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7/10 su 2118 voti. Titolo originale: Melancholia , uscita: 26-05-2011. Budget: $7,400,000. Regista: Lars von Trier.

Recensione story | Melancholia di Lars von Trier

28/05/2020 recensione film di William Maga

Nel 2011, Kirsten Dunst e Alexander Skarsgård era i protagonisti di un disaster movie esistenzialista, intriso di tristezza e ambiguità

melancholia film 2011

Niente in Melancholia può eguagliare l’esperienza abbagliante della sua sequenza di apertura. In pochi minuti, Lars von Trier unisce lo splendore visivo della fantascienza espressionista al look raffinato di un morboso spot pubblicitario di moda. È anche una pratica ‘guida’ all’evento inquietante che conclude il film e che incombe su tutto fin a quel decisivo momento, vale a dire la fine del mondo. Rivisitando i toni cupi del suo precedente lavoro, Antichirst del 2009 – che iniziava con un prologo similmente iper-stilizzato – il regista danese nel 2011 costruiva una ipnotizzante rielaborazione dei suoi temi preferiti, elevandoli magistralmente su scala epica, orchestrando un disaster movie esistenzialista.

Melancholia.jpgNella prima inquadratura, una frastornata Kirsten Dunst guarda in lontananza mentre uccelli morti piovono lentamente dietro di lei dal cielo. Segue una serie di mini-scene: si precipita attraverso la foresta in slo-mo, il suo abito da sposa intrappolato tra le erbacce. Stacco nello spazio, dove un pianeta gigantesco si sta gradualmente avvicinando alla Terra. Di nuovo sulla superficie del nostro pianeta, un cavallo cade silenziosamente a terra mentre il preludio di Richard Wagner al Tristano e Isotta raggiunge il suo frenetico crescendo nella colonna sonora. La bionda protagonista alza le braccia per invitare e accogliere il destino in arrivo, che presto giungerà. Con l’arco narrativo saldamente stabilito, Melancholia inizia come una sorta di estesa elaborazione. Il mondo finirà davvero, ma Lars von Trier sceglie di addentrarsi più nella complessa gamma di reazioni a quel destino finale che nella sua inevitabilità.

Probabilmente la più grande espressione dell’editto vontrieriano del “basta lieti fine”, Melancholia è estremamente lirico, animato da una sensibilità cosmica e reso magnificamente su una scala intima. Al di là dei suoi minuti di apertura e chiusura, il fascino del film deriva principalmente dalle performance raffinate, ognuna delle quali contribuisce a sviluppare il senso di terrore crescente.

Kirsten Dunst interpreta Justine, una giovane dirigente pubblicitario emergente recentemente sposatasi con Michael (Alexander Skarsgård), figlio del suo losco capo (Stellan Skarsgård). La coppia arriva a una festa organizzata da sua sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) e dal fratellastro John (Kiefer Sutherland) all’interno della loro sontuosa dimora, dove il resto della famiglia li attende. L’alcol e l’allegria alla fine lasciano il posto a dialoghi sempre più imbarazzanti, a cominciare da una dura ‘prognosi’ sul matrimonio pronunciata dalla logora madre dei fratelli (Charlotte Rampling): “Goditela finché dura”. Tale sibillino augurio racchiude la più ampia affermazione da parte di Lars von Trier secondo cui tutte le cose buone finiscono, e Justine presto si ritrova a incarnare personalmente tale desolante visione.

Man mano che la ragazza si mostra sempre più disinteressata ai festeggiamenti, la prima metà di Melancholia (intitolata proprio “Justine”) suona come la versione alla Lars von Trier di Rachel sta per sposarsi del 2008, un altro dramma familiare che ruota attorno a un elemento che spegne il buonumore delle celebrazioni in atto. Lars von Trier, tuttavia, evita accuratamente anche il minimo accenno di sentimentalismo. Justine alla fine diventa una bestia ribelle, che sfida le convenzioni sociali e rifiuta le richieste di tutti coloro che la circondano. La sezione si conclude con un’apocalisse sociale per bilanciare quella concreta che seguirà.

Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg e Alexander Skarsgård in Melancholia (2011)Nella seconda metà di Melancholia (intitolata “Claire”), Justine ha completato la sua transizione in una psicotica profetessa del fato, e finisce per entrare in collisione con Claire, John e il loro inquisitorio figlioletto in uno stato mentalmente inquieto. Nel frattempo, un enorme pianeta blu si rivela all’occhio, sbucando dal suo nascondiglio dietro al Sole e inizia a diventare più grande nel cielo. John, un astronomo dilettante, assicura a sua moglie che il pianeta – chiamato “Melancholia”, come se il simbolismo non fosse già abbastanza chiaro, li oltrepasserà. Ma la donna afferma freddamente il contrario, avendo già fatto pace con il proprio destino.

Virando verso l’inevitabile distruzione, la trama mantiene una calma inquietante. I quattro personaggi principali si preparano per il loro destino solitario. Una lunga sequenza in cui il pianeta ‘prosciuga’ una parte dell’atmosfera terrestre costringendo i suoi abitanti a iperventilare per respirare, potrebbe essere letta come un attacco di panico prolungato, di cui Lars von Trier ha affermato di soffrire spesso. Melancholia evita le tattiche di shock visivo sperimentate in Antichrist, forse perché il regista mette qui a nudo la sua fragilità psicologica. Pur non essendo un film arrabbiato, la sua pesante tristezza di fondo contiene al suo interno un nucleo furioso. Parla di una potente forma di terapia.

La premessa di base di Melancholia presenta una marcata somiglianza col coevo Another Earth di Mike Cahill, che mostrava un pianeta ‘duplicato’ che appare improvvisamente accanto al nostro. Tuttavia, mentre quel film emanava un’atmosfera ottimista sulle prospettive di scoprire una nuova vita, l’immensa roccia dalla spazio profondo di Melancholia non assume mai un’identità, se non come oggetto dalla bellezza ultraterrena portatore di insormontabile rovina. “La vita è solo sulla Terra”, dice Justine, “e non per molto ancora”.

Le due sorelle rappresentano chiaramente il doppio modo di reagire ad eventi caotici: la paura assoluta (Claire) e la riverenza spirituale (Justine). La prospettiva di Lars von Trier si muove da qualche parte tra questi due opposti atteggiamenti, perché Melancholia si crogiola nell’ambiguità, ma con sconcertanti abilità estetiche.

Di seguito trovate la scena finale di Melancholia:

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