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Voto: 4/10 Titolo originale: Return to Silent Hill , uscita: 21-01-2026. Regista: Christophe Gans.

Return to Silent Hill: la recensione del film di Christophe Gans

22/01/2026 recensione film di William Maga

Un adattamento visivamente povero e narrativamente confuso che tradisce la profondità psicologica di Silent Hill 2 senza funzionare davvero nemmeno come lungometraggio autonomo

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Parlare di Return to Silent Hill significa inevitabilmente confrontarsi con l’ombra lunga di Silent Hill 2, uno dei racconti più complessi e dolorosi mai apparsi nel linguaggio videoludico. La storia, nel gioco, è solo in apparenza lineare: James Sunderland riceve una lettera dalla moglie Mary, morta anni prima, e torna nella cittadina avvolta dalla nebbia. In realtà è un viaggio nella colpa, nel desiderio rimosso, nell’autopunizione. Ogni mostro, ogni ambiente, ogni incontro riflette una frattura interiore. È un horror psicologico che vive di silenzi, attese, ambiguità morali. Trasportare tutto questo al cinema era una sfida enorme.

Christophe Gans, che già nel 2006 aveva firmato il lodevole Silent Hill, sceglie di tornarci dopo vent’anni. Il risultato, però, dimostra quanto sia facile smarrire l’anima di un’opera pur replicandone le superfici.

Nel film, James – interpretato da Jeremy Irvine (Mamma Mia! Ci risiamo) – non è più l’uomo ordinario e opaco del gioco, ma un artista tormentato, alcolizzato, costantemente spiegato allo spettatore. La sua sofferenza non emerge dalle azioni o dagli sguardi, bensì da dialoghi e flashback insistiti che soffocano il mistero. Mary, incarnata da Hannah Emily Anderson (Saw: Legacy), viene ulteriormente caricata di significati: non solo moglie perduta e proiezione del senso di colpa, ma perno di una mitologia legata a un culto religioso che nel gioco era volutamente marginale.

Questa scelta narrativa semplifica ciò che era disturbante proprio perché indefinito. L’orrore non nasce più dall’interno di James, ma da un sistema esterno che cerca continuamente di giustificare simboli e immagini.

Emblematico è l’uso di Pyramid Head. Nel videogioco, la sua prima apparizione è un momento di pura tensione: immobile, distante, inevitabile. Nel film diventa invece una presenza rumorosa, annunciata da montaggio frenetico e musica martellante. È la differenza tra suggerire e imporre. Gans conosce sicuramente l’iconografia di Silent Hill, ma sembra incapace di tradurne il ritmo interiore. Il risultato è un horror che urla quando dovrebbe sussurrare.

return to silent hill film 2026Anche i personaggi secondari, fondamentali nel gioco perché specchi deformanti del protagonista, qui appaiono come comparse. Angela ed Eddie entrano ed escono dalla narrazione senza un vero arco emotivo, ridotti a citazioni per chi conosce il materiale originale. Il film procede così per accumulo di luoghi e situazioni riconoscibili: l’ospedale, gli appartamenti, l’alternanza tra mondo nebbioso e infernale. Ma manca una progressione emotiva. James corre da un incubo all’altro senza che il viaggio abbia un senso di trasformazione. Al termine, resta la sensazione di aver assistito a una sequenza di immagini scollegate più che a un racconto.

Sul piano visivo, Return to Silent Hill soffre di una povertà produttiva evidente. L’uso massiccio del digitale crea una separazione innaturale tra attori e ambienti. I mostri, pur interessanti nel design, appaiono spesso plastici, privi di peso. È un contrasto netto con il primo film di Gans, che pur con tutti i suoi limiti possedeva una fotografia e una fisicità oggi assenti. L’estetica qui non avvolge, respinge.

L’unico elemento che conserva una vera continuità emotiva con il passato è la musica di Akira Yamaoka. Le sue composizioni, malinconiche e funebri, riescono ancora a evocare un dolore trattenuto, una bellezza corrotta. Ma proprio per questo risaltano come un corpo estraneo: la colonna sonora suggerisce una profondità che le immagini e la sceneggiatura non sostengono.

Il confronto con il videogioco è inevitabile, ma il film fallisce anche come opera autonoma. Chi non conosce Silent Hill 2 faticherà a orientarsi in una storia confusa, che lancia simboli senza radicarli nei personaggi. Chi invece ama il gioco non può non percepire la perdita di ciò che lo rendeva unico: l’idea che l’orrore sia una forma di autoanalisi, che la città reagisca in modo intimo e personale. Qui Silent Hill diventa un parco a tema lugubre, affascinante a tratti, ma vuoto.

Return to Silent Hill dimostra che la fedeltà iconografica – e le colte strizzate d’occhio a Lucio Fulci – non bastano. Adattare Silent Hill 2 significava accettare il silenzio, la lentezza, l’incompletezza morale. Gans sceglie invece di spiegare, di mostrare troppo, di caricare di mitologia ciò che funzionava perché restava umano e irrisolto. Ne nasce un’opera che guarda costantemente al suo modello senza comprenderlo davvero. Alla fine, la nebbia si dirada, ma non resta nulla: né paura, né compassione, né quel senso di colpa che, nel gioco, continuava a perseguitare il giocatore anche dopo i titoli di coda.

Di seguito trovate il full trailer doppiato in italiano di Return to Silent Hill, nei cinema dal 22 gennaio: