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4/10 su 13 voti. Titolo originale: Slice, uscita: 10-09-2018. Budget: $1,000,000. Regista: Austin Vesely.

Recensione | Slice di Austin Vesely

di William Maga

Chance the Rapper e Zazie Beetz sono i protagonisti di un'ambiziosa quanto pasticciata satira sociale travestita da slasher comedy

Fin dal momento del suo annuncio, Slice ha destato un certo clamore – specie negli Stati Uniti – grazie al coinvolgimento nel progetto di Chance the Rapper e di Zazie Beetz (Deadpool 2), la cui popolarità è sicuramente in aumento. Purtroppo, il film scritto e diretto dal regista di videoclip Austin Vesely in definitiva non risulta molto più di un affascinante caos disordinato, con una colonna sonora (che ricorda molto quella di Stranger Things …), alcuni effetti speciali e un’atmosfera generale che lo rendono l’ennesimo prodotto nostalgico degli anni ’80. Tuttavia, da qualunque lato lo si voglia guardare, non si riesce mai a capire bene quale sia l’obiettivo principale che cerca di raggiungere. Fatta questa importante premessa, non è affatto privo di interesse, specie se lo si legge in filigrana e lo si analizza come metafora dell’America dei giorni nostri.

La vicenda ruota attorno al Perfect Pizza Base, un piccolo fast food costruito sul terreno di un vecchio manicomio nella cittadina di Kingfisher, il cui seminterrato nasconde per una fortuita coincidenza il portale dell’Inferno. Il paese è però anche dimora di fantasmi, lupi mannari e altre spaventose creature della notte. I cittadini normali non riescono ad andare d’accordo con gli spettri, quindi i morti sono segregati nel quartiere di Ghost Town. Tuttavia, quando alcuni dei fattorini della pizzeria cominciano a morire ammazzati, i trapassati cominciano ad essere accusati dei delitti, anche se la situazione è molto più complessa di quello che qualcuno vorrebbe far credere.

Come detto, Slice riesce a esprimere piuttosto bene la sua identità di commedia horror incentrata su rilvevanti questioni sociali. Non cerca certo di scrivere un trattato sulle relazioni razziali, anche se questo aspetto è difficile da ignorare se lo si osserva bene. Dalle streghe bianche che mascherano la loro malvagità con l’impegno sociale fino a una comunità costituita da gruppi ‘etnici’ diversi che imparano a coesistere e forse persino a lavorare insieme, il film non smette mai di usare cliché del cinema horror e personaggi di genere classici – fattucchiere, fantasmi, licantropi – per sottolineare quanto sia divisa la società del giorno d’oggi, non diversamente da quanto ha fatto Bright di David Ayer lo scorso anno. Austin Vesely tocca temi relativi all’urbanistica e alla modernizzazione. Sentiamo parlare di ‘abbellimento di Kingfisher’ in relazione al rinnovamento urbano della cittadina. Questo sfocia in una delle principali sottotrame, quella relativa ai problemi di gentrificazione e dei vecchi cimiteri che vengono spianati per far posto ai centri commerciali. Un gruppo chiamato Justice 40.000 protesta per lo sviluppo di queste aree e mette in guardia contro il “male maggiore, che è il capitalismo”. Il gruppo si preoccupa per la cancellazione del passato, ulteriore suggestione della moderna incapacità di riconciliare passato e presente sottoscrivendo l’idea capitalista di ‘distruzione creativa’. C’è anche il problema vissuto in molte città – anche qui in Italia – del ‘rapporto tra vivi e morti’, che ovviamente rispecchia le difficili relazioni razziali tra i bianchi e le persone di colore o comunque straniere. Un poliziotto a un certo punto dice: ‘Dio, odio i lupi mannari … feccia della Terra’, quindi racconta di un accidentale scontro fatale tra veicoli in cui suo padre è stato ucciso proprio da un licantropo. Si potrebbero facilmente sostituire i lupi mannari con un gruppo razziale non bianco e questo intero monologo si adatterebbe perfettamente a situazioni alquanto familiari, specie negli Stati Uniti. Satira al tempo stesso divertente e dolorosamente veritiera, che fa un po’ fatica a uscire chiara immersa in questo pastiche che è Slice. Oltre al poliziotto che odia i lupi mannari, il protagonista Dax Lycander (Chance the Rapper) deve fare i conti con il costante stereotipo di essere bollato come un lupo mannaro (e ricordiamo che è nero …). Tutti quelli che incontra sono convinti che sia un violento e viene automaticamente collegato ai crimini che accadono in città. Ripete che ‘non è quel tipo di licantropo’, ma nessuno sembra ascoltarlo.

Slice in ogni caso dà il suo meglio quando sdrammatizza i problemi contemporanei, come la già citata gentrificazione. Austin Vesely utilizza poi intelligentemente l’uso della parola Halcyon, che denota un periodo di tempo considerato in passato idillicamente felice e pacifico. Ancora una volta, si ritorna ai temi razziali. Halcyon è infatti la parola perfetta per indicare la modalità con cui i bianchi – almeno quelli razzisti o xenofobi – guardano ai bei tempi andati e vi vedono un’età perfetta, mentre le persone di colore (soprattutto i neri d’America), ne hanno una visione decisamente opposta. L’ex ospedale psichiatrico al cui posto sorge oggi il Perfect Pizza Base era non a caso chiamato Halcyon Days Asylum e diverse istituzioni / edifici sparsi per Kingfisher portano lo stesso nome. Con questa gentrificazione dei vecchi spazi, il termine Halcyon finisce per collegare specificamente tutte le cose a un senso di ‘bianchezza’, in particolare una volta che la verità sul Justice 40.000 viene a galla. Le donne che fanno parte del movimento vengono alla fine smascherate, rivelandosi potenti streghe. E, non a caso, tutte le componenti del gruppo sono caucasiche. L’ironia riversata su questi personaggi è evidente nel modo in cui da un lato combattono contro il capitalismo e la gentrificazione, ma contemporaneamente incolpano i fantasmi / ‘gli altri’ per i crimini violenti di Kingfisher. Rappresentano la faccia peggiore del femminismo bianco, incarnato dall’essere vere streghe piuttosto che donne normali accusate ingiustamente di stregoneria. Austin Vesely utilizza le fattucchiere per satirizzare i tipici liberali bianchi che potrebbero essere a favore di alcune “buone” cause ma che allo stesso tempo remano contro altri progetti importanti (ad esempio, che si preoccupa per i quartieri gentrificati ma perpetua atteggiamenti razzisti verso chi vive in quegli stessi luoghi). Questa lettura è sicuramente uno degli aspetti più interessanti e attuali della sceneggiatura.

Alla fine, Kingfisher, come comunità, trova le forze per superare diffidenze e divisioni reciproche e respingere la minaccia delle streghe e il loro nefasto programma. Un messaggio semplice, che in definitiva è però un messaggio di grande speranza per l’umanità.

Come anticipato, Slice potrebbe non essere quindi quello che i fan del genere si aspetterebbero. Nel peggiore dei casi, è un film sconclusionato, con molti buchi (la chiusura della porta dell’Inferno su tutti) e sottotrame aperte e mai chiuse (lo spacciatore su tutte), che mescola a caso nostalgia per gli anni ’80, elementi comici che non fanno troppo ridere e slasher senza eccessi gore. Nel migliore dei casi è un’ambiziosa satira sociale rivolta a un pubblico che sa leggere – molto – tra le righe. Da qualche parte nel mezzo a questi due estremi, rientra infine nella categoria degli horror tecnicamente ben realizzati ma presto dimenticati. Sta allo spettatore stabilire a quale livello leggerlo.

In attesa di capire quando potremo vederlo, di seguito trovate il trailer originale di Slice:

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