Horror & Thriller

6/10 su 1 voti. Titolo originale: Housewife, uscita: . Budget: sconosciuto. Regista: Can Evrenol.

[recensione Sitges 50] Housewife di Can Evrenol

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Il regista di Baskin dà forma a un nuovo allucinante incubo, intriso di Cronenberg e di Giallo all'italiana dei bei tempi andati

Indubbio è, per chiunque abbia visto Baskin: La porta dell’inferno (2015), che il regista turco Can Evrenol sia capace di dar vita ad un annichilente e cruento bacino visivo, tanto vorticoso da lasciare chi guarda sgomento. Lo stesso vale per il suo ultimo horror (e primo in lingua inglese), Housewife che, se possibile, risulta ancor più labirintico del precedente.

housewife can evrenol posterLa storia, che si complica sempre più man mano che il minutaggio avanza, è incentrata su Holly (Clémentine Poidatz), che ci viene presentata in apertura ancora bambina, mentre gioca con la sorella nottetempo. Dopo aver scoperto che quest’ultima è entrata in pubertà, la madre è colta da un attacco isterico, la prende per mano e la porta già dalle scale, poi l’affoga nel water; proprio quando la sta uccidendo entra la secondogenita, causando così la reazione estremamente violenta della degenere genitrice che cerca di ucciderla, ma viene fermata dal padre. Accesso di rabbia inconsulto, la causa dell’infanticidio sembrano essere delle entità occulte, che la donna, altamente disturbata, chiama “Visitatori”, ma dubbio è se essi esistano davvero o siano solo il parto della sua psicosi. Stacco, ritroviamo Holly cresciuta e, ovviamente, traumatizzata; la protagonista ha sposato uno scrittore ed esperto del paranormale (Ali Aksöz), il quale ha costruito la sua fortuna su di lei, e sembra in parte frustrata della sua vita coniugale (finge di assecondare l’uomo, ma prende contraccettivi di nascosto per non avere figli), oltre che colta sovente da veri e propri attacchi di panico. Una netta svolta viene però data alla sua quotidianità dalla ricomparsa di una vecchia amica e amante, Valerie (Alicia Kapudag), che dopo anni di silenzio la ricontatta e la invita a una serata organizzata dalla setta a cui si è unita e che è guidata dal magnetico Bruce O’Hara (David Sakurai). Durante l’evento, l’uomo avvicina la protagonista, della quale percepisce un arcano segreto, e la induce a pensare che con i suoi poteri potrà curare le sue paure e condurla al compimento del suo destino.

housewife-can-evrenol-4Nettamente tripartito, una prima breve ouverture introduce il trauma infantile, una seconda parte più lineare presenta la controversa psicologia di Holly da adulta, la sua vita matrimoniale e prepara il momento di svolta, l’incontro con il mentalista, infine l’ultima è un trip onirico e visionario, in cui ogni possibile logica cede il passo a un caotico assemblarsi di immagini sempre più assurde e violente (che hanno molto in comune con Madre! di Darren Aronofsky), fino all’acmé apocalittico nell’epilogo. Da un lato la struttura a più livelli che si sovrappongono tra loro crea, a partire dal suddetto turning point, la totale confusione tra realtà, incubo e stato di trance indotto con una singolare forma di ipnosi che prevede la mera imposizione della mano sul capo. I personaggi – soprattutto la protagonista, ma non solo – viaggiano così nel tempo e nello spazio, nel passato e nel presente, nell’emisfero psichico e nella realtà tangibile, che sono separate da limes osmotici. Sogno lucido o allucinazione a occhi aperti, gli spostamenti da un luogo all’altro sono repentini, mentali, e prescindono ogni fisicità, mentre il soggetto è estrapolato e spettatore di sé stesso, per poi essere rigettato dentro al suo vissuto comunque fortemente turbato. Psicanalitica incursione in una percezione alienata, i momenti contraddistintivi della muliebre esistenza, come la pubertà e la maternità (Evrenol indugia anche sui corpi nudi), sono traumatici passaggi di un’ascesa, tra introiezione e paranormale, che si rivela in ultimo infero.

housewife can evrenol filmTuttavia, non è un percorso meramente freudiano, ma una distorsiva psicosi affine alla Sindrome di Standhal di Dario Argento, che Evrenol stesso enumera tra i molti modelli (specie per le musiche impiegate). D’altronde dell’italico maestro del cinema di genere sono ripresi quei theme in cui dominano le note di un sinistro carillon sintetico, nonché alcuni alcuni aspetti della fotografia e la scelta di utilizzare, ad esempio nella sequenza di apertura, ambienti illuminati innaturalmente di rosso (alla Suspiria per intenderci), ricreando quella stessa sensazione straniante, tra psichico e fantasmatico. E proprio verso il demoniaco vira gradualmente la diegesi, abbandonando i labirinti mentali alla Inception per appropinquiarsi a sette evocanti il maligno alla The Void – Il Vuoto, di cui ritorna anche quell’immaginario lovcraftiano che rimanda a Cthulhu, qui incombente dai cieli invasi da sinistre nuvole rossastre (impossibile non pensare anche allo spielberghiano La guerra dei mondi). Non solo, l’articolatissimo tessuto simbolico sembra riferirsi alla lontana anche ad una laica nascita dell’Anticristo, con una “empia concezione” latamente polanskiana e una gestazione fulminea. Non sussiste però una simbologia specifica, anzi, come Evrenol stesso ha spiegato nel Q&A alla fine del film, non è stato ricercato un puntuale percorso di significazione, ma il suo fine è quello di edificare, come d’altra parte in Baskin, una suggestione visiva in cui immergere lo spettatore. Ritorna dunque l’iconografia infernale, fatta di sangue, sgozzamenti e immagini estreme; assistiamo perfino uno scuoiamento che dà vita a un novello Leatherface satanista e decisamente più gore di quanto abbiamo già veduto in precedenza. Poi ci sono le creature deformi, cronenberghiane, in particolare l’infante demoniaco avvolto in una sacca amniotica/bozzola piena di fluidi rivoltanti, nonché le figure femminee ricoperte di sangue; i temi iconici portanti di Baskin sono ripresi e riutilizzati in una narrazione diversa eppur complementare. Infine anche quivi, l’estremo indulgere nel lato cruento è forse la componente migliore, quantomeno la più stupefacente di Evrenol, il quale osa dove pochi hanno il coraggio di spingersi.

Il regista turco, ancora una volta, costruisce un universo immaginifico scioccante, prediligendo la sensazione visiva al racconto, ma proprio per la sua brutale illogicità cristallizza la Tenebra, l’oscura paura latente nell’uomo che non ha una forma definita ed è proprio per tal oscura indefinitezza a esser più inquietante.

Di seguito trovate il trailer originale:

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