Home » Cinema » Horror & Thriller » [recensione Sitges 50] Stephanie di Akiva Goldsman

Voto: 6/10 Titolo originale: Stephanie , uscita: 27-04-2017. Regista: Akiva Goldsman.

[recensione Sitges 50] Stephanie di Akiva Goldsman

13/10/2017 recensione film di Sabrina Crivelli

Ennesima variazione sul tema intriso di cliché visivi e narrativi, l'horror con Anna Torv e Frank Grillo si innesta perfettamente tra i tipici film d'intrattenimento senza pretese della Blumhouse

La Blumhouse, ossia la casa di produzione fondata da Jason Blum nel 2000, è celebre per aver azzeccato una serie di produzioni ‘povere’ (per gli standard hollywoodiani) che sono state poi, con un certo fiuto per gli incassi, trasformate in franchise a più capitoli; così lo studio ha lanciato nel tempo film low budget – alcuni più alcuni meno -, quali Paranormal Activity (costato solo 15.000 dollari), Insidious (costato 1.5 milioni) e La notte del giudizio (costato 5 milioni), tutti e tre con incassi che toccavano quasi, a volte superavano ampiamente i 100 milioni di dollari.

Stephanie posterComprensibile è quindi che, per spremere il più possibile le idee e una certa estetica latamente horror, ma PG13 (ossia con rating molto permissivi) la major abbia poi da una parte cercato di sfruttare i 3 successi, risultati di particolare richiamo presso il grande pubblico, lavorando a sequel prequel, sequel e spin-off; non solo, anche molti dei titoli che non sono direttamente collegati ai suddetti riprendono i medesimi caratteri stilistici e meccanismi narrativi, declinandoli a lievi variazioni su tema, ne sono un esempio Dark Skies – Oscure presenze, Ouija, o The Lazarus Effect. Ebbene, c’è chi cerca solo una serata spensierata con gli amici senza grandi pretese, o non possiede una cultura particolarmente approfondita in termini di cinema del terrore: in tali casi questo tipo un horror Blumhouse è una scelta ottima, in tali casi Stephanie di Akiva Goldsman (vincitore del premio Oscar per la Miglior sceneggiatura non originale con A Beautiful Mind, e più dotato a scrivere che a dirigere) non deluderà, ma in caso si desideri qualcosa di più di un salto sulla sedia e di una regia pulita, ma senza alcuna autorialità, allora forse bisogna mirare altri e più fecondi lidi.

Riassemblaggio di elementi già comparsi altrove e piuttosto riconoscibili, il film si apre sulla piccola e un po’ scostante protagonista, Stephanie (una discreta Shree Crooks), abbandonata per qualche arcano motivo sola in casa dai genitori. Man mano che seguiamo la bambina nelle sue giornate e nottate, tra soliloqui con il pupazzo rana, lettura di libri con unicorni o rotture di vasi di marmellata nel tentativo di fabbricare disgustosi frappé di mirtilli, emerge presto qualcosa di sinistro, un’entità che lei definisce mostro e che crede nascondersi nel bosco davanti a casa. Poi, d’improvviso, fanno ritorno a casa il padre e la madre Anna Torv e Frank Grillo (che peraltro ha preso parte al recente La notte del giudizio – Election Year), che subito iniziano ad agire in modo singolare, uno costruisce un’alta barricata di legno, l’altra osserva la figlia a distanza con fare ambiguo, entrambi sembrano celare un segreto.

StephanieA un primo e più elementare livello, Stephanie è la silloge di usurati escamotage mirati a spaventare, tra scricchiolii, porte che sbattono, ombre nere che si aggirano per casa, finestre che si aprono da sole e così via; tutti i possibili trucchi per generare un qualche sussulto in chi guarda, che non implichino però troppo sangue o troppa violenza (pena la perdita del visto censura favorevole e delle possibilità di distribuzione), sono inseriti a manciate nelle sequenze, di cui lo spettatore un po’ smaliziato prevede od occhi chiusi l’evoluzione minuto per minuti. Poi ci sono quei tocchi alla L’Esorcista, come soggetti che fluttuano a mezz’aria e i cui arti si piegano in pose innaturali; c’è persino la rotazione di una testa a 180°. E non è tutto: per dare un po’ più di pepe alla minestra riscaldata – più volte – e farla sembrare meno ritrita, vengono rubacchiate qua e là suggestioni varie, così da dare la sensazione di nuovo a un concept in realtà abusato. Un ritratto ambiguo dell’infanzia alla Il presagio, si somma a un vagheggiare dell’immaginario lovcraftiano (forse complice il precedente successo di The Void – Il Vuoto), che si fonde ad alcune intuizioni presentate in Viral e a un colpo di scena finale che oscilla tra Somnia e Los Parecidos (in cui la rivelazione finale dell’artefice dell’inquietante successione di eventi è assai simile, seppur siano completamente diverse sia le storie e il film messicano sia ben più dotato in termini di humor grottesco e originalità …). Il problema tuttavia non è nemmeno il fatto che si attinga a materiale pre-esistente, tutti in fondo in un modo o nell’altro lo fanno, e nemmeno le trovate visive e diegetiche piuttosto posticce e per nulla spaventose, o nel budget ristretto che permette poche location, un cast limitato ed effetti speciali dozzinali. La radice del male risiede nella mancanza di atmosfera, nell’incapacità di creare una reale sensazione di angoscia con un’estetica e immagini innovative, con una fotografia che lasci il regno, con un montaggio o movimenti di macchina che abbiano un qualche personalità. Goldsman, al secondo lungometraggio dopo il suo debutto con il melò sdolcinato Storia d’inverno, mostra qui di non essere capace, o di non poter delineare un immaginario inedito, valido e disturbante, ma di essere solo un passivo mestierante in grado di realizzare un film banale e nulla più.

Ennesimo horror mediocre filmato Blumhouse, Stephanie riuscirà certo a ripagare l’investimento e ha ottenere un discreto successo al botteghino, ma si accoda agl’infiniti titoli ignavi di cui ci si dimentica il giorno dopo averlo visto.

Di seguito il trailer originale:

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