Voto: 5/10 Titolo originale: Bad Boys: Ride or Die , uscita: 05-06-2024. Budget: $100,000,000. Regista: Bilall Fallah.
Bad Boys: Ride or Die, la recensione del quarto film, sempre diretto da Adil El Arbi e Bilall Fallah
13/06/2024 recensione film Bad Boys: Ride or Die di William Maga
Will Smith e Martin Lawrence sono al centro di un'opera svogliata, che perde di vista i suoi protagonisti e replica dinamiche già viste, che la regia dinamica non basta a salvare

Si dice che non si possono insegnare ai cani anziani nuovi trucchi. O, nel caso di Mike Lowrey (Will Smith) e Marcus Burnett (Martin Lawrence), dare a Bad Boys nuove idee.
Per quanto assurdo sia il franchise iniziato nel 1995, adrenalinico e ambientato a Miami, nessuno avrebbe potuto prevedere che Bad Boys for Life, il terzo capitolo, sarebbe diventato il film di maggior incasso del 2020 negli Stati Uniti. E come per ogni successo in casa Sony Pictures, il film è stato premiato con un sequel ‘su commissione’.
Con un intervallo di tempo più breve tra una puntata e l’altra rispetto al secondo e al terzo film, Bad Boys: Ride or Die, risuona inevitabilmente poco curato e affrettato. Purtroppo, nemmeno il dinamismo comico delle sue due star e la visione stilizzata dei registi Adil El Arbi e Bilall Fallah riescono a superare la debolezza della scrittura.
I detective Mike Lowrey e Marcus Burnett devono affrontare la loro operazione più cruciale. Lowrey è finalmente andato in terapia… e ha sposato la sua terapeuta, Christine (Melanie Liburd). Al loro matrimonio, Burnett, che è diventato sconsiderato nelle sue scelte alimentari, viene colpito da un infarto. Lowrey deve affrontare problemi di salute e attacchi di panico legati al fatto di aver assistito alla morte del capitano Conrad Howard (Joe Pantoliano) per mano di suo figlio Armando (Jacob Scipio).
Mentre Marcus ignora la sua esperienza traumatica con manie di invincibilità e Mike mette da parte le sue emozioni, i due vengono a sapere che il defunto capitano Howard è accusato postumo di far parte della mafia rumena. Attraverso un video, i Bad Boys apprendono che la corruzione proviene dall’interno della polizia di Miami. Mentre indagano sul caso, cercando di ripulire il nome di Howard, vengono fatti passare per latitanti. Ora i ragazzi devono lavorare al di fuori della legge, facendo squadra con Armando, mentre sono braccati dai gangster e dai federali.
Will Smith e Martin Lawrence sono il collante che tiene insieme il franchise di Bad Boys. La regia di Michael Bay ne ha inizialmente plasmato l’identità, ma dal 1995 è stata la chimica nascente di Burnett e Lowrey a rendere questi film così dannatamente divertenti.
I fan ne chiedevano a gran voce altri ogni pochi anni, in particolare durante il salto di quasi 20 anni da Bad Boys II del 2003 a Bad Boys for Life. Nel lontano 1995, Lowrey e Burnett erano a pari merito con Buzz e Woody di Toy Story come miglior duo comico in circolazione.
E per fortuna, gli attempati Will Smith e Martin Lawrence fanno ancora del loro meglio per tenere a galla Bad Boys: Ride or Die con la loro vibrante chimica (valorizzata dalla visione in lingua originale ovviamente). Nonostante la loro routine si faccia assai faticosa da reggere a causa di un modestissimo umorismo da sitcom e del calo del QI dei personaggi, il cameratismo delle due star è ancora abbastanza solido da non farci uscire dal cinema prima dei titoli di coda.
Adil El Arbi e Bilall Fallah, già dietro alla mdp per Bad Boys for Life, , si accollano il lavoro pesante per elevare il ‘fattore brivido’ di Ride or Die. Se nel precedente film si erano ‘controllati’, bloccati dall’ombra di Michael Bay, ora si sono liberati del guinzaglio di riverenza. Esercitano così tutto il loro estro sperimentale, influenzato dai videogiochi sparatutto, al massimo del suo potenziale. A neanche dieci minuti dall’inizio del film, i due filmmaker sono già in grado di utilizzare oggetti come orologi o telefonini per le inquadrature POV.
Quando le pistole vengono estratte e si ricorre ai droni, il duo di registi raddoppia addirittura le proprie capacità, offrendo alcune sequenze d’azione brillanti, facendo in modo che si sentisse ogni centimetro del sanguinario caos dello sparatutto, sia per l’intensità che per l’effetto comico.
Bad Boys: Ride or Die è però afflitto da una vasta gamma di personaggi minori, come se li stessero preparando per una potenziale serie spin-off simile a quella di L.A.’s Finest con Gabrielle Union, che ebbe vita breve. Detto questo, tutti quanti hanno il loro momento di cazzutaggine, esaltato dalla meticolosa maestria di Adil El Arbi e Bilall Fallah.
Persino una sequenza che coinvolge due personaggi secondari che lottano dentro un ascensore è così ipnotica da risultare la meno scontata del film. Viene quindi da pensare al loro film su Batgirl cancellato senza scampo.
Fa sorridere quando un sequel viene venduto come un’opera completa e corposa, ma si sviluppa come uno straight-to-streaming. Nonostante i pregi registici, Bad Boys: Ride or Die è infatti scritto malissimo. For Life aveva dato l’impressione che il franchise fosse maturato emotivamente insieme ai suoi attori e al pubblico, pur conservando la sua identità bizzarra.
Ora, questa passione è sparita, perché la sceneggiatura di Chris Bremner e Will Beall non riesce a fare nulla di minimamente interessante con Mike e Marcus.
Nonostante il nuovo concetto, Ride or Die ripropone molti dei punti e delle battute di For Life, dalla corsa del duo verso un evento importante della vita nell’incipit all’esperienza di ‘quasi morte’ di uno di loro nel momento culminante, in cui un aereo si schianta sul campo di battaglia interrompendo la sparatoria. In compenso, vengono inseriti altri personaggi disgraziati e l’azione sale alle stelle, mentre si perde di vista l’attenzione per Marcus e Mike.
A conti fatti, Bad Boys è più integerrimo che stupido rispetto a film come Fast & Furious perché, beh, quando viene mostrata la morte, l’atmosfera è effettivamente intensa. O meglio, lo era, perché Bad Boys: Ride or Die vede i protagonisti indossare un’armatura più spessa di quella del maniaco di uno slasher che poi si rivela essere solo “un tizio qualsiasi”.
Uno ha avuto un infarto e l’altro ha avuto attacchi di panico. L’ultima cosa a cui volete farmi pensare è la loro salute durante tutte queste scene ad altissimo tasso di adrenalina …
Per citare ancora Toy Story, Marcus subisce lo stesso destino di Buzz Lightyear nel quarto capitolo di quel franchise animato. Il bolso Marcus è totalmente distaccato dalla realtà, pensando di essere invincibile dopo l’attacco di cuore a cui è sopravvissuto, e gli sceneggiatori ne fanno l’unica gag continua che diventa velocemente stantia e alla fine pure fastidiosa.
Ogni volta che Martin Lawrence mette in scena un generico momento comico con Will Smith, arrivano potenti i flashback di Big Mama. Derubano Lawrence della sua umanità al punto da sfiorare l’assassinio del personaggio. E oltre a operare sulla base di una pura e semplice illusione, spesso si esclude qualsiasi potenziale di emozione genuina, soprattutto quando Armando (Jacob Scipio) e Mike sono costretti a lavorare insieme.
Insomma, metà copia e incolla, metà prodotto per la visione casalinga, Bad Boys: Ride or Die è caratterizzato da scelte stravaganti per i personaggi, solo vagamente risollevate dall’ambiziosa ed elegante regia di Arbi e Fallah e dal mestiere dei due protagonisti.
Di seguito seguito trovate – sulle note dello storico main theme – il trailer italiano di Bad Boys: Ride or Die, nei nostri cinema dal 13 giugno:
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