Voto: 6/10 Titolo originale: The Chronicles of Riddick , uscita: 11-06-2004. Budget: $105,000,000. Regista: David Twohy.
Recensione story: The Chronicles of Riddick di David Twohy (2004)
18/02/2026 recensione film The Chronicles of Riddick di Marco Tedesco
Un secondo capitolo ambizioso, visivamente potente e narrativamente confuso, un’epica fantascientifica imperfetta ma coraggiosa che osa più di quanto riesca davvero a controllare

Nel 2004 The Chronicles of Riddick segnava una delle svolte più spiazzanti della fantascienza contemporanea: da seguito diretto di Pitch Black si trasforma in un’opera monumentale, ambiziosa, quasi megalomane. Se il film del 2000 era un survival claustrofobico giocato su buio e creature notturne, questo capitolo diretto da David Twohy abbandona l’essenzialità per costruire un’epopea cosmica fatta di imperi religiosi, profezie e guerre interplanetarie.
La trama riprende Richard B. Riddick, ancora interpretato da Vin Diesel, braccato da cacciatori di taglie per la taglia sulla sua testa. L’incipit è dinamico, quasi western: inseguimenti tra canyon rocciosi e scontri corpo a corpo che ribadiscono il carisma animalesco del protagonista. Ma presto il racconto si espande. Riddick viene trascinato in un conflitto che coinvolge i Necromonger, fanatica armata votata alla conquista dei pianeti e alla conversione forzata delle popolazioni. A capo c’è il Lord Marshal, figura messianica che promette salvezza attraverso l’annientamento. Attorno a lui orbitano il generale Vaako (Karl Urban), e la sua ambiziosa consorte, a cui presta volto Thandiwe Newton. Judi Dench compare in veste quasi eterea, guida spirituale che introduce la mitologia dell’“Altroverso”.
Il film procede per accumulo: invasioni spettacolari, tradimenti di corte, fughe da prigioni sotterranee come quella di Crematoria, pianeta dove il giorno incenerisce e la notte congela. La sequenza in cui i detenuti tentano di correre più veloci dell’alba è uno dei momenti più riusciti, esempio di come Twohy sappia fondere immaginazione visiva e tensione fisica. Qui la fantascienza torna a essere avventura pura.
Il problema, semmai, risiede nell’equilibrio. L’espansione dell’universo narrativo comporta una quantità di esposizione verbale che appesantisce il ritmo. Monologhi solenni e dialoghi enfatici cercano di dare spessore teologico al conflitto, ma spesso risultano artificiosi. Vin Diesel, attore efficace quando lavora per sottrazione, viene caricato di troppe battute e di una centralità che ne diluisce il magnetismo. In Pitch Black era una presenza minacciosa, quasi silenziosa; qui deve farsi profeta riluttante, eroe designato, simbolo di una razza sterminata. Il risultato è una tensione irrisolta tra il fuorilegge individualista e il prescelto cosmico.
Eppure proprio questa sproporzione costituisce il fascino del film. The Chronicles of Riddick è un’opera che osa, che rifiuta la replica rassicurante del capitolo precedente. In un panorama spesso dominato da seguiti fotocopia, Twohy tenta la via della trasformazione radicale. L’estetica è opulenta: astronavi dalle forme gotiche, armature che sembrano statue funerarie, colori saturi che richiamano il fumetto e il serial d’avventura. La costruzione scenografica, ancora in larga parte fisica, conferisce consistenza a un mondo che non appare interamente digitale. Come accadeva nel cinema fantastico classico, l’ambiente diventa protagonista.
Il confronto con altre saghe fantascientifiche evidenzia pregi e limiti. Dove molte produzioni si affidano a strutture narrative lineari e personaggi rassicuranti, Riddick sceglie un antieroe ambiguo, un assassino che salva il mondo senza mai diventare davvero virtuoso. È una scelta che rompe con l’idea del protagonista moralmente limpido, ma che resta a metà strada: il film proclama la sua oscurità, ma evita di spingersi fino in fondo nella violenza e nell’ambiguità morale. Un po’ come certe riletture moderne dell’horror che evocano il sangue senza avere reale coraggio crudo.
Sul piano tematico, l’idea di un impero religioso che conquista in nome della fede introduce una dimensione politica evidente. I Necromonger, con le loro flotte monumentali e il culto della morte, incarnano un totalitarismo spirituale che trova eco nelle inquietudini contemporanee. Riddick, individuo refrattario a ogni appartenenza, diventa l’elemento anarchico che destabilizza l’ordine imposto. Non è un eroe classico, ma un corpo estraneo che sopravvive adattandosi. La sua forza non risiede nella purezza, bensì nella capacità di resistere.
In definitiva, The Chronicles of Riddick è un’opera imperfetta ma irriducibile. La sua ambizione supera talvolta la coerenza, la scrittura inciampa in dialoghi enfatici, ma l’insieme possiede un’energia che manca a molte opere più prudenti. È un tentativo di trasformare un thriller fantascientifico minimale in una saga epica, rischiando il ridicolo pur di non restare immobile. E in un’epoca di produzioni seriali e formule replicate, questo slancio – anche quando eccede – rappresentava un valore (non ripagato al box office …). Non tutto funziona, ma la volontà di costruire un universo personale, di allargare i confini invece di restringerli, rende questo capitolo un oggetto anomalo e, proprio per questo, degno di essere rivalutato.
Di seguito trovate una scena di The Chronicles of Riddick:
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