Siamo giunti alla fine dell'edizione 2019, quindi non ci resta che tirare le somme
Gli ultimi fuochi sono stati all’insegna della dottrina Nanni Moretti: “Mi si nota di più se non vengo o se vengo e me ne sto in disparte?”. Franco Maresco, regista di La mafia non è più quella di una volta, ha scelto la prima via e non ha accompagnato il proprio film al Lido, comportando così l’annullamento della conferenza stampa ad esso dedicata. Johnny Depp, spalla di Mark Rylance in Waiting for Barbarians ma divo numero uno, ha scelto invece la seconda, negandosi a qualsivoglia intervista per la stampa scritta e concedendosi alle TV soltanto per interviste in coabitazione con il regista del film Ciro Guerra. Da sottolineare però la sua grande signorilità: il nubifragio e la bufera avevano indotto l’organizzazione a restringere lo spazio del tappeto rosso del suo film al solo tratto interno al Palazzo del Cinema, lontano cioè dalla maggior parte dei fan. Johnny Depp ha trasgredito a questa disposizione e, noncurante della pioggia violenta, è uscito a dedicarsi a tutti loro per foto e autografi, e sarebbe andato avanti ancora se non l’avessero quasi portato via a forza quelli del suo entourage perché stava incominciando il film.
Giunti ormai al momento delle premiazioni, tra il serio e il faceto ci dedichiamo ai nostri pronostici, preceduti da un riassunto in poche righe dei film del concorso a cui abbiamo assistito (con annesso voto, sempre assegnato tra il serio e i faceto).
Ema (la recensione completa): Anche nel calcio c’è il regista: il più bravo è quello che fa girare la squadra, non quello che fa la foca a centrocampo. Al cinema è uguale, ma pare che Pablo Larraìn non se ne sia avveduto: i suoi continui virtuosismi di camera non fanno che rendere ancor più insopportabile questo guazzabuglio di volgarità e musica reggaeton martellante e spaccatimpani. Voto: 2
Gloria mundi: In genere i francesi portano sempre a casa la pagnotta, anche quando il film, come in questo caso, non è niente di speciale. Ennesimo esempio di cinema d’impegno civile sulle ingiustizie e i disagi provocati dalla disoccupazione, né meglio né peggio di tanti altri. Quindi si becca un non-voto: 6
Guest of Honour: Passo indietro di Atom Egoyan rispetto al precedente Remember. Come quello, anche questo è un film sulla memoria, ma pieno di complessi, rancori, sensi di colpa che nemmeno sul finale possono dirsi davvero risolti dal punto di vista narrativo. Voto: 4/5
J’accuse: premi o non premi, è IL film di questa edizione. Il pubblico lo ha amato; la stampa italiana, considerata quella di ogni possibile connotazione politica e morale, gli ha tributato una media di quattro stellette e mezzo su cinque, cosa vista ben di rado in tanti anni di festival; la stampa straniera pure lo ha apprezzato molto. Sin dalla primissima scena si può cogliere il grande senso della Storia e della storia nonché la grande ricostruzione documentale, scenografica e di costumi. Ben recitato da tutti gli attori, capaci di un passo indietro rispetto alla gloria personale per mettersi al servizio della vicenda. Un atto d’accusa contro il potere, contro la stampa asservita, contro la magistratura che non compie il proprio dovere. C’è anche un po’ di Italia perché uno dei produttori è Luca Barbareschi (presente anche in una particina), amico di vecchia data di Roman Polanski. Voto: 8,5
The Laundromat (la recensione completa): Maneggia la vicenda dei Panama Papers senza trovare uno stile: non fa abbastanza indignare per essere un film di denuncia, non diverte abbastanza per essere una satira. Anche perché l’umorismo di Steven Soderbergh necessita di una faccia da schiaffi come quella di George Clooney, non di quella da maestrina di Meryl Streep. Voto: 5
Marriage Story / Storia di un matrimonio: Francamente non capiamo l’esaltazione collettiva per questo film, soprattutto da parte della stampa estera che l’ha insignito del titolo di migliore del festival quanto a voto medio (quattro su cinque). Per noi è Kramer contro Kramer quarant’anni dopo, ma più lungo e tedioso, senza la forza rivoluzionaria del tema e con attori meno bravi (Scarlett Johansson e Adam Driver contro Meryl Streep e Dustin Hoffman). Voto: 5
Martin Eden: Pietro Marcello stravolge l’ambientazione originale di Jack London portando il racconto in una Napoli non ben specificata nell’epoca, ma senza fargli perdere il senso della vicenda. Molto buona la prima parte sul desiderio di riscatto sociale e culturale di un rozzo marinaio, più debole la seconda, che si concentra su dottrine politiche impossibili da trattare a dovere nel tempo ristretto di mezzo film senza frastornare lo spettatore. La prestazione di Luca Marinelli flette di conseguenza, ma è comunque di valore. Un buon esperimento. Voto: 6/7
La verité / La verità (la recensione completa): Gran bel film, sia per scrittura che per interpretazione, sul rapporto tra una diva e la sua vita privata. Il giapponese Kore-eda Hirokazu, al suo primo film occidentale, racconta i francesi come l’avrebbero saputo fare solo loro stessi. Un risultato notevole. Strepitosa Catherine Deneuve che, nella parte quasi di sé stessa, riesce persino a prendersi in giro. Voto: 7,5
Waiting for the barbarians: Da un soggetto del Premio Nobel John Coetzee una storia senza tempo sul contrasto tra i civili e i barbari, con la difficoltà di capire chi sia chi. Dargli una lettura politica indebolirebbe un film la cui forza sono le attese buzzatiane e i duetti tra l’ottimo Mark Rylance e la spalla di lusso Johnny Depp. Da circoletto rosso il poco conosciuto regista colombiano Ciro Guerra, già autore del notevole Oro verde – C’era una volta in Colombia, che non ha nemmeno quarant’anni e sembra non sbagliare un film. Voto: 6/7
Saturday fiction: Farraginosa storia di spionaggio girata in un suggestivo bianco e nero che racconta il contrasto tra Cina e Giappone nel 1941 e tra verità e finzione teatrale. Cambia stile all’improvviso, passando dal noir classico al film d’azione, come un western che fosse diretto nel primo tempo da John Ford e nel secondo da Sergio Corbucci. Gong Li, che doveva essere il valore aggiunto, appare invece sottotono e monocorde. Voto: 5/6
About Endlessness: Questa spiritosa riflessione sulla solitudine e sul disagio esistenziale pare la continuazione del precedente film del regista Roy Andersson, Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza, col quale vinse il Leone d’Oro nel 2014: identico stile di scenette slegate e statiche, ma un po’ meno divertente. Già visto. Voto: 5
Se il Concorso premiasse veramente con il Leone d’Oro il miglior film, ad opinione di tutti gli addetti ai lavori, i giornalisti e il semplice pubblico, dovrebbe vincere J’accuse di Roman Polanski. Con le sue dichiarazioni in proposito, rilasciate il primo giorno (“Non applaudirò il film di Polanski perché non separo l’artista dall’uomo”) la Presidente di Giuria Lucrecia Martel si è messa da sola con le spalle al muro ed ora non potrà uscirne senza fare in ogni caso brutta figura: se lo premia, dimostra di rinnegare il proprio pensiero o di essere un Presidente fantoccio; se non lo premia, compie una palese stortura nel verdetto. Prevedendo una certa rigidità e un prevalere del politicamente corretto, siamo propensi a pensare che Polanski verrà lasciato a bocca asciutta e che la Giuria assegnerà premi a film poco popolari. Dunque in un pronostico secco, per i tre premi principali (Leone d’Oro e i due Leoni d’Argento assegnati con la specifica di Miglior Regia e Gran Premio della Giuria) come Leone d’Oro propendiamo per Babyteeth (del quale abbiamo riportato a parte la recensione/stroncatura) forte del fatto di essere stato diretto da una donna e di raccontare una storia di disgrazia; Pablo Larraìn per Ema come miglior regia (perpetuando la solita confusione con il concetto di “fotografia”) e Marriage Story / Storia di un matrimonio di Noah Baumbach come Premio della Giuria.
Siamo altresì convinti che anche per i premi ai due migliori attori si farà ricorso a valutazioni stravaganti scartando i due più giusti, che sarebbero Joaquin Phoenix e Catherine Deneuve, in quanto troppo scontati e già destinatari di troppi premi nella loro carriera. Considerando che l’Italia rimase completamente a bocca asciutta lo scorso anno e che gioca pur sempre in casa, la presenza di un giurato carismatico come Paolo Virzì potrebbe riuscire a farci ottenere un premio. In tal caso, il più plausibile ci sembra la Coppa Volpi a Luca Marinelli. Per la migliore attrice, dato che al peggio non c’è mai fine, temiamo un secondo premio al terribile Ema, con la consacrazione di Mariana Di Girolamo.
Riepilogo pronostici premi
Leone d’Oro: Babyteeth
Leone d’Argento Miglior Regia: Pablo Larraìn per Ema
Gran Premio della Giuria: Marriage Story
Coppa Volpi Miglior Attore: Luca Marinelli
Coppa Volpi Miglior Attrice: Mariana Di Girolamo