranquilla residenza dei sobborghi urbani di una cittadina americana vengono eliminati uno per uno dalla forza d’assalto di Silva. E – prestate attenzione – mentre Noor viene trasportato da un posto all’altro, Peter Berg inframmezza continuamente la visione con gli interni di un aereo russo destinato alla sorveglianza che segue attentamente dall’alto ogni singolo movimento del protagonista e del suo team. Già. Totalmente non sospetta la cosa. In ogni caso, non è affatto chiaro quale messaggio il regista stia cercando di inviare con Red Zone – 22 miglia di fuoco.

Come dovremmo interpretare le battute durante l’interrogatorio di Silva in cui afferma che non abbiamo mai visto un livello di collusione russo come questo (riferendosi specificamente al coinvolgimento dei sovietici nella campagna presidenziale di Donald Trump)? A cosa dovrebbero rimandare tutti gli accostamenti tra l’attuale presidente USA e Barack Obama (incluse le bobbleheads)? Com’è possibile che i russi possano manipolare così facilmente gli americani? C’è di più nei metodi di “meditazione” speculari usati da Silva e da Noor (lo schiocco di un braccialetto di gomma per il primo, i tocchi sulle dita del secondo)? Sarcasmo a parte, quello che vuole dirci Peter Berg è piuttosto palese. L’angoscia politica attuale è infilata a forza in ogni pertugio possibile con la sottigliezza di un colpo di pistola alla testa. Violenza dura e pura (è classificato Rated-R) al posto di un commento socio-politico sensato e ponderato. Niente di più, probabilmente meno.

Non è così assurdo affermare che Red Zone – 22 miglia di fuoco si poggi su agenti sacrificabili e intercambiabili. Soldati la cui attività professionale più “normale” sta morendo. Il personaggio di Mark Wahlberg sembra esistere esclusivamente per molestare verbalmente le sue colleghe nei loro spogliatoi – o anche in luoghi pubblici – o per sarcasticamente insultare i sicari nemici per marcare il proprio territorio e far capire che il suo ego è bello lungo. La sottotrama che coinvolge Lauren Cohan e il suo essere madre lavoratrice a distanza alle prese con un divorzio offre una spinta emotiva debolissima visto come viene gettata lì dalla sceneggiatrice esordiente Lea Carpenter, mentre personaggi come quello di Ronda Rousey sono semplicemente figurine monodimensionali in un team ‘troppo generico da definire o ricordare’, che esistono solo per dare tempo e modo al savant Silva di trattarli malamente e cazziarli appena può – perchè lui è superiore, più intelligente di chiunque altro e ragiona alla velocità della luce (abilità che poi nel concreto servono a ben poco pare …) – prima che facciano una brutta fine.

Insomma, sono soltanto letali macchine di morte che esistono meramente per impilare o diventare essi stessi cadaveri. Piastrine senza nomi stampati sopra e della cui vita o morte a nessuno importa, spettatori in primis. Certo, Iko Uwais non è incluso nel summenzionato elenco, visto che quando gliene viene data la possibilità ricorda a tutti di cosa sia capace. Con o senza manette. Dalle gole tagliate sul finestrino di un’auto infranto fino ai colli rotti con un suplex, l’attore indonesiano interprete dei The Raid e Headshot non spreca alcuna opportunità di infierire con punizioni acrobatiche sui cattivi di turno.

Se alcuni action-thriller ipercinetici e caciaroni sono considerati “divertenti”, Red Zone – 22 miglia di fuoco è invece assolutamente gratuitamente volgare (un florilegio di parolacce usate come intercalari a caso di questo tipo non si è mai sentito), poco inventivo e inutilmente convulso. È soltanto 95′ di primi piani e di gente che si nasconde dietro un angolo, in loop. Il convoglio di Silva viene attaccato, un po’ di gente muore, un membro della squadra resta ucciso, i restanti fuggono con un nuovo veicolo. Ripeti.

Le telecamere (ce ne sono decine, a ogni angolo, in cielo …) piroettano nervose nel tentativo di catturare ogni scontro a fuoco o corpo a corpo, ma il direttore della fotografia Jacques Jouffret non è purtroppo Gareth Evans e così si fatica parecchio a tenere il passo con la velocità doppia dei movimenti di Iko Uwais, specialmente quando nel finale si gioca la carta ‘rip-off di The Raid dentro a un palazzo assediato’. E le sparatorie tattiche di Silva annullano qualsiasi eccitazione – si fa solo la conta degli sgherri con casco da motociclista che vengono sterminati. In un film d’azione, aiuterebbe effettivamente vedere l’azione. In caso contrario, si sta sperimentando unicamente lo stesso vuoto tiro al bersaglio dei protagonisti mentre avanzano miglio dopo miglio, ancora e ancora, tra battute forzosamente a effetto e cliché.

In definitiva, Red Zone – 22 miglia di fuoco è Peter Berg all’apice della confusione registica; è Mark Wahlberg che pronuncia pessimi monologhi così urlati che persino il personaggio di John Malkovich gli chiede letteralmente di smetterla di gridare pessimi monologhi in direzione dei cattivi, DURANTE IL FILM; è spionaggio terroristico del tipo più stupido, al punto che Iko Uwais non ottiene credito dagli americani neppure quando è ricoperto di sangue, esausto e dopo aver lasciato ogni goccia di energia sul pavimento di una stanza d’interrogatorio coperta di frammenti di vetro rotto dopo essere stato attaccato da due infiltrati. E vogliamo parlare del finale? Non è un segreto che questo film sia stato pensato come il primo di una trilogia, ma il non proprio clamoroso successo al botteghino potrebbe ridimensionare questo progetto.

Di seguito trovate il trailer italiano e quello internazionale (per meglio apprezzare le voci originali) di Red Zone – 22 miglia di fuoco, nei nostri cinema dal 15 novembre

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