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6/10 su 699 voti. Titolo originale: The Black Cauldron, uscita: 24-07-1985. Budget: $25,000,000. Regista: Richard Rich.

Dossier | Taron e la pentola magica: il flop che ha quasi stroncato – e poi rilanciato – la Disney

25/03/2020 recensione film di William Maga

Nel 1985 arrivava nei cinema il tribolatissimo 25° classico dello studio, un'opera tanto ambiziosa quanto maltrattata, ispirata alla saga fantasy 'Le cronache di Prydain' di Lloyd Alexander

taron e la pentola magica

Come anticipato nel nostro dossier dedicato alla ‘fase dark della Disney degli anni ’70 e ’80’, nel 1985 un singolo film ha quasi ridotto sul lastrico il noto studio di animazione. Con un budget annunciato di 25 milioni di dollari – schizzato alla fine addirittura intorno ai 44 – Taron e la pentola magica (The Black Cauldron) di Ted Berman e Richard Rich (Red e Toby – Nemiciamici) fu al momento dell’uscita il lungometraggio animato più costoso mai realizzato. Basato sulla serie di romanzi fantasy Le cronache di Prydain di Lloyd Alexander, il suo spaventoso cattivo e le tematiche oscure gli valsero la prima classificazione PG della storia Disney. Nel weekend di apertura americano incassò soltanto 4 milioni di dollari al botteghino, arrampicandosi al quarto posto dietro alla riedizione di E.T. l’extraterrestre, Ritorno al futuro e Ma guarda un po’ ‘sti americani. In totale, avrebbe poi rastrellato 21 milioni di dollari.

Riconosciuto dai fan dell’animazione come il nadir dei giorni bui post-Walt della Disney, il flop di Taron e la pentola magica segnò la fine del vecchio modo di realizzare film animati per lo studio. Una nuova dirigenza, guidato da Michael Eisner e Jeffrey Katzenberg, eliminò gli importanti budget e i programmi di produzione che avevano permesso agli animatori, ad esempio, di aerografare a mano ogni singola cel di Pinocchio. Invece, la Disney spostò il reparto di animazione lontano dai comodi uffici di Burbank, in California, in un magazzino di Glendale e decise di concentrarsi sulla produzione di titoli dalla lavorazione più veloce ed economica. Il risultato fu una serie di classici nel decennio successivo (La sirenetta, La bella e la bestia) e di altrettanti non classici poco più in là (Il pianeta del tesoro, Chicken Little – Amici per le penne).

Taron e la pentola magica film posterGuardando Taron e la pentola magica oggi, a 35 anni di distanza, è facile intuirne le grandi ambizioni, ridimensionate molto a causa della sfortuna, del panico dei dirigenti e, sì, di una produzione non proprio impeccabile. Non si può ritenere certo un classico (ma tecnicamente è il 25°), ma non merita nemmeno il marchio dell’infamia. E i genitori del 2020 potrebbero trovare piacevoli queste sfumature dark in un prodotto per bambini, diversamente dagli spettatori del 1985.

Come il calderone maledetto da cui prende il titolo, la storia di Taron e la pentola magica è piena di conflitti. La Disney opzionò la serie di cinque volumi di Lloyd Alexander già nel 1971, e durante i 14 anni che seguirono tentò di reclutare i potenziali animatori adatti per portarla in vita. Era vista come la potenziale Biancaneve per una nuova generazione di artisti, un futuro capolavoro che avrebbe lanciato le loro carriere e raggiunto la gloria imperitura.

Ma il capo dello studio, Ron Miller, il genero di Walt Disney, era preoccupato che la sua giovane squadra non fosse ancora pronta ad affrontare Taron e la pentola magica e continuava a ritardarne la produzione. Nel 1979, il leggendario Don Bluth, frustrato, abbandonò il progetto e portò via con sé 13 colleghi. Sulla scia della sua partenza, il dipartimento rimase composto soltanto da alcuni membri della vecchia guardia e da una masnada di neolaureati mai testati sul campo (tra cui John Lasseter e Tim Burton).

La Disney alla fine decise ad andare avanti con Taron e la pentola magica nel 1981 — spronata, pare, dai resoconti delle primi immagini di Brisby e il segreto di NIMH di Don Bluth. La speranza era quella di riportare nei cinema gli adolescenti annoiati da film come F.B.I. – Operazione gatto. “Nessun ragazzino rispettabile potrebbe mai essere sorpreso nell’atto di guardare un film Disney”, disse all’epoca il produttore Joe Hale. Gli stessi dipendenti erano soliti scherzare sul fatto che, se la Disney avesse mai girato un film sulla Seconda Guerra Mondiale, “probabilmente lo avrebbero intitolato That Darn Hitler“.

Taron e la pentola magica avrebbe però cambiato questa situazione. In un’era in cui spopolavano il gioco da tavolo Dungeons and Dragons e le facce che si sciolgono in modo raccapricciante di I predatori dell’arca perduta, un’epopea più cupa di ‘spada e stregoneria’ sembrò una scommessa degna di essere tentata. Joe Hale scelse personalmente Re Cornelius per essere il grande antagonista del suo film, così come decise di rendere il pezzo forte la sequenza – a tutti gli effetti horror – del risveglio dei guerrieri morti e conseguente trasformazione in malvagi ‘scheletri viventi’ grazie all’influsso della magia.

taron e la pentola magicaTaron e la pentola magica nei piani avrebbe dovuto essere grandioso, un’opera di animazione che avrebbe ridefinito il genere. Fu il primo film Disney girato in widescreen 70mm dai tempi di La bella addormentata nel bosco (1959). Vantava un sonoro Dolby a 6 tracce e la prima animazione al computer di sempre per un film dello studio. La compagnia progettò persino che la sequenza summenzionata dell’esercito dei morti includesse una sequenza olografica speciale che avrebbe ‘fatto uscire’ i guerrieri dagli schermi dei cinema.

Tuttavia, nel corso dei cinque anni necessari per produrlo, la portata dell’impresa travolse il dipartimento di animazione impoverito. Le splendide tabelle dei layout in widescreen, create per il formato 70mm del film, non corrispondevano a quelle usate in La bella addormentata nel bosco; l’animatore Michael Peraza ricorda di aver notato la discrepanza solo dopo che tutti avevano già disegnato scene nelle dimensioni sbagliate per settimane. L’idea della sequenza olografica venne quindi demolita quando la creazione di un sistema in grado di funzionare con proiettori standard si rivelò troppo costosa. Uno sciopero degli animatori della durata di 10 settimane nel 1982 mise poi il progetto ancora più in ginocchio. Nelle affrettate fasi finali, la situazione era così drammatica che “chiunque fosse in grado di tenere in mano un pennello” ricevette al volo lezioni di pittura di cel e si mise al lavoro.

E poi, nell’autunno del 1984, a soli pochi mesi dall’uscita per le festività di Taron e la pentola magica, Ron Miller fu deposto da presidente della compagnia, sostituito da Michael Eisner. Né quest’ultimo, né il capo dello studio che lui personalmente scelse, Jeffrey Katzenberg, avevano però particolarmente a cuore l’animazione; anzi, discusse anche la possibilità di eliminare del tutto quella divisione.

Jeffrey Katzenberg odiò il primo montaggio di Taron e la pentola magica e decise che sarebbe dovuto essere rimontato con spezzoni differenti. Joe Hale gli spiegò che nell’animazione – a differenza dei film ‘dal vivo’ che Katzenberg aveva supervisionato per tutta la sua carriera – non esistevano gli outtake. Quindi, Katzenberg disse a Hale di tagliare oltre 10 minuti. Quando Hale esitò, Katzenberg andò nella sala di montaggio e iniziò a farlo da solo. Così, a farne le spese fu la sequenza orrorifica con la ‘nebbia verde’ e gli scheletri, sforbiciata senza pietà; come si può notare, i tagli sono così approssimativi che, a un certo punto, il suono dei piatti orchestrati dal compositore Elmer Bernstein viene improvvisamente interrotto a metà. Altre sequenze sono invece state riscritte in fretta e rianimate.

taron e la pentola magica filmDurante la visione, non è difficile capire cosa andò storto con Taron e la pentola magica ora. Un tempo, i film d’animazione erano costruiti attraverso gli storyboard, non le sceneggiature: sequenze visivamente potenti si univano a dialoghi scritti dai singoli animatori. Tale tecnica ha funzionato per le semplici fiabe, in cui una storia piuttosto esile veniva ampliata in certo numero di ambientazioni, ma risultava fallimentare di fronte all’adattamento per il grande schermo di una narrazione complessa come quella della Cronache di Prydain. Bizzarramente assemblata dalle pagine della saga di Lloyd Alexander, la storia di Taron e la pentola magica è priva di propulsione, e il Re cornuto – nonostante la sepolcrale voce originale di John Hurt (di Paolo Poiret per l’Italia) – non è poi così malvagio, stando per lo più seduto sul suo il trono impartendo ordini ai suoi lacchè.

Per i fan dei romanzi fantasy originali, Taron e la pentola magica dovrebbe risultare particolarmente difficile da apprezzare. La serie, il cui volume finale vinse la prestigiosa Medaglia Newbery nel 1969, si basa vagamente sul folklore gallese. Con il suo giovane eroe, il suo mago dalla barba bianca e il suo villain senza volto nascosto tra le montagne, assomiglia decisamente a un emulo de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien. In verità, si tratta di un lavoro eccezionale rivolto espressamente ai lettori più giovani, che attinge dallo stesso profondo pozzo dei miti europei ma offre un’avventura complessa attraverso un linguaggio semplice ed elegante, che i bambini possono immediatamente comprendere.

Gran parte della potenza dei libri deriva dalla crescita dell’assistente guardiano di porci Taran, un giovanotto ingenuo e inesperto del mondo a eroe riluttante, ad anima perduta, e alla fine, saggio leader degli uomini. nel 1985 però, la Disney era assolutamente contraria ai sequel, quindi pensare a cinque film era del tutto fuori discussione. Ci pensò Joe Hale a sradicare gli elementi più salienti della trama dai primi due libri e scartò il resto. Anche prima del flop al box office, Taron e la pentola magica sarebbe comunque rimasto l’unico lungometraggio ispirato alle Cronache di Prydain; che abbia comunque reso ben poco onore a un materiale così eccezionale ha semplicemente peggiorato le cose.

Ma resta lo stesso molto da amare in Taron e la pentola magica. Gli animatori inesperti rimasti nello studio hanno creato alcune sequenze sorprendenti, tra cui una scena drammatica in cui la maialina oracolo del protagonista, Ewy, viene catturata da un drago.

Il film condivide la medesima sfiducia dei romanzi nella gloria conquistata in battaglia e fa sembrare davvero concreto il pericolo che Taran e i suoi amici affrontano. Le tre streghe che sorvegliano il calderone sono terribilmente divertenti come sulle pagine dei libri. E, nonostante i tagli che hanno rimosso i dettagli più cruenti, la scena con gli scheletri che tornano in vita – degna di Ray Harryhausen – resta una gloriosa ‘anomalia’ in casa Disney: enfatica e gustosamente spaventosa, in un profluvio di malefici fumi verdastri e teschi che si squagliano.

Quando Taron e la pentola magica arrivò nei cinema, Michael Eisner stava stravolgendo la cultura aziendale della Disney (a quanto pare era proprio necessario, dato che, come racconta James Stewart del libro Disney War, i dirigenti erano soliti lavorare mezza giornata e poi trascorrere il pomeriggio facendo visita alla massaggiatrice di Bob Hope, un’impiegata della Disney …). Jeffrey Katzenberg, comunque, dopo essersi studiato la storia dello studio, si convinse che l’animazione fosse la chiave del successo futuro dell’azienda, ma alle sue condizioni: costi bassi e velocità. Il flop di Taran e la pentola magica avrebbe potuto distruggere quella divisione della Disney; invece, diede Katzenberg una scusa per ribaltare il modo in cui lo studio aveva lavorato fino a lì.

La rivoluzione voluta da Eisner-Katzenberg fu, almeno nei primi anni, un grande successo. Gli animatori confinati nel tanto odiato magazzino di Glendale furono infatti responsabili per una serie di classici usciti tra la fine degli anni ’80 e la metà dei ’90, tra cui La sirenetta, La bella e la bestia, Aladdin e Il re leone.

taron pentolaLa Disney dei nostri tempi è però la Pixar, a lungo guidata da John Lasseter, il quale abbandonò il progetto di Taron e la pentola magica mentre era ancora in produzione. Come sappiamo, nel 2006 la Walt Disney Company ha acquistato la Pixar e ha consegnato la sua divisione per l’animazione proprio a Lasseter, che ha risollevato notevolmente la qualità dei film Disney usciti fin ad allora.

Nonostante tutti i suoi difetti, Taron e la pentola magica era un film in anticipo sui tempi. Oggi è quasi la norma che un titolo animato sia classificato PG dall’MPAA (pensiamo ad Up, Dragon trainer, Shrek, Cattivissimo me o Inside Out), mentre la trilogia cinematografica de Il Signore degli Anelli – un enorme successo di pubblico e critica grazie anche alla su estrema fedeltà al testo originale – dà un’idea vaga di tutto ciò che avremmo potuto vedere già 35 anni fa se soltanto i vertici della Disney fossero stati più ‘illuminati’.

Teoricamente, la casa di Topolino – che ne detiene ancora i diritti e che non si fa certo più remore né coi sequel né coi remake in live action – potrebbe pensare (come aveva annunciato qualche anno fa effettivamente) di rivisitare la Le cronache di Prydain di Lloyd Alexander e magari render loro piena giustizia.

Di seguito la sequenza del risveglio dell’esercito dei morti di Taron e la pentola magica:

Fonte: Slate

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