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[esclusivo] Intervista a Jimmy Henderson, regista italiano che fa cinema in Cambogia

12/01/2017 news di Alessandro Gamma

In occasione dell'uscita del suo terzo lungometraggio abbiamo fatto una chiacchierata con il filmmaker milanese, per approfondire la sua esperienza nel paese del Sud-est asiatico

Probabilmente il nome Jimmy Henderson non vi dirà molto, ma basta digitare su IMDB il suo nome e scoprirete che ha già all’attivo tre lungometraggi negli ultimi tre anni. Perchè abbiamo deciso di approfondire la sua conoscenza? Perchè non solo questi film sono tutti ‘di genere’ (due action e un horror) e sono tutti stati realizzati in Cambogia (e come sapete noi abbiamo un debole per le cinematografie asiatiche …), ma sopratutto perchè Henderson – che di nome fa Daniele – è un regista (e sceneggiatore, produttore e direttore della fotografia) italiano, di Milano se vogliamo essere ancora più specifici. In occasione dell’imminente uscita della sua ultima fatica, Jailbreak, abbiamo quindi deciso di fare con lui una chiacchierata, per approfondire la sua esperienza in questo paese così apparentemente lontano da noi.

Partiamo con una domanda semplice, raccontaci qualcosa di te e di come sei finito da Milano a girare film in Cambogia

Vivo in Cambogia dal 2011. Ho lasciato l’Italia quando avevo 19 anni per trasferirmi a Londra. Londra è dove ho sviluppato una passione e un comprensione più profonda nei riguardi del cinema. Ho comprato una mini DV camera e ho imparato cinematografia, montaggio e sceneggiatura. Nel 2009 ho ricevuto dei fondi dal British Arts Council per girare un documentario in Romania sulle comunità rom, The Strangers Within. Gli ultimi due anni a Londra stavano diventando pesanti e ho incominciato a pensare spostarmi da qualche altra parte. Fortunatamente a quel tempo avevo un amico in Cambogia. L’ho raggiunto, trasferendomi qui. Sono ormai più di 5 anni.

Bolo_SulSet (1)Come funziona il mercato cambogiano, sia dal lato della produzione che da quello del pubblico?

La Cambogia è un paese che lentamente si sta sviluppando. Durante la presenza dei Khmer Rossi, dal ’75 al ’79, la società cambogiana è stata radicata completamente da ogni forma intellettuale e artistica e molte pellicole cinematografiche di quel tempo sono state distrutte. Dopo la fine della guerra, il paese ha incominciato a riprendersi; a ricostruire una società dal ground zero dove il cinema non era considerato una maggiore priorità. Ma negli ultimi 5 anni, grazie anche ad una tecnologia molto più accessibile e all’estensione di sale cinematografiche, il mercato si sta espandendo. Nonostante ciò, le compagnie di produzione locale sono stagnanti nel produrre il più delle volte commedie horror a basso costo. Questi film che nascono in Cambogia, muoiono in Cambogia perchè il valore della produzione non riesce a raggiungere i minimi standard. Il mio intento negli ultimi tre anni è di offrire un alternativa al pubblico cambogiano e spingere la direzione del cinema locale sul palco internazionale.

Hai avuto problemi a inserirti in questo contesto?

Le maggiori difficoltà che ho incontrato inizialmente sono state in relazione al capire le differenze fra la cultura cambogiana e nostra occidentale. E col tempo ho imparato a trasformare i limiti che incontravo riguardanti la produzione cinematografica, in punti di forza e a integrarli nella mia identità artistica. Per esempio nei riguardi della recitazione, gli attori cambogiani hanno un modo molto teatrale per esprimersi diverso dall’ultra realismo che abbiamo adottato in occidente. Di conseguenza, quando scrivo sceneggiature, tengo questo fattore in mente, adeguando il dialogo e le scene col tipo di recitazione che gli attori mi possono offrire.

Parlaci del tuo primo lungometraggio, Hanuman. Come sei arrivato a dirigerlo e come è stato accolto?

Nel dicembre del 2013, una casa di distribuzione locale, voleva espandersi nella produzione cinematografica e cercava delle sceneggiature. A quei tempi avevo una sceneggiatura per un film d’azione che parlava di un vigilante mascherato che 12 anni dopo, cercava vendetta contro gli assassini di suo padre. Ho proposto la sceneggiature ai produttori e mi hanno dato la green light. Ho creato lo stunt team con Dara Our, il protagonista del film, e abbiamo girato il film in 19 giorni con un budget di 20 mila dollari. Il film ha avuto un moderato successo nelle sale e quest’anno dovrebbe uscire in Laos e in VOD.

the-forest-whispers-filmDicci invece qualcosa di The Forest Whispers. Sei un fan degli horror?

Ho coltivato il fascino dei film horror sin da piccolo. Spendevo i pomeriggi dopo scuola guardando film di Mario Bava e Dario Argento in videocassetta. Inoltre ero un avido lettore di Dylan Dog e ne possedevo un ampia collezione. Anni dopo, ho incominciato a scoprire il cinema di Stanley Kubrick, Pier Paolo Pasolini, Alejandro Jodorowsky e Lars Von Trier. Questi quattro registi sono probabilmente le maggiori influenze che hanno definito il modo in cui ho imparato ad esprimermi visualmente e contestualmente. The Forest Whispers è un genere più fantasy che horror. E’ un film allegorico che esplora la relazione fra l’uomo e la natura. La natura in questo caso, sotto forma di una misteriosa donna muta, nata sulla riva di un fiume grazie ad una preghiera di un leader spirituale. Questa donna arriva in un villaggio condannato alla fame e cambia la sorte dei suoi abitanti. Il film ha causato controversia in Cambogia perchè mostra delle scene dove la protagonista è nuda ed altre con connotazioni sessuali. Immagina, in una cultura dove fino a 4 anni fa, avere un attrice col le spalle scoperte era proibito in TV. Ho adottato un approccio non convenzionale sia nei riguardi della produzione che nel montaggio, usando il più possibile luce naturale e ritoccando la sceneggiatura in base ai cambiamenti del tempo. Ho girato il film a giugno, nel picco della stagione delle piogge. Il film che è uscito lo scorso ottobre e ha attratto diverse persone nelle sale grazie soprattutto al dibattito morale che ha creato. Ma gran parte del pubblico locale si è sentito alienato alla fine della proiezione non riuscendo a capire il concetto della storia e le referenze socio-politiche riguardanti la situazione attuale della Cambogia.

Cosa ci puoi dire della tua ultima fatica, Jailbreak (di cui qui intorno vedete alcune immagini in esclusiva)? Come hai messo insieme il cast? Lo porterai in qualche Festival internazionale?

Jailbreak nasce dall’idea di creare un film d’azione in una spazio confinato e concentrare la produzione sul dinamismo delle scene d’azione. Da lì, l’idea di seguire un gruppo di poliziotti intrappolati dentro una prigione durante una rivolta. Lo stesso stunt team che ho creato per Hanuman ha partecipato nel film con l’addizione di Jean Paul Ly, uno stuntman/attore con esperienze in film di Hollywood come Doctor Strange e Lucy. Ho scritto il ruolo di Celine Tran, ex attrice di film hard, due mesi prima d’incominciare produzione. Il suo ruolo in Jailbreak è quello del boss di una gang composta da solo donne, “The Butterfly Gang”. Il film esce a fine gennaio in Cambogia e in questo momento stiamo valutando delle offerte proposte da un un paio di distributori internazionali.

JeanPaulLyeTharothArti marziali e cinema action, altre tue passioni immagino…

Ho sempre avuto un debole per quelle pellicole cheesy d’azione degli anni ’80 e ’90, specialmente quelle di Jean-Claude Van Damme e seguo boxe e le MMA [arti marziali miste].

Sei interessato a tornare dalle nostre parti? Segui la scena italiana?

Mi piacerebbe tornare in Italia un giorno a fare un film. Ho una sceneggiatura che ho scritto due anni fa in Cambogia ma vorrei adattarla in Italia. E’ tipo un action/noir sulla linea di Il Poliziotto è marcio, di Fernando di Leo. Ho perso un po’ di vista la scena Italia. Gli unici registi che continuo a seguire sono Paolo Sorrentino, Matteo Garrone e Nanni Moretti.

Di seguito il trailer internazionale di Jailbreak:

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