Netflix vorrebbe ridurre a 17 giorni l’uscita in sala dei film Warner Bros.
07/01/2026 news di Stella Delmattino
Allarme per il futuro del cinema

Secondo indiscrezioni sempre più insistenti, Netflix starebbe puntando a ridurre drasticamente la finestra di esclusiva cinematografica dei film Warner Bros. a soli 17 giorni prima dell’arrivo sulla piattaforma. Una mossa che, se confermata, rischia di avere conseguenze profonde sull’intero ecosistema delle sale.
Le fonti riportate da Deadline parlano di una strategia precisa: in caso di acquisizione di Warner Bros., il colosso dello streaming vorrebbe applicare ai titoli WB una finestra in linea con il proprio standard, ben lontana dai 45 giorni che gli esercenti considerano il minimo indispensabile per garantire la sostenibilità economica delle uscite in sala. Non a caso, AMC Theatres sta cercando di difendere proprio questa soglia, considerandola un equilibrio accettabile tra cinema tradizionale e streaming.
Negli ultimi mesi AMC ha persino tentato di ricucire i rapporti con Netflix, ospitando eventi speciali come le proiezioni di KPop Demon Hunters e il finale di Stranger Things. Proprio quest’ultimo, secondo comunicazioni ufficiali, avrebbe attirato oltre 750.000 spettatori nei cinema AMC in un solo weekend. Un successo di pubblico che dimostra come l’esperienza in sala resti attrattiva anche per prodotti nati per lo streaming. Tuttavia, gran parte degli incassi sarebbe derivata dalle concessioni, non dai biglietti, a causa di particolari accordi contrattuali legati ai compensi del cast.
Il timore, condiviso da molti addetti ai lavori, è che una finestra di 17 giorni finisca per svuotare di senso la distribuzione cinematografica, trasformando le sale in semplici vetrine promozionali per lo streaming. Non è un segreto che Netflix abbia sempre avuto un rapporto problematico con il cinema tradizionale. In passato, il co-CEO Ted Sarandos ha definito l’uscita in sala un’idea “superata” e ha più volte sottolineato come la piattaforma, a suo dire, stia “salvando Hollywood”.
Dichiarazioni che contrastano con le rassicurazioni ufficiali rilasciate dopo le voci sull’acquisizione di Warner Bros., quando Sarandos ha parlato di un impegno “totale” verso l’uscita in sala con finestre standard di settore. Ma qui sta il nodo: lo standard di settore non è 17 giorni. Una simile tempistica è perfettamente in linea con la filosofia Netflix, ma completamente fuori scala per l’industria cinematografica tradizionale.
Il rischio è quello di ripetere, in versione moderna, ciò che accadde alle videoteche travolte dall’avvento dello streaming. Un cambiamento rapido, brutale, che non lascia spazio a un vero adattamento. E la preoccupazione non è solo economica, ma culturale. Il cinema, come esperienza collettiva, potrebbe essere ulteriormente marginalizzato in favore di una fruizione domestica sempre più isolata.
Non a caso, torna alla mente una celebre riflessione di David Lynch, che ha sempre difeso la visione in sala come parte integrante dell’opera cinematografica. Secondo il regista, guardare un film su uno schermo minuscolo equivale a perdere gran parte della sua forza, della sua potenza sensoriale e del suo impatto emotivo. Un’idea condivisa da molti cineasti, per i quali il grande schermo non è un optional, ma una componente essenziale del linguaggio cinematografico.
Se Netflix dovesse davvero imporre una finestra di 17 giorni per i film Warner Bros., ci troveremmo davanti a un punto di svolta storico. Non solo per il destino delle sale, ma per il modo stesso in cui il pubblico percepisce il cinema: non più come evento, ma come semplice contenuto da consumare rapidamente.
La partita è ancora aperta, ma il segnale è chiaro. La tensione tra streaming e sale non è mai stata così alta, e il futuro della distribuzione cinematografica potrebbe essere deciso molto prima di quanto immaginiamo. In gioco non c’è solo un modello di business, ma l’idea stessa di cosa significhi “andare al cinema” nel XXI secolo.
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