I Promossi Sposi: la recensione dello spettacolo dei Legnanesi (Teatro Manzoni)
15/01/2026 recensione film di Giovanni Mottola
La compagnia torna in scena tra tradizione e tentativi di modernizzazione, divertendo nel cortile ma perdendo forza quando si allontanano dalle sue radici

I Legnanesi tornano al Manzoni di Milano con I Promossi Sposi, a distanza di 60 anni dagli allestimenti di “Teresa di notte” e “I lenzoeu d’ier e d’incoeu”. Ne sarebbe stato lieto lo storico patron del teatro, Silvio Berlusconi, che a lungo li corteggiò, ma senza riuscire a portarli sul palcoscenico durante la sua gestione.
Nel frattempo, ovviamente, è cambiata la composizione della compagnia, allora guidata dai fondatori Felice Musazzi e Tony Barlocco e ormai da molto tempo tenuta viva da Antonio Provasio, nei panni della Teresa, e da Enrico Dalceri, in quelli della Mabilia. A loro si è aggiunto di recente Italo Giglioli, che dal 2022 dà vita al personaggio del Giovanni.
Il marito della Teresa era stato interpretato per tanti anni da Luigi Campisi, fino alla sua uscita dalla compagnia nel 2019. Avvenne in modo imprevisto e traumatico, privando I Legnanesi di un elemento fondamentale senza un adeguato sostituito già per le mani – inizialmente subentrò Lorenzo Cordara, che però non si rivelò tagliato per il ruolo, in quanto troppo giovane (è del ’77) – e lasciando intendere che in quel meccanismo perfettamente oliato doveva essersi rotto qualcosa.
Le ragioni di questo divorzio non sono mai state rivelate esplicitamente: forse si trattò soltanto di stanchezza, ma qualcosa in più si poté intuire da alcune dichiarazioni rilasciate a suo tempo da Campisi. Disse che per lui – già in compagnia con Musazzi, come Provasio – i Legnanesi sono tradizione e non innovazione: una forma di cultura tutta lombarda, legata alle sciure, ai cortili e a tutto quello che vi girava intorno. A suo parere, questi Legnanesi hanno intrapreso un percorso diverso e non sono più i suoi.
Queste frasi di Campisi trovano indiretta conferma in occasione della conferenza stampa di presentazione dello spettacolo, alla quale è intervenuta anche Mitia Del Brocco, autrice del testo e moglie di Provasio nella vita. Mentre Provasio, in linea con l’ex compagno di scena, sottolineava l’importanza della tradizione, del dialetto e dei cortili, oltre al fatto di essere ormai rimasti l’unica compagnia italiana a portare in scena la rivista, la Del Brocco rivendicava il proprio impegno e desiderio di ammodernare gli spettacoli, riducendo lo spazio per dialetto e cortili.
Si può capire: lei non è di Legnano ma di Carpi, non si è formata nel mondo del teatro ma lavorava nel merchandising, e fino a una ventina di anni fa non sapeva nemmeno chi fossero i Legnanesi. Li scoprì vedendo un loro cartellone davanti allo Smeraldo e pensò che quello spettacolo, tutto in un dialetto a lei sconosciuto, non sarebbe mai andata a vederlo. Poi avvenne l’incontro con Provasio, l’amore e il suo ingresso nella compagnia come autrice. Questo non basta a pensare che a Legnano sia arrivata una Yoko Ono. È però sufficiente a capire che si debba al suo coinvolgimento ogni elemento di novità di questa compagnia che per anni aveva lavorato in modo diverso, nel segno di una tradizione che aveva sedotto, tra gli altri, Arbasino e Fellini.
In teoria è giusto cercare di rinnovarsi, anche perché nel frattempo si è molto rinnovato il mondo circostante e, di conseguenza, il pubblico. Oggi nei cortili si tirano su grattacieli e le sciure di una volta sono diventate influencer alla moda: normale che lo spettatore medio pensi le stesse cose che pensò quel giorno la Del Brocco davanti allo Smeraldo.
Però a noi convince di più l’idea di Campisi, che in fondo pare anche quella di Provasio. I Promossi Sposi, sembrando quasi due spettacoli in uno, ce ne forniscono la più immediata conferma. Il primo tempo, di marca classica, è divertentissimo. La Mabilia porta nel cortile, ormai orfano della Pinetta per la scomparsa del suo interprete Alberto Destrieri, una notizia sconvolgente: in Comune non esiste il certificato di matrimonio della Teresa e del Giovanni.
Per lo Stato italiano i due non sono mai stati sposati. Si separano subito, per la gioia di lei e lo sconcerto di lui. Non si contano i pettegolezzi, tra Mistica e la Carmela, così come le battute azzeccate. Poi arriva un deus ex machina, Raul, il personal trainer fluido della Mabilia, che propone a tutti di partecipare a una rappresentazione in costume dei Promessi Sposi al Teatro Manzoni sotto la guida del santone Asvapanda.
In questo modo la Teresa e il Giovanni scopriranno se, al di là di quello che sostiene la burocrazia, si vogliono ancora bene. Il secondo tempo dello spettacolo, ambientato in un ipotetico Manzoni (anche se il fondale con palco reale ricorda più la Scala), con la Teresa nei panni di Lucia, Mabilia in quelli della monaca di Monza e il Giovanni come Don Rodrigo, è più fiacco. Non soltanto si ride meno: le situazioni appaiono poco spontanee, troppo costruite.
Sarà un caso, ma appena si è usciti dal cortile l’effetto comico è calato. Intendiamoci: nel suo insieme lo spettacolo è piacevolissimo, come al solito impreziosito dalle coreografie di Dalceri e dai numeri dei Boys a richiamare il varietà. Però lascia un po’ la sensazione di assistere a uno splendido concerto di Springsteen avendo invece comprato i biglietti per uno di Mozart. Non di delusione, quindi, ma di un certo spaesamento.
Il grande lavoro di tanti anni ha portato Teresa, Mabilia e Giovanni a diventare le vere maschere lombarde della Commedia dell’Arte, cioè di un genere che si basa su canovaccio e improvvisazione, con una base fissa sulla quale si effettuano variazioni. In effetti la base c’è: si parte dal cortile e poi si viaggia, in luoghi o ambientazioni insolite. Lo schema della Teresa in un contesto che le è estraneo può però andare bene una volta, ma alla lunga rischia di diventare ripetitivo.
Trasferire la famiglia Colombo a Napoli o in Brasile o in Giappone, come è accaduto negli ultimi spettacoli, o costringerla a un artificio in costume, o associarla all’attualità (nei Promossi Sposi c’è un balletto a tema olimpiadi Milano-Cortina abbastanza forzato) non significa modernizzarla ma snaturarla.
È un peccato, perché rischia di costituire lo spreco di un patrimonio di classe, mestiere, tempi comici e simpatia senza eguali in Italia. Il tentativo di raggiungere un pubblico nuovo è evidente e comprensibile, ma al tempo stesso c’è il rischio di perdere gli storici ammiratori senza riuscire ad acquisirne di nuovi. In un mondo ideale il viaggio dovrebbe avvenire all’incontrario: anziché essere i Legnanesi a tentare scorciatoie per raggiungere gli spettatori, dovrebbero essere questi ultimi ad avere la pazienza di studiare i Legnanesi e goderseli per quello che da sempre sono.
Col tempo Mitia Del Brocco, pur continuando a cercare di cambiarli, lo ha capito. Ma Provasio non può essere costretto a sposare ogni ragazza per riuscire a far conoscere la propria arte.
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